Economia e Mercati
Nel mutismo generale la produzione industriale italiana continua a sprofondare
Dopo 22 mesi, vissuti con il segno meno era inevitabile che prima o poi la slavina prendesse le sembianze della valanga. E così è stato: la produzione industriale lo scorso anno ha subito un crollo del 7 per cento. Nel settore dell’auto siamo scesi ai livelli


Dopo 22 mesi, vissuti con il segno meno era inevitabile che prima o poi la slavina prendesse le sembianze della valanga. E così è stato: la produzione industriale lo scorso anno ha subito un crollo del 7 per cento. Nel settore dell’auto siamo scesi ai livelli del 1957. A soffrire insieme al mondo dell’auto c’ è la moda. Ma la crisi ha colpito un po’ dappertutto nel nostro settore manifatturiero. A malapena si è salvato il comparto dell’alimentare.
Se a questa cattiva notizia sullo stato di salute della produzione industriale aggiungiamo la mazzata che Trump sta per assestarci con i dazi siamo davanti a quella che oggi è di moda definire una tempesta perfetta. Per avere un’idea su quanto potrebbero farci male i dazi americani bastano questi dati: il fatturato annuo complessivo dell’Italia si aggira sui 1200 miliardi di euro.
Di questi ben oltre la metà sono frutto delle nostre esportazioni, con la Germania come prima destinataria delle nostre merci e gli Stati Uniti immediatamente dopo, al secondo posto. Se poi ci illudessimo di ottenere un qualche trattamento di favore da parte di Trump, la scoppola dei dazi ci arriverebbe comunque per via traversa da Berlino al quale siamo legati anche come fornitori. Ne sono un esempio i guai che sta passando la nostra componentistica presente in tutte le auto tedesche. E inoltre proprio ieri Trump ha anticipato che andrà giù con la mano pesante proprio sul settore dell’auto.
Di fronte a questo scenario da brividi che cosa ci saremmo aspettati? Un grido di allarme del governo, un sussulto dell’opposizione, una chiamata alle armi della Confindustria, una levata di scudi dei sindacati. Che cosa è invece accaduto? Nel giorno in cui il “Sole24Ore” ha giustamente aperto il giornale con il titolo a tutta pagina “La produzione torna a livello Covid”, il presidente della Confindustria Emanuele Orsini era impegnato a il Cairo con il ministro dell’ Istruzione, Giuseppe Valditara, per gettare le basi di un avviamento professionale in loco, (guidato dagli italiani) di giovani egiziani che in futuro potrebbero avere accesso nel nostro Paese grazie alle competenze acquisite in casa loro dagli esperti inviati dall’Italia.
Intendiamoci, questa operazione del governo in Egitto (ma con il proposito di estenderla anche a Tunisia, Etiopia, Algeria, Marocco) è senz’altro positiva, anche se i risultati non li vedremo domani. Ma possibile che dal Cairo non sia uscita nemmeno una parola dal connubio Confindustria-Governo (stando alla corrispondenza dello stesso “Sole 24Ore”) sul crollo della produzione industriale italiana?
Stesso mutismo anche da parte dei sindacati. Su questo fronte siamo addirittura al paradosso: davanti ad una crisi annunciata da ventidue mesi, che potrebbe rivelarsi drammatica per il mondo del lavoro qualora non si introducessero soluzioni, il sindacato che fa? Si spacca in due, da una parte Cgil e Uil, dall’altra la Cisl. E su che terreno avviene la spaccatura, oltre che su alcuni contratti pubblici sui quali si erano già divisi? Su una legge presentata dalla Cisl (forte di 400mila firme) e fatta propria dal governo, che sta per avere il via libera dal Parlamento una legge che prevede la partecipazione (volontaria e non obbligatoria) dei lavoratori nei Consigli di amministrazione delle fabbriche. Vale la pena di spendere due parole su questa legge che ha diviso il sindacato in due tronconi.
L’ingresso dei lavoratori nella stanza dei bottoni delle aziende ha una gestazione molto lunga, risale addirittura al fascismo. La promulgò Benito Mussolini, con il titolo “Consigli di fabbrica”, durante la repubblica di Salò: un po’ per rispolverare i suoi trascorsi socialisti, un po’ per fare dispetto agli industriali dai quali si sentiva tradito. Finita la guerra e cambiato il regime, Palmiro Togliatti rispolverò i “Consigli di fabbrica” mussoliniani e socialistoidi in alcune occasioni, ma dopo sporadici esperimenti li confinò in un cassetto e se ne dimenticò. Ecco invece che, riveduti e corretti, ma soprattutto non obbligatori, rispuntano con la Cisl e con una benedizione di Giorgia Meloni alla quale evidentemente hanno ricordato qualcosa.
“L’obiettivo è riconoscere ai lavoratori un ruolo centrale nelle scelte delle aziende sotto il profilo organizzativo, di governance, finanziario e consultivo”, ha spiegato Luigi Sbarra prima di lasciare il posto di Segretario generale della Cisl a Daniela Fumarola.
Di tutt’atro avviso Maurizio Landini che ha bocciato con sdegno il progetto della Cisl, prima giudicandolo un bastone messo fra le ruote della contrattazione, poi accusando i dirigenti del sindacato un tempo unitario, e ora avversario, di averlo scritto sotto dettatura della Confindustria e di Giorgia Meloni. Naturalmente le repliche non hanno tardato a farsi sentire: “Landini trasforma il sindacato nel surrogato di un partito”, il rimprovero di Luigi Sbarra al Segretario della Cgil.
