Europa
In un mondo senza regole l’Europa dei princìpi non ha la forza per difenderli
Le dichiarazioni di Pete Hegseth sono la conseguenza inevitabile di un mondo che ha smesso di credere alle proprie illusioni. Non sono né lui né Trump ad averlo cambiato o ad averne decretato la deriva, si sono semplicemente limitati a metterlo a nudo, senza filtri, senza



Le dichiarazioni di Pete Hegseth sono la conseguenza inevitabile di un mondo che ha smesso di credere alle proprie illusioni. Non sono né lui né Trump ad averlo cambiato o ad averne decretato la deriva, si sono semplicemente limitati a metterlo a nudo, senza filtri, senza maschere. Hanno tolto ogni patina di ipocrisia e ci hanno costretti a guardare in faccia una realtà che per anni abbiamo negato: il diritto internazionale è morto e sepolto, non per mano loro, ma perché da tempo le regole del gioco non esistevano più, e noi ci ostinavamo a fingere che fossero ancora valide. Trump e Hegseth non hanno fatto altro che sbatterci davanti lo specchio e costringerci a vedere ciò che non volevamo accettare.
Questa è una realtà sbiadita e distorta, dove le regole non sono più regole, dove gli ideali su cui pensavamo di aver costruito il mondo moderno si rivelano sempre più inconsistenti, pezzi di un passato che non ha più alcuna presa sul presente. Ma chi lo ha ucciso? Non certo Trump o Hegseth. Loro hanno solo tolto il velo, ci hanno costretti ad ammettere quello che continuavamo a negare: che le istituzioni globali sono diventate impotenti, che i trattati sono carta straccia, che la forza e il potere contano più della legge e dei principi.
Per anni ci siamo illusi che bastasse dichiarare un principio per renderlo reale, che l’ordine mondiale fosse sostenuto da regole condivise e non da equilibri di forza destinati a mutare. Abbiamo creduto che la giustizia internazionale fosse uno strumento universale e non una leva da usare solo quando conveniente. Abbiamo pensato che la sovranità degli Stati fosse inviolabile.
E così, mentre l’Occidente si ostinava a parlare il linguaggio del diritto e delle convenzioni, altri hanno parlato quello della realtà, quella cruda, fatta di interessi, di forza, di rapporti di potere. Il disallineamento tra narrazione e realtà è diventato insostenibile, e alla fine è arrivato chi ha scelto di strappare la maschera, di chiamare le cose con il loro nome, di giocare a carte scoperte. Era tutta un’illusione: a reggere quell’equilibrio erano gli Stati Uniti, in un tempo in cui la Cina non era una potenza e l’URSS sempre un passo indietro. Ma il mondo è cambiato e allora, ognuno per la sua strada.
Lo stato di diritto è fragile, non è un sistema per tutti, né è destinato a durare in eterno senza una vigilanza costante. Richiede maturità, responsabilità e fiducia, sia a livello individuale che collettivo, sia tra i cittadini che nelle istituzioni, sia tra i Paesi che tra le organizzazioni internazionali. È un equilibrio precario, l’eccezione e non la regola nella storia dell’umanità.
Il dramma della nostra generazione è di essere cresciuta nel periodo d’oro di questa eccezione, in un’epoca in cui il diritto sembrava un dato acquisito, un traguardo definitivo e irreversibile. Per decenni, il pensiero che potesse essere vulnerabile non è stato neppure concepibile. Ci siamo illusi che fosse immutabile, eterno, come se il semplice raggiungimento fosse sufficiente a garantirne la sopravvivenza.
Poi è arrivata la realtà a smentirci. Scoprire che non era così, che la storia dell’umanità è un ciclo di tensioni e sinergie tra ordine e caos, tra il desiderio di libertà e giustizia e la necessità di sicurezza e controllo, tra la prepotenza di alcuni e la lungimiranza di altri è stato un colpo duro da digerire.
Sono un’idealista rassegnata al realismo. Osservo il treno deragliare con un misto di fatalismo e distacco, vedo le crepe allargarsi e mi rendo conto che il mondo in cui sono cresciuta non c’è più. E nel tentativo di adattarmi, mi trovo spesso accanto a idee che un tempo avrei respinto, perché le coordinate della realtà che conoscevo non esistono più, e la coerenza diventa un lusso difficile da permettersi quando il contesto intorno si trasforma.
