Unione Europea
L’integrazione Europea fallita sui carri armati può riscattarsi con l’intelligenza artificiale
Verrà un giorno in cui ringrazieremo Donald Trump per avere svegliato l’Europa? Molti lo sognano, ma finora, dai ventisette membri della Ue, oltre alla sorpresa e allo sgomento, poco o niente è uscito per indicare una qualche via d’uscita. Salvo quel primo vagito della Commissione che


Verrà un giorno in cui ringrazieremo Donald Trump per avere svegliato l’Europa? Molti lo sognano, ma finora, dai ventisette membri della Ue, oltre alla sorpresa e allo sgomento, poco o niente è uscito per indicare una qualche via d’uscita. Salvo quel primo vagito della Commissione che ha proposto di scorporare dal conteggio del Patto di stabilità un eventuale incremento di spesa per gli armamenti. Un provvedimento che peraltro ci era stato già imposto dal Presidente degli Stati Uniti quando sembrava che le bacchettate della Casa Bianca dovessero riguardare solo i dazi e gli scarsi investimenti dell’Europa per la propria difesa.
Purtroppo, mentre i gran sacerdoti di Bruxelles stavano smoccolando pensando al portafoglio, Donald Trump ha deciso di aggiungerci un carico da undici: ha infatti abbandonato il randello e imbracciato il bazooka trasformando, attraverso le parole del suo vice e il dietro front sull’Ucraina, quella che ormai tutti si erano rassegnati a chiamare “guerra commerciale” in qualche altra cosa le cui conseguenze al momento è impossibile prevedere. Tanto che è addirittura difficile dargli un altro connotato, se non ricorrendo, come sostitutivi, a sostantivi molto più concreti, come “scontro” o “assalto”.
Aveva già capito come andava a finire Mario Draghi che nei giorni scorsi, dalla tribuna di Bruxelles. ha sollecitato la Ue a fare qualcosa e soprattutto a farlo in fretta: “Agite come un solo Stato”.
l’appello di Draghi, che solo per rispetto dell’ortodossia diplomatica non ha aggiunto “altrimenti finirete schiacciati come una vaso di coccio stretto dal triangolo dei vasi di ferro Usa-Russia-Cina”.
Come hanno reagito i gran sacerdoti della Ue alle minacce di Trump lo ha descritto magistralmente Giannelli sul Corriere della Sera, in una vignetta che li vede allegramente andare ognuno per la propria strada. Né poteva essere immaginabile che quell’ integrazione, che non sono stati in grado di attuare nei decenni passati, potesse essere anche vagamente accennata nel giro di poche ore.
Dunque, dobbiamo rassegnarci all’inazione, all’irrilevanza, se non al caos e alla frantumazione dell’Unione Europea? Una cosa è certa, il recupero non sarà facile anche se la sterzata che arriva da oltre Atlantico potrebbe spingere a superare parte di quelle diffidenze ed egoismi che finora hanno impedito una integrazione compiuta dell’Europa.
Per abbattere alcuni muri, come per esempio la creazione di un esercito comune, non basterà la inattesa spallata americana, ma all’orizzonte ci sono nuovi appuntamenti, questa volta da non mancare, altrettanto importanti del mettere insieme carri armati e missili. Uno di questi appuntamenti lo ha indicato, fra i primi, il premio Nobel italiano per la fisica, Giorgio Parisi.
“L’Europa deve creare un centro di ricerca comune per l’intelligenza artificiale in grado di fare nell’ AI quello che il “Cern” ha fatto per la fisica”, sostiene Parisi che ha inoltre spiegato i motivi e i vantaggi che dovrebbero spingere Bruxelles a non perdere il treno del cambiamento epocale targato AI.
“Il futuro è estremamente difficile da prevedere – ha spiegato Parisi- quello che è certo è che sull’intelligenza artificiale l’Europa non deve essere schiacciata fra Stati Uniti e Cina: è essenziale – ha aggiunto – che in Europa nasca un centro di ricerca pubblico che si occupi dell’addestramento dei sistemi di AI come ChatGpt o DeepSeeK”, e il modello da seguire dovrebbe essere quello del “Cern”, ossia un centro che abbia contributi da parte degli stati Ue e non Ue”.
Giorgio Parisi non ha indicato un obiettivo utopistico o astratto. Un “Cern” per l’intelligenza artificiale ha già una identità e soprattutto un costo: per allestirlo nei primi tre anni ci vorrebbe un investimento di 31, 5 miliardi di euro.
Il piano per la sua realizzazione lo ha messo a punto “l’International center for future generations”, un think tank indipendente di Bruxelles che ne ha dettagliato anche le specifiche voci di spesa (il costo maggiore, circa 13 miliardi sarebbe destinato all’acquisto di superchip Nvidia GB200).
Il documento non prende in considerazione la qualità delle competenze in grado di confrontarsi con le macchine da guerra americane e cinesi, ma in Europa le eccellenze non mancano, a partire dall’ Italia.
Nei giorni scorsi, tanto per fare un esempio, è stato presentato Vitruvio-1, un modello specializzato per aiutare le aziende a risolvere problemi e suggerire soluzioni per problemi complessi, che ha il vantaggio di costare e consumare meno anche di un fenomeno come il cinese DeepSeek, anche se con ambizioni più circoscritte: “Mentre i modelli linguistici di grandi dimensioni sono stati allenati studiando prevalentemente il linguaggio, il nostro modello è più concentrato sulla logica”, ha spiegato Nicola Grandis, il fondatore di Vitruvio-1, dopo aver informato che. sulla scia dell’ AI low cost cinese, l’addestramento di questo modello italiano è costato poche decine di migliaia di euro contro i 6 milioni di DeepSeek.
L’esempio di Vitruvio-1 è uno dei tanti che dimostra come per essere puntuali all’appuntamento con una Europa integrata nell’intelligenza artificiale non sono certo le competenze a fare difetto. Un “Cern” dell’AI come auspicato dal Nobel, Giorgio Parisi, non è quindi solo auspicabile, ma facilmente attuabile. Sempre che l’Europa non preferisca suicidarsi continuando a camminare verso il futuro in ordine sparso. A noi italiani, se si verificasse questo deplorevole destino, potrebbe già andare di lusso se riuscissimo a conservare qualche posizione acquisita cambiando i committenti: il colosso cinese Byd, capo fila dei costruttori di auto elettriche si è già fatto avanti per sostituire Atlantis e l’automotive tedesca
in crisi come acquirente della nostra componentistica. Insomma, sempre appesi alle fortune di altri.
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L’articolo è molto ottimista, alimenta la speranza che qualcosa si muova nelle file asfittiche della UE ma…c’è un però, e pure molto grande, anzi più di uno, secondo mio modestissimo parere, e li peso con una personalissima scala 0-100.
Visione strategica: zero!
Volontà politica: sottozero!!
Capacità industriale: NP per ora. Forse nel breve potrebbero esserci sussulti!
Approccio proattivo + Flessibilità (capacità di reagire tempestivamente con decisioni e programmi realmente fattibili): 1 (pachidermia cronica)!
Capacità di pensare “Joint Effort”: sulla carta anche 80, nella realtà 10-20!
Soldi: 90 ma forse ci ritroviamo con lacci e lacciuoli che impediscono di spenderli.
Mi scuso per la volgarità ma a ben vedere, la situazione potrebbe essere riassunta dal proverbio […] chi vive sperando muore cag…do […]