Intanto la presidente del Consiglio definiva tossica la politica sindacale della Cgil. Poi, tanto per completare il quadro, Landini rimandava al mittente l’insulto affermando che ad intossicarlo sono alcuni personaggi con il quali è costretto ad avere a che fare, con un’allusione evidente a Palazzo Chigi.
Queste sono le condizioni ambientali in cui si muovono parte dei protagonisti ai quali spetta il dovere di cominciare ad occuparsi seriamente di una crisi industriale che potrebbe diventare sistemica. Rivolgiamo allora lo sguardo ad un altro cast di attori certamente non meno di prima fila: gli imprenditori, gli industriali.
C’è voluta il tentativo di truffa ordito ai loro danni da banditi che si sono serviti della voce contraffatta del ministro Crosetto per vedere sfilare insieme i nomi altisonanti di alcuni di loro: i Moratti, i Beretta delle armi, gli Aleotti dei farmaceutici, gli Armani e i Bertelli della moda. Purtroppo, sono stati messi sotto i riflettori loro malgrado da inconsapevoli vittime, ma il risalto dato ai loro nomi è servito a ricordarci che le grandi famiglie dell’industria italiana ci sono e contribuiscono a tenere in piedi la baracca.
È per questo, per la loro capacità di essere ben saldi sulla cresta dell’onda, che vorremmo sentire cosa pensano di questi passi indietro dell’industria italiana. Crediamo che tutta l’Italia ascolterebbe con estremo interesse il parere in proposito di due giganti, quello di Giovanni Ferrero che è arrivato con Nutella e gelati ad un fatturato di 18,4 miliardi con undici stabilimenti sparsi per il mondo; come quello di Francesco Milleri, ex braccio destro di Leonardo Del Vecchio e ora a capo Essilor Luxottica il cui valore in tre anni è raddoppiato raggiungendo i 60 miliardi.
Milleri è sarebbe il più adatto a dettare le strategie per il cambiamento a cui è chiamata l’industria italiana se vuole mantenere le posizioni conquistate negli ultimi anni e ritrovare nuovo vigore. A fianco di Leonardo Del Vecchio, e poi come leader, Francesco Milleri ha trasformato il successo nell’occhialeria di Luxottica in un prototipo mondiale di tecnologia, mettendo insieme un prodotto tradizionale come gli occhiali con le funzioni più avanzate ottenute attraverso l’intelligenza artificiale
A partire dalla novità degli occhiali che incorporano un apparecchio acustico: “ La nostra sfida è costruire la piattaforma dei servizi futuri in cui tutto è destinato a confluire, fino a sostituire anche gli smartphone. Nel giro di pochi anni, per esempio, l’occhiale potrebbe diventare strumento di guida delle auto e gestire la domotica in casa”, dice Francesco Milleri con un fatturato di 26,5 miliardi.
Tutto questo per dire che gente in Italia in grado di suggerire le mosse che ci vorrebbero. Veniamo invece, per completare lo scenario, alla politica. Il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, dopo giorni di silenzio sull’argomento industria, finalmente si è fatto sentire, Per dire cosa? Soprattutto per rimandare la palla nel campo della UE e della sua transizione ecologica messa al centro di tutti i mali.
Non che Urso, da questo punto di vista, abbia tutti i torti, Ma su come uscirne, salvo forse avere trovato un nuovo padrone all’Ilva e ripreso il dialogo con Stellantis, nemmeno una parola. Soprattutto Urso non pronuncia mai la parola “intelligenza artificiale”, cioè il nome di quella trasformazione epocale che basterebbe guardare a quanto sta facendo in Essilor Luxottica per capire di che cosa possa essere capace.
E invece in Italia ne parliamo solo astrattamente senza chiederci a che punto è nelle nostre Università, quali sono i risultati già raggiunti dalle nostre start up, che pure ci sono. Nel mentre, fortunatamente l’Europa si è svegliata e ha messo a disposizione 200 miliardi (contro i 500 di Trump) e la Francia, da sola, ne ha destinati oltre 100. E l’Italia? Non pervenuta.
Infine, sulle reazioni al crollo della produzione industriale, vale la pena di citare Carlo Calenda che ha invocato, sul tema, una condivisione di intenti fra maggioranza e opposizione di quella messa in atto in queste ore da Giorgia Meloni ed Elly Schlein per trovare i quattro giudici mancanti della Corte costituzionale. A Roma direbbero “Calenda c’è o ci fa?”.
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dopo “tutto questo per dire che” manca un “c’è”. Però è irrilevante. La situazione è quasi drammatica, e a me pare che l’iniziativa della CISL sia almeno un tentativo di fare scorrere acqua nel pantano. Non per caso il patto (similare se non ricordo male) patrocinato in Germania da Schroeder nel 1999 portò a 20 anni di dominio globale dell’industria tedesca
Però meloni e il suo governo vengono raccontati come occasioni di successo per l’ Italia. Ai tavoli dove si discuteva dei ” fatti” decisivi del nostro futuro- A.I. e Monaco- il paese era rappresentato da figure irrilevanti. Forse non a caso