Adattarsi è difficile, ma inevitabile. Ma esistono sempre due piani separati: quello pragmatico e quello ideale. Il primo è la bussola necessaria per decifrare il contesto e imparare a navigarlo, per adattarsi a una realtà che non fa sconti, per comprendere le dinamiche del potere senza esserne travolti. È il piano della sopravvivenza, del compromesso, della razionalità. Poi c’è il secondo piano, quello che non esiste più ma che si vorrebbe, fatto di principi, valori, visioni del mondo che non trovano più spazio nella realtà che viviamo. È un piano che non garantisce sopravvivenza materiale, né offre protezione, eppure è ciò che ti anima, ciò che ti definisce.
Quella fiamma interiore, per quanto fragile, non deve spegnersi. È qualcosa che conservi gelosamente, anche quando il mondo intorno sembra negarne ogni possibilità. Perché i contesti non sono statici, perché la storia non è una linea retta, ma un ciclo di cambiamenti e inversioni. E quando la sinergia tra le forze della società creerà nuovamente lo spazio per quei principi, saranno proprio loro a riportare il diritto internazionale. Quel secondo piano di realtà che oggi sembra un’illusione potrebbe domani diventare di nuovo la base del mondo che verrà.
E allora, nei giorni in cui Trump e Putin vanno a braccetto, nei giorni in cui l’idealista Europa non sa più a che santo votarsi, sospesa tra l’illusione di poter ancora mantenere una propria integrità morale e il rischio concreto di essere inghiottita dal nuovo ordine globale, fatto di cinismo, potenza e pragmatismo brutale, che cosa resta?
Resta un continente smarrito, che si ostina a recitare il ruolo di arbitro imparziale in una partita che non arbitra più. Resta un’Europa che parla di valori mentre il mondo intorno a lei parla di forza. Che invoca il diritto internazionale mentre altri ridisegnano i confini con la guerra. Che punta sulla diplomazia mentre il tavolo delle trattative è stato capovolto da chi non ha mai avuto intenzione di rispettarne le regole.
Una vecchia Europa che si dibatte nella sua crisi esistenziale, mentre cerca disperatamente un equilibrio tra la necessità di restare fedele ai propri principi e la consapevolezza che quei principi non la proteggeranno dalla realtà, i nuovi padroni del gioco avanzano senza esitazioni. Trump, Putin, Xi – ognuno con la propria visione, ognuno con il proprio metodo, ma tutti con una certezza comune: il tempo delle illusioni è finito.
L’Europa, ancora aggrappata ai suoi sogni di ordine e giustizia, rischia di trovarsi senza più alleati e senza più armi, stretta tra potenze che non si pongono più il problema della legittimità, ma solo quello dell’efficacia. E se continuerà a oscillare tra la paura di compromettersi e l’incapacità di adattarsi, presto scoprirà che non si può restare neutrali nel mondo che sta nascendo. O si evolve o verrà schiacciata.
Per preservare la fiamma dell’idealismo, è necessario prima di tutto sopravvivere, anche a costo di un compromesso con la realtà. Perché senza una base solida su cui reggersi, senza la capacità di difendersi e rimanere rilevante, l’Europa rischia di diventare un’eco del passato, una terra di principi senza più il potere di sostenerli.
