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Ecco perché l’americano medio non vuole più difendere l’Europa

Monumento commemorativo ai caduti americani, tributo a famiglie e vittime delle guerre moderne, simbolo della memoria e del sacrificio USA

Occidente

Ecco perché l’americano medio non vuole più difendere l’Europa

Il dibattito pubblico scatenatosi dopo i viaggi in Europa dei vertici dell’amministrazione USA ha risvegliato una tale ondata di emozioni e paure che ora rischiano di oscurare alcuni aspetti fondamentali riguardo il futuro prossimo della difesa europea. Separiamo per un momento la questione della cosiddetta “pace

Monumento commemorativo ai caduti americani, tributo a famiglie e vittime delle guerre moderne, simbolo della memoria e del sacrificio USA
Pietro Molteni20/02/2025Aggiornato 27/05/20256 min lettura1.190 parole

Il dibattito pubblico scatenatosi dopo i viaggi in Europa dei vertici dell’amministrazione USA ha risvegliato una tale ondata di emozioni e paure che ora rischiano di oscurare alcuni aspetti fondamentali riguardo il futuro prossimo della difesa europea.

Separiamo per un momento la questione della cosiddetta “pace in Ucraina” con concessioni territoriali annesse (la strada è ancora lunga e tutto può succedere), con la questione della sicurezza militare dell’Europa. I discorsi di Vance e Hegseth, che continuano ad indignare, si sono infatti concentrati sul futuro della difesa europea, e non sul futuro dell’Ucraina.

Riguardo questo preciso punto, ciò che è chiaro è che gli USA non garantiranno più la protezione militare all’Europa così come siamo stati abituati a darla per certa fino ad ora. La preoccupazione è giustificata, ed acuita dal fatto che la diminuzione della protezione americana è direttamente proporzionale all’aumento dell’aggressività imperialistica Russa.

I moti di sdegno riguardo il “tradimento dell’Occidente” sono legittimi e sensati dal punto di vista europeo, ma superata la fase dello sdegno e della paura, è necessario passare alla seconda fase, cioè capire perché questo accade, e capire se il processo è reversibile. Solo in questo modo si può passare alla terza fase: l’azione concreta.

Uno spunto interessante per capire il perché della questione lo dà Federico Rampini sul Corriere. Rampini si concentra sull’ingresso dei Millennials nell’amministrazione americana in ruoli chiave; Vance, Hegseth, Michael Waltz, Tulsi Gabbard. Questi personaggi hanno in comune il fatto di essere stati fisicamente in guerra. Sono stati in Iraq ed in Afghanistan, partecipi di una gioventù che ha vissuto sulla propria pelle il moto di rifiuto di un’intera generazione di giovani Americani nei confronti dell’interventismo di Bush.

Questa generazione ha definitivamente capito che il prezzo di fare la guerra in giro per il mondo è troppo alto, psicologicamente e fisicamente, prima che economicamente. Da qui la loro profonda antipatia nei confronti dei neocon (impersonati da Donald Rumsfeld, John Bolton, Mike Pompeo) che da destra portavano avanti l’idea di evangelizzare il mondo attraverso l’azione militare, e dei liberal classici (i Clinton sopra tutti) che da sinistra sostenevano la retorica dell’esportazione della democrazia.

I soldati che hanno perso un braccio o una gamba (è comune vederli nelle cittadine USA, anche molto giovani), o che si portano dietro i traumi psicologici del campo di battaglia, vogliono tagliare i ponti con quel vecchio modo di approcciarsi al mondo. “Interverremo poco, e quando lo faremo picchieremo duro” è stato il mantra che il veterano J.D. Vance ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale. E se lo si farà, in ogni caso, sarà esclusivamente per gli interessi vitali Americani.

Obama è stato l’iniziatore di questo “ritiro dal mondo”, un bisogno invocato a gran voce dalla popolazione. Gli è stato dato un Nobel per questo. Ma c’è un’altra questione da mettere sul tavolo.

