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La grazia e lo stile di quattro donne straordinarie

Ritratto di Rita Levi-Montalcini accanto a un microscopio, simbolo di eccellenza scientifica e grazia intellettuale

Stile, moda e costume

La grazia e lo stile di quattro donne straordinarie

Classe è una parola che ha molte accezioni e assume significato se aggettivata o dal contesto in cui viene usata. C’è la classe come aula di una scuola, o identifica il livello del corso di studi, o ancora il tipo di confort in treno, in aereo,

Ritratto di Rita Levi-Montalcini accanto a un microscopio, simbolo di eccellenza scientifica e grazia intellettuale
Stefano Piperno15/02/2025Aggiornato 27/05/20259 min lettura1.775 parole

Classe è una parola che ha molte accezioni e assume significato se aggettivata o dal contesto in cui viene usata.

C’è la classe come aula di una scuola, o identifica il livello del corso di studi, o ancora il tipo di confort in treno, in aereo, su una nave da crociera, quella di merito nelle polizze RCA, ma anche l’appartenenza ad un gruppo sociale.

Solo in un caso, cioè l’espressione “di classe” ha un significato compiuto che definisce tout court il soggetto di cui si parla; in questa sede si tratta di persone, naturalmente essendo d’accordo su chi meriti tale definizione, il senso comune la attribuisce a chi mostra empatia, educazione, savoir-faire e anche cura nel vestire.

Però c’è un quid di indefinibile, un elemento in più immateriale, come un alone invisibile che circonda chi veramente lo è; per esemplificare la scelta è caduta su quattro donne italiane di epoche e attitudini diverse che per il loro stile personale e di vita meritano il riconoscimento di persone di gran classe.

Palma Bucarelli, di algida avvenenza e sofisticata eleganza, nata a Roma, figlia di un viceprefetto e moglie del giornalista e scrittore Paolo Monelli, fu la storica sovrintendente e direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma dal ‘41 al ‘76.

Conseguita la maturità classica al prestigioso liceo Ennio Quirino Visconti, si laureò in lettere all’università romana della Sapienza, dove fu allieva di Adolfo Venturi ed ebbe come compagno di studi il futuro grande critico Giulio Carlo Argan con cui partecipò e vinse il concorso per Ispettore alle Antichità e Belle Arti, indetto dal Ministero dell’Educazione Nazionale nel 1933, entrando nell’amministrazione dello Stato a 23 anni, assegnata alla Galleria Borghese.

Dopo vari incarichi, nel luglio del ‘41 assunse la direzione della Galleria a Valle Giulia, nel ‘43; quando Roma fu occupata dai tedeschi, si impegnò meritoriamente per mettere in salvo le opere ospitate nel museo, minacciate dalle fameliche ruberie naziste e da eventuali bombardamenti alleati.

In modo rocambolesco dipinti e sculture furono occultati parte a Castel Sant’Angelo e parte nel Palazzo Farnese di Caprarola in provincia di Viterbo.

Grande sostenitrice di astratto e informale, ha regnato per un trentennio con mano ferma e spirito inflessibile nel mondo dell’arte, quasi identificando la Galleria con sé stessa, divenendone riferimento a livello mondiale.

La tenace indipendenza nel difendere la sua visione critica la mise in rotta di collisione persino col mondo politico, tanto che nel ‘59 una mostra di opere di Alberto Burri provocò un’interrogazione parlamentare tra aspre polemiche.

Ma fu anche molto aperta nei confronti degli artisti che operarono durante il ventennio fascista, sua infatti è la prima mostra del futurista Giacomo Balla negli anni ‘60.

La sovrintendente era al centro del milieu culturale romano, rispettata, ammirata, ma anche odiata, della sua eleganza si può aggiungere che il suo fastoso guardaroba è esposto al Museo Boncompagni Ludovisi per le arti visive, mentre alcune opere che possedeva, tra cui dei dipinti che la ritraggono, omaggio di artisti famosi, sono state donate alla Galleria con lascito testamentario.