Leggi anche:
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908


Condividi








Non ho la speranza sottesa alla spietata analisi giusta dell’articolo. Abbiamo sprecato 80 anni di pace e di non ostilità degli USA senza fare gli Stati Uniti d’Europa. Ora è tardi: una nuova Yalta spezzerà di nuovo l’Europa molto prima che gli squallidi, provinciali, litigiosi popoli europei permettano di attrezzarci per difenderci. Sarà peggio di allora: almeno l’Europa occidentale si salvò. Oggi gli usa di Trump si disinteresseranno di qualunque cosa capiti anche alla parte che la nuova Yalta sottrarrà all’influenza russa
Tutto vero. L’impalcatura giuridica e morale del mondo che era stata eretta dopo i drammi della seconda guerra mondiale non esiste più. L’Europa, però, non è esente da colpe. Il mondo da allora è cambiato profondamente, e l’Europa non ha saputo (voluto) interpretarne il cambiamento. Ora ci sono due possibilità che le si aprono di fronte: ribadire il credo a valori e principi che non esistono più, e piombare nella totale irrilevanza, oppure agire per ricostruire dalle fondamenta quel sistema condiviso di principi di diritto e morale. Ma nel fare questo non si potrà prescindere dal coinvolgere in questo processo tutti gli attori che nel frattempo sono emersi, nel bene e nel male. E non mi riferisco solo alla Cina, alla Russia, all’India, al Brasile, attori ovvi, ma che per una ragione o per un’altra sono sempre stati trattati con sufficienza finora, ma anche a tutti gli altri dimenticati della storia (la nostra), e sono tanti. Se dovessi fare una scommessa, visti i tanti precedenti, credo che l’Europa si immolerà sull’altare di un mondo che non esiste più. Potranno anche armarsi fino ai denti, sottraendo risorse al welfare, quando più servirebbero, ma se non sai da chi e perchè devi difenderti, non risulterà essere una mossa molto astuta. Oltre a darla per scontata, mi piacerebbe che i tanti (troppi) che sostengono che la Russia rappresenti una grave minaccia militare per l’Europa ne fornisse una qualche giustificazione logica. E non basteranno certo le ataviche paure baltiche… C’è qualcuno che crede davvero che l’interesse della Russia di oggi sia quello di piantare un’altra bandierina? E anche se così fosse, perchè?
La Russia è una grave minaccia militare. Ha invaso la Georgia, sottratto il 20% del territorio e poi lavorato per 17 anni all’interno per assumerne il controllo (perché ormai la russificazione della Georgia è un fatto). Nel 2014 ha sottratto 2 regioni all’Ucraina e dopo avere fallito nel fare quello che oggi a fatto in Georgia con Sogno Georgiano ha fatto un’invasione in larga scala. Un trattato di quel tipo porterà ad una sola conseguenza: far mettere da parte Zelensky e operare una trasformazione interna stile Georgia; se la presa “soft” fallisse, invaderebbe di nuovo.
I paesi baltici, anche loro ex URSS, sanno che lo stesso destino li aspetta se non glielo impediranno. Putin ha già riacquistato il controllo di Bielorussia e Georgia, ed è in guerra con l’Ucraina. Sovvenziona sovranisti in Europa da due decenni, il maggiore sovvenzionatorecdella Brexit Arron Banks faceva avanti e indietro con Mosca. I russi sono arrivati a usare armi chimiche in Uk, a Salisbury. In Uk, in Polonia e nelle repubbliche baltiche si ha estremamente chiaro il pericolo militare della Russia. Per questo non accetteranno mai alcun tipo di appeasement.
Grazie per la sua replica. Nel merito, mi permetto di aggiungere che Georgia, Bielorussia, Ucraina, mettiamoci anche la Moldavia, sono tutti paesi che con l’Europa non hanno mai avuto una grande vicinanza, e di certo non paragonabile ai rapporti strettissimi che gli stessi paesi hanno per secoli avuto con la Russia. E non basta qualche istanza che proviene da quei paesi per essere integrati in Europa perchè si possa, d’un tratto, cancellare questo retaggio storico. Lo strappo, secondo me, nasce proprio da questa mancanza di sensibilità, che se può essere scusata agli americani, che di cose europee hanno sempre capito poco, diventa inescusabile per l’Europa, che queste dinamiche avrebbe dovuto conoscerle bene. Quanto ai baltici, al di là, appunto, di una percezione derivante da una storia ormai molto lontana, non mi sembra possano sentirsi minacciati direttamente dalla Russia più di quanto la Russia ora non si possa sentire minacciata da loro, con il fatto di aver abbandonato la fortunata neutralità dell’ultimo secolo.
Ad ogni modo, la soluzione razionale non potrà essere più armi per tutti, bisognerà sedersi ad un tavolo e trovare una soluzione che possa stare bene a tutti i paesi interessati.