Negli Stati Uniti la vita costa tanto. Per quanto sia un paese con un’economia dinamica e favorevole al business, i costi vivi che ogni cittadino affronta quotidianamente non sono minimamente concepibili da un cittadino europeo. I mezzi pubblici, le assicurazioni, i farmaci, i più banali servizi di assistenza fiscale hanno costi inimmaginabili per gli europei.

Le tasse annuali sulla casa superano spesso l’1% del valore dell’immobile (che viene aggiornato ogni due anni). Per non parlare degli asili, della sanità, dell’università, vere e proprie spade di Damocle sulla testa delle famiglie. Il motto “chi non lavora non mangia” è subito chiaro a chiunque metta piede nella società americana, ed è la realtà delle cose a spiegarlo molto bene. Da ciò deriva, da un lato, il coraggio, l’intraprendenza e la voglia di mettersi in gioco degli americani, dall’altro, l’estrema concretezza, l’arroganza, la sbrigatività nell’affrontare questioni delicate.

In sintesi: quando un presidente USA dice che invierà 60 miliardi di dollari all’Ucraina, gli americani sanno che è dei loro soldi che si tratta. Così come sanno che sono loro soldi i miliardi necessari a mantenere truppe ed armamenti in Europa. Aperta una mappa, il Donbass appare un francobollo di terra molto vicino alla bella e ricca Europa, meta di vacanze e di gioie per milioni di americani ogni anno. Un luogo dove si mangia sano, dove ci si può curare di tumore quasi gratis, dove c’è il medico di base, dove ci si può laureare in ingegneria con due soldi (nella più scarsa università americana costerebbe 30.000$ l’anno, più 10.000$ per l’affitto della stanza più economica del campus).

Quegli americani amano l’Europa, non vogliono che Putin minacci i suoi cittadini, ma non vogliono pagare per la sicurezza di chi vive meglio di loro. Provano sicuramente empatia per gli Ucraini, per i loro valorosi soldati, per le terribili immagini della barbarica invasione di Putin, e sono disponibili ad inviare decine di miliardi di dollari degli armamenti più sofisticati. Ma con un regolare contratto di vendita intestato ai paesi Europei.

Ricordiamoci che non è più l’epoca descritta dal film “Il Cacciatore”, dove gli operai di origine polacca danzavano e cantavano le canzoni della loro madrepatria. La grande immigrazione europea è passata da tempo, i legami recisi, e l’empatia pure. Per quanto riguarda le decine di milioni di nuovi americani di origine asiatica o sudamericana il problema non si pone neppure, l’empatia è più forte per l’india o il Messico che per la lontana Europa dei ricchi bianchi.

Tutto ciò dimostra che non possiamo togliere dall’equazione il fatto che la classe politica USA deve rendere conto ai propri cittadini se mandare dall’altro lato del mondo una montagna di soldi delle loro tasse. La parte politica conta poco, passato Trump, un ipotetico presidente ultra-europeista si troverebbe comunque di fronte alla stessa società.

È così anche per Giorgia Meloni, che non può permettersi di pronunciare una frazione del magnifico discorso di Starmer, pena la rivolta dell’opinione pubblica. Fortunatamente, secondo lo stesso principio, un recente sondaggio della CNN dimostra che solo l’8% dell’opinione pubblica USA ha una visione positiva della Russia, e questo fa sperare nel fatto che Putin non potrà uscire vincitore dalla guerra, gli americani non possono sopportare di essere umiliati dalla Russia, e Trump lo sa bene.

Recepiti questi elementi, è chiaro che la situazione non è reversibile. La fase dell’azione è nelle mani degli europei, cioè noi, che dovremo innanzitutto trovare la forza culturale di “prepararsi alla guerra per evitare la guerra” come ha scritto JozeJechich_JJ. Chiunque sarà il loro futuro presidente, gli americani non potranno aiutarci che da lontano, e saranno stati loro a deciderlo.