Una considerazione semiseria: a volte un nome è il viatico per il successo, Palma Bucarelli è fantastico, nobile, austero, con un nome più comune e plebeo avrebbe avuto quel ruolo nella vita?


Rita Levi Montalcini, nata a Torino in una famiglia ebraica, padre ingegnere elettrotecnico, la gemella Paola nota pittrice, ha ricevuto il premio Nobel per la medicina nel 1986 per i suoi studi sul “fattore di crescita delle cellule nervose” e nel 2001 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi l’ha nominata senatrice a vita.

Era una donna minuta con occhi sfavillanti, dal sorriso bonario, che incedeva a piccoli passi rapidi, sempre abbigliata con proprietà in fogge datate, da anziana la sua folta candida capigliatura era sempre acconciata in modo che non vi fosse un capello fuori posto.

Ma dietro quell’immagine di nonna borghese, si celavano una volontà ferrea e una inesauribile capacità di lavoro, temprate dalle temperie della vita, scandite dalla campagna razziale e la fuga all’estero per sfuggire alla morte in un lager.

Si laureò a Torino nel 1936 in medicina e chirurgia con 110 e lode, avendo per colleghi altri due futuri premi Nobel: Salvador Lauria e Renato Dulbecco, tutti allievi del professor Giuseppe Levi, padre della scrittrice Natalia Levi Ginsburg.

Conseguita la specializzazione in neurologia e psichiatria, nel gennaio del ‘38 divenne assistente volontaria nella clinica di malattie nervose e mentali della sua città, ma nell’autunno dello stesso anno venne sospesa a causa della promulgazione delle leggi razziali, fu poi riammessa, perché già laureata, potendo completare il corso, ma negandole la borsa di studio cui aveva diritto.

Tra il ‘39 e il ‘43 Rita e la sua famiglia vissero le terribili disavventure di molti ebrei: fuga in Belgio, ma dopo l’occupazione nazista del paese, rientro precipitoso in Italia con destinazione Firenze ospiti di amici, dovendo poi cambiare abitazione molte volte per sfuggire alla cattura.

Malgrado le difficoltà aveva caparbiamente continuato studi approfonditi sul sistema nervoso, nel’46 il biologico chimico Viktor Hamburger, suo ispiratore con una pubblicazione del ’34, la invitò in America, dove pensava sarebbe rimasta pochi mesi e non trent’anni.

Tornata in Italia, con il suo accento torinese contaminato da anni di inglese, ha continuato i suoi studi, rinunciando a costruirsi una famiglia e mettere al mondo dei figli.

È mancata a 103 anni, accettando con pazienza la cecità causata da macolopatia.

Quando compì 100 anni ebbe a dire: “Il mio corpo faccia quel che vuole, io sono la mente”.

Se non è classe questa!


Fabiola Gianotti, figlia di un geologo astigiano e una letterata siciliana, è nata a Roma, ma a sette anni si è trasferita a Milano con la famiglia, frequentando il liceo classico dalle Orsoline.

Attratta dalla fisica leggendo opere su Marie Curie e Albert Einstein, si è iscritta all’Università Statale di Milano, nella quale si è laureata in fisica sub-nucleare, ma il premio Nobel assegnato a Carlo Rubbia la spinse ad ottenere un dottorato di ricerca sulle particelle elementari.

Fin qui gli inizi di questa signora, che ha la tipica aria professorale, fissata nella mente di ognuno di noi, è magra, con lineamenti regolari, veste in modo a volte austero, altre sbarazzino, ma soprattutto ha avuto il tempo e la volontà di diplomarsi in pianoforte al Conservatorio di Milano.

Sentirla suonare brani classici è un piacere, perché è praticamente professionale, però ama il ballo, insomma la stessa dicotomia degli abiti, segno di grande vivacità intellettuale e curiosità, perfette per una fisica sperimentale.