Se oggi è lo stesso Trump che sostiene di voler ridurre della metà le spese USA della difesa, sarebbe assurdo che noi europei la aumentassimo a dismisura… Ma prima di ogni cosa, L’Europa troverà un senso non tanto nel voler ribadire un rispetto dogmatico di principi universalistici che, come abbiamo visto, non esistono più (forse, non sono mai nemmeno esistiti), ma nel cercare di fare principalmente gli interessi degli europei (e mi riferisco a quelli che, ad oggi, fanno legittimamente parte della casa comune). Se i baltici non dovessero accettare questa modalità e l’eventuale accordo susseguente, possono sempre farsela loro la guerra con la Russia. Basta essere chiari. Da parte dell’Europa, sprecare questa opportunità di ridiscussione globale che Trump sembra voler promuovere con l’atteggiamento di superiorità morale che ha dimostrato finora, sarebbe imperdonabile. Mi scusi per la lunghezza del mio messaggio. Buona giornata.
Concordo con la critica all’incapacità dell’Europa di far fronte alle minacce globali. Noto una continuità tra questo punto e uno dei temi centrali dell’articolo del 9 febbraio, in cui il trumpismo veniva interpretato (anche) come una reazione al non-senso istituzionalizzato (o “follemente corretto”, per usare l’espressione di Ricolfi) imposto alle opinioni pubbliche dai governi liberal-progressisti nell’ultimo decennio.
Tuttavia, trovo che vi sia un’eccessiva dose di fatalismo (o, se mi si concede il termine, di giustificazionismo) nel suggerire che Trump e i suoi accoliti siano conseguenze inevitabili di quell’incapacità e di quel non-senso. Credo piuttosto che rappresentino il punto di arrivo di una strategia ben precisa delle destre sovraniste occidentali, con la complicità di settori delle cosiddette destre istituzionali (GOP, Tories, e forse ora anche la CDU?): soffiare sul fuoco della polarizzazione, ignorando deliberatamente le ripercussioni che questa e altre scelte hanno sulla tenuta della democrazia, che per sua natura si regge su equilibri precari e aleatori (come ben sottolineato anche in questo articolo).
Oggi ne raccogliamo i frutti più maturi, nel contesto di una fase politica che si protrae da oltre un decennio. Mi chiedo, con un certo timore, quale sarà il culmine di questo processo, quando arriverà e quanto estesi saranno i danni che ne seguiranno.
Indubbiamente c’è stata una strategia. A mio parere la porta per questa strategia è stata aperta da Bush con l’invasione dell’Iraq. Se ti presenti come il garante dell’ regole e le infrangi, dài il via libera ad altri. A questo va aggiunta la rivoluzione dei social media e i Russi, con i loro bot sono stati all’avanguardia nel manipolare l’opinione pubblica: vedi disinformazione su Crimea e Donbas, Brexit ed elezione di Trump nel 2016. Putin è stato dietro a molto di quanto è successo ma non avrebbe potuto se non avesse trovato terreno fertile. Nessuna disinformazione o sovvenzione ai sovranisti sarebbe mai bastata se a sinistra non si fossero perseguite un gran numero di politiche su più inaccettabili o economicamente fallimentari.
Poi naturalmente va aggiunto l’insensata politica sul medioriente dei Dem, l’appeasement con l’Iran. I miliardi piovuti nelle università USA dal Quatar per crescere una generazione di anti occidentalisti.
Se Putin ha innescato un processo di dissoluzione, sfruttando le destre, era perché il terreno era fertile.
Se sei debole e qualcuno ti fa le scarpe, certo è colpa di chi ti fa le scarpe, ma tu sei quello che glielo ha consentito.
In Georgia si sarebbe dovuto proteggere il diritto internazionale intervenendo militarmente nel 2008. Si è scelto l’appeasement. E ancora in Ucraina nel 2014. Ancora appeasement con i Minsk 1 e 2. Nel 2022 si è scelto di aiutare l’Ucraina con 1000 paletti. Ancora appeasement.
I Putin non hanno creato la nostra debolezza, l’hanno sfruttata.