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6 pensieri su “Ecco perché l’americano medio non vuole più difendere l’Europa

  1. Alberto Hermanin dice:

    condivido l’analisi e anche quanto scrive Massimo Auci. Resta comunque il problema che quel “si vis pacem, para bellum” è un problema politico di prima grandezza, e tutto europeo.

  2. Lucidamente dice:

    This first part of this article is nonsense. The only one talking about possibly sending American troops overseas is one Donald J. Trump, with his imperial delusions of annexing Canada, retaking the Panama Canal, buying Greenland, and occupying Gaza. His attitude towards Ukraine and NATO is dictated first and foremost by his longstanding servility toward Vladimir Putin. https://www.axios.com/2018/07/17/trump-white-house-officials-embarrassed-putin-russia

    Hegseth has enthusiastically defended troops convicted of war crimes https://www.nytimes.com/2024/11/21/us/politics/pete-hegseth-defense-department.html?smid=nytcore-ios-share&referringSource=articleShare while Gabbard has done the same for Bashar al-Assad and Putin. https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/tulsi-gabbard-russian-connection-dni-trump-syria-b2692244.html Their responses to the wars in Aghanistan and Iraq are the responses of crackpots and sociopaths, and are not typical of American public opinion, no matter what Federico Rampini tells you.

  3. Samuele Marinozzi dice:

    Apprezzo molto l’articolo perché offre una “causa” da cui si sta generando questo stravolgimento epocale. Credo però che vi sia qualcosa di più profondo, qualcosa di viscerale che contrasta il vero pro-motore della politica USA degli ultimi (o forse i primi) 200 anni di storia americana: non è che (niente, niente) stanno abbandonando la casa sul colle perché impauriti??

  4. Massimo Auci dice:

    Sono convinto che questa analisi sia corretta, ritengo però che l’analisi fatta da Trump sia carente di alcuni aspetti fondamentali. Trump non può certo sperare di mantenere le sue basi nel Mediterraneo, sarebbe assurdo che dopo un una aperta dichiarazione di disimpegno, che per concretizzarsi deve necessariamente essere associata a un defilarsi dalla NATO, possa ancora arrogarsi il diritto di mantenere basi stabili, tantomeno potrà avere basi USA sul territorio europeo. Se questo non gli è chiaro, occorre che qualcuno glielo chiarisca. Faccia pure accordi in medioriente con chiccesia ma fuori dall’Europa. Questa posizione potrà anche apparire dura, ma dopo un’epoca durata ottant’anni in cui prima giocoforza e poi necessariamente, le truppe e la marina USA hanno partecipato di diritto ad ogni attività di addestramento NATO e di pattugliamento aereo e navale immischiandosi anche nelle scelte politiche dei singoli Stati, ora proprio a seguito di queste affermazioni dovrà ritirarsi, esattamente come ha fatto Biden in Afganistan lasciando liberi i Talebani di recuperare il potere instaurando una dittatura confessionale. Credo che sia chiaro a molti che la Russia di Putin non aspetta altro, sia dal punto di vista bellico sia dal punto di vista politico, ci vuole poco a comprare una manciata di politici europei per sistemarli nei punti giusti del potere. Manovrare le masse poi non è complicato. Questi ultimi tre anni hanno dimostrato come il complottismo sia un passatempo molto diffuso, una sorta di scatola delle costruzioni in cui basta avere i mattoncini giusti per montare qualunque storia. L’Occidente democratico può essere diviso dall’Atlantico ma il modo di pensare deve essere unico come unica è la vera democrazia. Pensare di potersi fare i fatti propri senza ripercussioni nella vita quotidiana è pura illusione. Questo, l’americano medio che non conosce la storia travagliata delle proprie radici europee, non l’ha ancora capito.

    • Samuele Marinozzi dice:

      Quoto pienamente il tuo pensiero e aggiungo che quando (gli americani) se ne renderanno conto, sarà troppo tardi perché saranno oltre il precipizio

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