Terza manifestazione della sua inclinazione agli opposti con cui convivere soavemente: é credente, nella convinzione che la scienza, che pure è la sua scelta di vita, non sia in grado di dare tutte le risposte, scorgendo nella natura una semplicità armoniosa e ineffabile.

Come Rita Levi Montalcini è nubile, la dedizione comporta delle rinunce, però mai dire mai.

La carriera della professoressa Gianotti decolla nel 1987 quando entra a far parte dell’equipe di ricerca del CERN a Ginevra dove agisce il Large Hadron Collider situato a 100 metri sottoterra, la cui circonferenza di 27 km. lo rende il più grande del mondo.

Del CERN Fabiola Gianotti è stata eletta due volte coordinatrice di vari esperimenti dai colleghi che vi lavorano, oltre 3000 provenienti da 38 paesi, dal 1999 al 2003 e dal 2009 al 2013, divenendo poi direttrice generale nel 2016.

In qualità di portavoce del progetto ATLAS, il 4 luglio del 2012 fu lei ad annunciare al mondo la scoperta di una particella compatibile col bosone di Higgs, anello mancante al completamento della cosiddetta teoria standard.

Si divide tra musica e particelle subatomiche, dirige il più avanzato centro al mondo di fisica sperimentale, ma parla con una semplicità disarmante, un’italiana di prim’ordine di cui essere fieri, visto che le piace, se la incontrassi la inviterei a ballare!


Samantha Cristoforetti è nata a Milano, ma la famiglia è di Malé in provincia di Trento, dove è cresciuta; lei è la dimostrazione lampante della superiorità femminile, basta scorrere il suo curriculum professionale con l’appendice della vita privata.

Prima però di snocciolare il suo mirabolante percorso di vita, è bene ricordare i suoi interventi in varie apparizioni televisive in cui sorridente e vestita quasi sempre in divisa, rispondeva con semplicità alle domande degli intervistatori su argomenti complessi riguardanti le sue permanenze nella stazione spaziale internazionale, esibendo la chiarezza di chi ha un’esperienza solida per demolire false credenze e depurare dalla retorica un lavoro complesso, faticoso, ma soprattutto rischioso.

Veniamo al dunque, durante il percorso scolastico, mediante un programma di interscambio culturale, frequenta un anno di scuola in USA alla Saint Paul High School in Minnesota, all’università sceglie ingegneria meccanica, laureandosi a Monaco di Baviera nel 2001.

Nello stesso anno viene ammessa all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, quindi di nuovo in America per conseguire la “combat readiness” necessario ai piloti NATO, al rientro in Italia, tre anni con varie destinazioni come pilota, raggiungendo il grado di capitano.

Però nel 2004 trova il tempo di conseguire la laurea triennale con 110 e lode in Scienze Aeronautiche presso il dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Federico II di Napoli.

Finalmente nel 2009 viene selezionata dall’ESA (Ente Spaziale Europeo) divenendo la prima donna italiana astronauta, dopo cinque anni di addestramento in giro per il mondo dall’America alla Russia, dall’Europa al Giappone, il 23 novembre 2014 parte con il veicolo Sojuz per la prima missione di 199 giorni.

Il 27 aprile 2022 ha iniziato la seconda missione, con il lancio dal J. F. Kennedy Space Center, denominata Space X Crew-4, durante la quale ha effettuato attività extraveicolare e il 28 settembre, prima donna europea, ha assunto il comando della stazione spaziale.

Mentre avvenivano queste quisquilie, ha fatto due figli con il compagno con cui vive in Germania.

Una dimenticanza da colmare parla cinque lingue: italiano (lingua madre), inglese, francese, tedesco e russo, ora sta studiando il cinese nell’eventualità di partecipare a una missione del paese del dragone.

Ignorando il suo QI viene da pensare che sia finta!

Però ci sono alcuni convinti che le donne di classe siano quelle col tacco dodici, il décolleté vertiginoso di un abito firmato e una borsa di Hermès o di Vuitton dal costo con quattro zeri; forse la storia di queste quattro signore non avrà fatto cambiar loro idea.



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