Trump non ha creato il woke, l’ha sfruttato.
Xi non ha creato la nostra convenienza dei prodotti a basso prezzo, l’ha sfruttata.
E alla fine lo stato di diritto è diventato carta straccia.
Se davvero la responsabilità di aprire la porta a quella strategia è da attribuire a Bush e al suo unilateralismo post-11 settembre, diventa ancora più significativo notare come il “colpevole” si annidi comunque nella destra istituzionale occidentale (in questo caso, il GOP).
È vero che dal 2003 a oggi interferenze, propaganda e disinformazione hanno giocato un ruolo cruciale, ma negli Stati Uniti e nel Regno Unito le frange oltranziste della destra non avrebbero preso il sopravvento senza il benestare dell’establishment GOP e Tory. L’indebolimento delle istituzioni democratiche che ne è seguito è stato il prezzo che settori di quegli establishment hanno accettato di pagare pur di raggiungere i propri obiettivi (ad es., vittoria elettorale a ogni costo, Brexit, ecc.). Che questo atteggiamento fosse pericoloso e difficilmente contenibile doveva essere (ed era) evidente a tutti sin dal principio.
A loro volta, le innumerevoli campagne di disinformazione del Cremlino non avrebbero avuto gli effetti nefasti che stiamo osservando senza la parallela involuzione delle destre occidentali, che a mio avviso resta in larga parte un processo autoindotto. Lo smantellamento del cordone sanitario che separava la destra istituzionale (conservatrice-burkeana, liberale, cristiano-democratica, ecc.) da quella autoritaria (orbanista, sovranista, antidemocratica, antieuropeista, antioccidentale, complottista, ecc.) è stata una mossa politica dalle conseguenze di vasta portata, tra cui lo sdoganamento di posizioni fino a poco prima ritenute inaccettabili con la conseguente erosione della capacità di giudizio dell’elettorato moderato europeo, che per più di mezzo secolo aveva sempre mostrato una certa prudenza. Anche in questo caso, che le destre sovraniste (prima europee e poi americane) scimmiottassero i capisaldi della propaganda russa doveva essere (ed era) evidente a tutti già 10-15 anni fa.
Ovviamente, ci sono stati tutti gli avvenimenti da lei elencati nella sua risposta al mio primo commento, con le relative conseguenze. Tuttavia, almeno sullo scacchiere globale, le responsabilità restano in larga parte riconducibili alla destra istituzionale occidentale, in particolar modo alle politiche neoconservatrici delle amministrazioni Bush e alle relative scelte disastrose (ad es., l’invasione dell’Iraq), con i loro effetti a catena (ad es., Primavere arabe, guerre civili in Siria e Libia, destabilizzazione ulteriore del Libano, ecc.). Tutto ciò ha profondamente minato il sostegno delle opinioni pubbliche alla difesa attiva dell’ordine democratico occidentale (già debole di suo, almeno in Europa), favorendo al contempo una narrazione indulgente verso altri fenomeni – primo fra tutti il crescente autoritarismo putiniano – visti come mali minori (e forse necessari) di fronte agli “arci-nemici” (ISIS, estremismo islamico, ecc.). Da qui, secondo me, anche il tragico atteggiamento conciliante di Obama e delle maggiori cancellerie europee di fronte all’invasione della Georgia nel 2008 e all’occupazione del Donbas e all’annessione illegale della Crimea nel 2014.
Tuttavia, a mio avviso, l’aspetto più surreale del dibattito pubblico occidentale rimane la schizofrenia della destra americana sulle questioni di politica internazionale. Oggi (come in parte nel 2016), il GOP si riscopre trumpiano (e quindi putiniano e antioccidentale), nonostante fino a pochi anni fa fosse la forza politica occidentale a sostenere più attivamente l’architrave della sicurezza transatlantica, arrivando persino a promuoverne l’ulteriore espansione ad est (come ai tempi di Bush pre-2008 – e poi anche dopo, soprattutto su iniziativa del compianto John McCain). Anche queste “spettacolari” giravolte su questioni così cruciali sono il sintomo della malapianta oltranzista che ha preso il sopravvento nei principali movimenti politici di destra dell’anglosfera (e per altri tramiti anche in Europa continentale).
