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Contro l’overtourism, elogio della passeggiata solitaria

Folla di turisti davanti alla Fontana di Trevi a Roma, simbolo dell’overtourism nelle città d’arte.

Società moderna

Contro l’overtourism, elogio della passeggiata solitaria

Lo confesso: amo le frotte di turisti che invadono il centro di Roma (dove abito) come lupi affamati di pizza, ma solo quando se ne tornano a casa. Lo so, qualcuno dirà che il mio è un atteggiamento snobistico, che trascuro i vantaggi economici dell'overtourism. Ma

Folla di turisti davanti alla Fontana di Trevi a Roma, simbolo dell’overtourism nelle città d’arte.
Michele Magno13/02/2025Aggiornato 28/05/20259 min lettura1.831 parole

Lo confesso: amo le frotte di turisti che invadono il centro di Roma (dove abito) come lupi affamati di pizza, ma solo quando se ne tornano a casa. Lo so, qualcuno dirà che il mio è un atteggiamento snobistico, che trascuro i vantaggi economici dell’overtourism. Ma qui non mi interessa discutere i costi e i benefici di un fenomeno che ormai divide l’opinione pubblica, e non soltanto italiana. Mi interessa piuttosto rivalutare -per contrapposizione- un altro fenomeno ormai tristemente minoritario, quello della passeggiata solitaria. In passato è stato celebrato da numerosi letterati e pensatori come una condizione ideale per riconquistare una libertà interiore perennemente insidiata dagli obblighi e dalle consuetudini sociali.

Nei suoi “Detti memorabili”, Senofonte (430-355 a.C circa) racconta che Socrate passeggiava senza sosta nell’agorà soprattutto nei giorni di mercato, quando era pieno di gente. Un brano delle “Vite dei filosofi” di Diogene Laerzio (180-240 d.C), racconta che Platone insegnava camminando. Aristotele deve proprio a questa abitudine il suo soprannome di “passeggiatore” (“peripatêtikos”). Nella scuola stoica di Epitteto (50-130 d.C circa), invece, il maestro si rivolgeva a un pubblico che bisogna immaginare immobile, e che lui interpellava. Così Epicuro (341-270 a.C) ai discepoli nel suo famoso “giardino” di Atene. Gli unici sapienti greci davvero camminatori, dunque, furono i cinici.

Vagabondi di professione come i cani randagi (cinico viene dal greco “kúon”, cane), erano accusati dai loro avversari di nutrirsi di carne cruda. I seguaci di Antistene, di Diogene di Sinope, vissuti tra il quinto e il quarto secolo a.C., camminavano a pieni nudi, con un bastone in mano e con il corpo coperto da un mantello di stoffa che serviva anche da giaciglio. È a loro che somiglieranno il pellegrino medievale e il predicatore degli ordini mendicanti. I cinici, però, non camminavano per evangelizzare, bensì per fustigare le false credenze e i futili costumi degli ateniesi. Senza affetti familiari, senza patria e senza possedimenti, consideravano il nomadismo come un’espressione della sovranità assoluta di cui gode chi si sente cittadino del mondo.

Kant, all’opposto, non ha mai varcato le mura di Königsberg (l’attuale Kaliningrad), la sua città natale. Come per Nietzsche, nella gerarchia delle sue occupazioni quotidiane l’imperativo della passeggiata e l’attenzione al cibo venivano subito dopo la lettura e la scrittura. Ma gli stili di vita dei due grandi filosofi erano assai diversi. Nietzsche era uno scalatore infaticabile: conosceva come le sue tasche sia le montagne dell’Engadina sia le alture della costiera ligure e amalfitana; e la sua dieta era da eremita. Kant, al contrario, era di buon appetito e, terminata la sua passeggiata di un’ora esatta (ai suoi amici era severamente proibito di accompagnarlo), rientrava a casa. Qualunque fosse il tempo, però, la faceva.

Durante l’intera durata del tragitto, respirava col naso tenendo la bocca chiusa: uno stratagemma a cui ricorreva per tutelare i suoi polmoni. Ciò che impressiona nell’autore delle tre “Critiche”, tuttavia, è la costanza di una simile disciplina. Si narra che l’abbia infranta solamente in due circostanze: per procurarsi una copia dell'”Emilio”di Rousseau e per informarsi sugli sviluppi della rivoluzione francese. Uniche eccezioni a una regola ferrea che fungeva da coronamento e, insieme, da preludio a una pagina da scrivere, a un’idea da approfondire, a una dimostrazione da perfezionare. E, alla fine, a un’opera gigantesca.