Ovviamente, non è tutto colpa della destra. Ci mancherebbe! L’intera politica europea – in particolare franco-tedesca – popolare, lib-dem e socialdemocratica ha vastissime responsabilità nella situazione attuale, a causa di negligenze e politiche fallimentari su questioni cruciali come immigrazione, difesa comune ed economia (Merkel ha responsabilità epocali sui disastri attuali). Senza contare – ovviamente – le incoerenze e le debolezze delle ultime amministrazioni democratiche americane. Il lungo ciclo obamiano segnato dal disimpegno dai fronti caldi della guerra al terrorismo senza un piano alternativo di contenimento della minaccia, dall’inasprimento improvviso del confronto con la Cina e da una colpevole arrendevolezza nei confronti del crescente autoritarismo putiniano (per eccesso di riguardo storico o di “fair play”?). Per non parlare degli errori madornali di Biden nella gestione del ritiro dall’Afghanistan (sebbene deciso da Trump) e dei continui tentennamenti sui limiti imposti all’eroica difesa ucraina (per non parlare della gestione inspiegabilmente lacunosa dei dossier interni, inclusi quelli relativi alla possibile incriminazione di Trump per i fatti del 6 gennaio 2021). Tuttavia, tutto questo (o quasi) ricorre spesso discusso nel dibattito pubblico (o perlomeno così a me pare). La complicità della destra istituzionale nella nascita e diffusione dell’oltranzismo illiberale un po’ meno (almeno così a me pare).
Per concludere, siamo d’accordo: lo stato attuale delle cose in Occidente è il risultato delle scelte di molti, appartenenti a quasi tutti gli schieramenti politici. Tuttavia, mi pare innegabile che la responsabilità morale della principale minaccia alla tenuta dell’ordine democratico oggi – ovvero Trump e le sue mosse sconsiderate e abominevoli sul dossier Ucraina – ricada interamente sulle derive della destra repubblicana americana. Allo stesso modo, il più grande terremoto politico che ha segnato la storia della casa comune europea – la Brexit – è stato in massima parte il frutto avvelenato delle scelte “deviate” di una grande fetta dell’establishment Tory (BoJo & co.).
Mi scuso per la lunghezza della risposta, ma le questioni aperte sono tantissime e gli spunti innumerevoli.
Vedere Trump come una conseguenza della deriva istituzionale avviata dalle destre e quella culturale di cui sono responsabili le sinistre non significa sdoganarlo dalle scelte che fa nel presente. Inevitabili saranno gli sconvolgimenti drammatici, ma poiché ogni estremismo finisce per rafforzare le opposizioni più che se stesso, l’atteggiamento di ostilità di Trump verso i tradizionali alleati e la compiacenza verso i tradizionali nemici potrebbe rivelarsi un boomerang. L’obiettivo di rafforzare gli USA indebolendo l’Europa potrebbe sortire l’effetto opposto. L’Europa è pigra, lenta, inconcludente ma lo è stata perché ha sempre avuto la coperta di Linus degli USA. Senza quella coperta potrebbe soccombere o ritrovare dinamismo. Stiamo in giro da oltre 2000 anni. Non archivierei la civiltà europea facilmente.
No, il senso è che per contare qualcosa l’Europa deve unirsi e armarsi fino ai denti. Cambiare atteggiamento. Se non puoi difendere militarmente i tuoi confini, non esisti più in questo nuovo mondo. Deve stare con l’Europa e fare gli interessi dell’Europa.
Concordo in pieno. Se vivi crogiolandoti all’ombra dei tuoi ideali, la vita reale ti serberà solo brutte sorprese. Se con raziocinio e pragmatismo di prepari per sopravvivere (il cambiamento è alla base dell’evoluzione e quindi della sopravvivenza della specie dato che chi meglio si adatta ha maggiori probabilità di sopravvivere) , allora e solo allora potranno sopravvivere anche i tuoi ideali!!
Possiamo anche adattarci e sederci al tavolo dei complici. Ma chi scegliere tra putin, trump e xi come protettore? Cinismo per cinismo meglio Pechino e buttare a mare il gangster di New York