Nelle “Confessioni” (pubblicate postume tra il 1782 e il 1789), Rousseau afferma che la vista di una scrivania e di una sedia lo nauseava. Solo le interminabili camminate eccitavano i suoi sensi e il suo fervore creativo. Dopo i lunghi viaggi della giovinezza in Francia e in Italia, per un ventennio vestirà i panni del “signore” -come si definiva- che si sposta soltanto in carrozza, alla ricerca febbrile di una gloria non effimera tra i suoi contemporanei. Più tardi, diventa un proscritto: condannato a Parigi e Ginevra, è minacciato di arresto. Si bruciano i suoi libri sulla pubblica piazza. E, quando le passioni più violente si placano, torna a vagare tra i boschi di Saint-Germain e di Boulogne. E lì scopre il profilo fragile dell’uomo civilizzato, la cui innocenza primitiva è stata corrotta dalle ipocrisie e dalle ingiustizie sociali. Tra il 1776 e il 1778, alla vigilia della sua morte, scrive così “Les Rêveries du promeneur solitaire”. Fantasticherie crepuscolari di un camminatore solitario, nate nel corso di quelle passeggiate che lenivano le amarezze della vecchiaia.

Nel 1854, quando fu data alle stampe per la prima volta “Walden”, la sua opera eponima, Henry David Thoreau aveva da poco compiuto trentasette anni. Era infatti nato il 12 luglio 1817 a Concord, nel Massachusetts. La cittadina, che allora contava duemila anime, era circondata da monti, fiumi, laghi, campi coltivati da contadini laboriosi. In questo “paesaggio favoloso dei suoi sogni infantili”, il filosofo americano elabora -sulla scia di Rousseau- una originale concezione della natura come fonte di purezza e di verità interiore, sacrificate sull’altare del culto del denaro e del consumo. Il “figlio dell’acqua”, che avrà un lettore attento in Marcel Proust, nei suoi scritti inneggia alla libertà dell’individuo immerso nella solitudine della foresta e proteso alla ricerca del tempo perduto. Immenso escursionista (da tre a cinque ore al giorno, tutti i giorni, nella foresta che dà il titolo alla sua opera eponima), Thoreau insiste su un punto: camminando, l’uomo non si sente nella natura, ma diventa “naturale”. E, camminando, avverte una specie di viscerale partecipazione alla sua realtà.

Diversamente da Rousseau, Nietzsche e Thoreau, Gustave Flaubert era convinto che solo stando seduti si poteva pensare e scrivere. Al padre di Emma Bovary questa idea costerà la dura replica di Nietzsche nel “Crepuscolo degli idoli” (1889): “Restare seduti è esattamente il peccato contro lo spirito santo. Solo i pensieri nati camminando hanno valore”. Prima di loro, tuttavia, Honoré de Balzac si era interrogato sul significato mai sondato fino in fondo, a suo avviso, del camminare. La sua “Théorie de la démarche” (“Teoria del camminare”) comparve per la prima volta -in cinque puntate- sulla rivista L’Europe Littéraire nel 1833. Come ha sottolineato la storica della letteratura francese Chiara Pasetti, non casualmente Balzac allora stava lavorando a una delle sue opere d’elezione, la storia intellettuale di “Louis Lambert”, romanzo mistico, filosofico e profondamente rivelatore del suo pensiero più nascosto, in cui il suo realismo visionario tocca le vette più alte, e che egli riprenderà ancora nel 1836 e nel 1842.

Forse per distrarsi dagli incubi e dalle visioni del geniale e infelice Lambert, che farà sprofondare al termine della sua avventura nelle tenebre della follia. Infatti, nella “Teoria del camminare”, a un certo punto, scrive che egli si trova esattamente “nel punto in cui la scienza collima con la follia”, e che soltanto un uomo sufficientemente audace, che senza timore sfiora “la follia e la scienza”, poteva elaborare teorie sulle andature umane. E forse per liberarsi dagli spiriti evocati da Emanuel Swedenborg, genio (maligno) ispiratore del romanzo, Balzac passeggiava, e come tutti i grandi maestri dell’Ottocento francese osservava, per poi trarre dalle sue osservazioni materia di studio e di riflessione.

Partendo dall’assioma per cui “la camminata è la fisionomia del corpo”, Balzac indaga tra i pensieri più segreti, le emozioni più nascoste, che si rivelano all’occhio esperto di chi sa osservare l’andatura del “marcheur”. Abituato a non vedere nella gente altro che “dei libri da scrivere”, egli, aspettando una carrozza, guardava “spensierato” le varie scene che gli passavano davanti agli occhi, quando vide un uomo che cadde a terra e per mantenere l’equilibrio si appoggiò a un muro. Preso dall’esaltazione che deriva da ogni grande scoperta, tra l’ironico e l’epico dichiara che “l’arte di alzare e abbassare il piede, per essere compresa, richiede una scienza capace di differenziare il movimento dei “tipi umani” sulla base dei mestieri, delle classi e delle convenzioni sociali.

Anche il “flâneur” (chi bighellona) è un accanito camminatore, come il protagonista di uno straordinario racconto dello scrittore svizzero Robert Walser, “La passeggiata” (1919). Mentre il drammaturgo austriaco di origine boema Rainer Maria Rilke lo aveva ritratto, nei “Quaderni di Malte Laurids Brigge” (1910), come un errabondo inquieto e tormentato, in preda a un delirio allucinatorio, che si aggira nei labirinti di una Parigi infernale e sotterranea, che puzza di unto, di patatine fritte e di angoscia.

Non meno inquietante è “Il signor A.G nella città di X” (1963), il romanzo distopico di Tibor Déry, geniale e amara denuncia del regime sovietico.L’avventura di A.G. comincia col suo viaggio in direzione di X per lasciarsi alle spalle il mondo borghese. Prima attraversa una landa desolata, poi una distesa di ferraglia d‘ogni genere, teatro di battaglie passate, oltre la quale avvista la periferia della città composta da edifici diroccati e palazzi in rovina. Giunto al centro di X, il paesaggio non cambia: mucchi di detriti, vie interrotte, case vuote e squassate. Si inoltra quindi lungo una strada

diritta e lunghissima. Il panorama è sempre lo stesso: qualche edificio è in piedi, molti sono crollati, alcuni sono in costruzione ma non ancora finiti. Un ambiente anonimo e senz’anima, dove domina l’incuria e si vive nella penombra. È una società in cui cittadini sono infelici ma appagati, demente, dispotica, allucinata, immatura, retta dalla speranza della fine fisica come liberazione estrema.

Una delle ultime opere degne di menzione della letteratura novecentesca della “flânerie” è probabilmente la “Trilogia di New York” di Paul Auster (1985-1987), in cui il protagonista, anch’egli un passeggiatore solitario, si trasforma in un detective alla ricerca del senso della vita in una metropoli surreale e alienante.

Ma, oggi, esiste la figura del “flâneur”? Il suo erede moderno è stato individuato nel “cyberflâneur”, il solitario navigatore della Rete che guarda con distacco il multiforme spettacolo della realtà virtuale, mosso da quel voyeurismo che costituisce la cifra del mito del “botanico da marciapiede” (copyright di Baudelaire). Ebbene, è probabile che Internet ci abbia reso un po ’vagabondi, esploratori di territori non battuti. Riflettiamo però su un punto. Mentre agli albori della cultura digitale si credeva che una maggiore trasparenza e più ampie chance di partecipazione al gioco della comunicazione avrebbero dato un colpo decisivo alle concentrazioni di potere e ai vertici di gestione delle conoscenze, adesso sappiamo che il flusso delle informazioni è governato da pochi gruppi dominanti. Un oligopolio che può decidere la sistematica violazione della verità fattuale, rendendo difficile lo smascheramento del falso.

Buona passeggiata a tutti.


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4 pensieri su “Contro l’overtourism, elogio della passeggiata solitaria

  1. Maria Nadia dice:

    Je suis terrassée…
    Prima di tutto dalla tua sconfinata cultura (chapeau),
    e poi dal fatto che non cammino più, né in solitaria né in compagnia.
    Per cui ho letto questo articolo come una condanna.
    La prossima volta, ti prego, fai l’elogio della sedentarietà ?
    Nadia Mai

  2. ginocd41a7e1641 dice:

    da esperto del settore (dove lavoro da quasi 50 anni), fui tentato di dire la mia sull’overturism. Poi sono stato travolto filosofi poeti e camminatori, e con le pive nel sacco vado a farmi una passeggiata (di cui sono buon sostenitore).

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