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Ma lo stile cos’è?

Clint Eastwood in una scena iconica di uno spaghetti western di Sergio Leone, esempio di stile cinematografico unico e riconoscibile.

Stile, moda e costume

Ma lo stile cos’è?

Quando ho iniziato con una certa improntitudine a tenere per InOltre la rubrica settimanale sullo stile, non mi sono preoccupato di definirlo. Sinteticamente si può dire che lo stile attiene ad ogni attività umana, sia fisica che intellettuale, le cui caratteristiche fondamentali sono tre: l’unicità, la

Clint Eastwood in una scena iconica di uno spaghetti western di Sergio Leone, esempio di stile cinematografico unico e riconoscibile.
Stefano Piperno15/03/2025Aggiornato 23/05/20255 min lettura938 parole

Quando ho iniziato con una certa improntitudine a tenere per InOltre la rubrica settimanale sullo stile, non mi sono preoccupato di definirlo.

Sinteticamente si può dire che lo stile attiene ad ogni attività umana, sia fisica che intellettuale, le cui caratteristiche fondamentali sono tre: l’unicità, la riconoscibilità e la continuità.

Mentre pensavo all’argomento, mi è tornato in mente quello che affermò mio figlio Alessandro, scrittore, durante una conferenza in cui metteva a raffronto gli stili di Flaubert e Stendhal, il puntiglioso e certosino perfezionismo del primo e la trasandata imperfezione del secondo, il che ha permesso comunque di produrre due capolavori immortali quali Madame Bovary e La Certosa di Parma.

In quella occasione definì lo stile la “voce” che riconosci, ma ancor più il “passo” di una persona nel corridoio che annuncia chi sta arrivando prima ancora di averlo davanti.

Poi riferendosi a sé stesso, chiarì quale fatica tecnica ed espressiva lo avesse portato, dopo gli esordi un po’ faticosi, a trovare uno stile riconoscibile da offrire ai propri lettori.

Questo è valido per tutte le attività umane: il modo di giocare di Maradona non era quello di Pelé, pur essendo i due massimi fuoriclasse del calcio, il che dimostra che la tecnica è una componente fondamentale dello stile, ma non è lo stile.

L’istinto è un altro elemento che entra in gioco: c’è chi impiega tempo a scegliere gli abbinamenti di abito camicia e cravatta, per poi ottenere un risultato piatto e mediocre e chi con fare sicuro trova il mix perfetto in un attimo.

In termini di capacità espressive che producono uno stile basta pensare ai supremi del barocco Bernini e Borromini, diversissimi e portatori di reciproco odio, ma quale patrimonio di bellezza ci hanno lasciato.

Nota è la diceria secondo cui la statua raffigurante il fiume Nilo della fontana dei Quattro Fiumi di Bernini, al centro di Piazza Navona, ha il braccio proteso a coprirsi dalla vista della dirimpettaia chiesa di Sant’Agnese in Agone, opera di Borromini, anche se alcuni sostengono che il gesto alludeva invece al fatto che al tempo le sorgenti del Nilo fossero ignorate.

Credo che un esempio completo di come nasca uno stile possa essere rappresentato in tutte le sue componenti dall’invenzione di quello conosciuto come lo “spaghetti western” del regista Sergio Leone, poi imitato, spesso in modo volgare da altri, per meri motivi di cassetta.

Bisogna partire dal sogno abbinato a una buona dose di autostima, tanto occorreva per pensare di poter innovare il modo di raccontare l’epopea del far west selvaggio, appannaggio esclusivo di autori americani che giocavano in casa loro ed avevano codificato la narrazione stereotipando personaggi, luoghi e persino le colonne sonore, senza negare che un bel numero di pellicole sono dei capolavori.

Infatti, il primo western di Leone “Per un pugno di dollari” fu spacciato per americano, mostrando nei titoli di testa dei nomi di fantasia in inglese, diversamente il film non avrebbe avuto alcuna credibilità.

Le peculiarità dello stile di Leone, rispetto al western classico americano, sono da ricercare nei movimenti di macchina: l’uso innovativo e ossessivo dei primi piani o l’inquadratura di un oggetto apparentemente insignificante, i lunghissimi piani sequenza, spesso senza personaggi e con la colonna sonora ad altissimo volume che accompagna la scena, le riprese in campo lungo e dall’alto.

Tutto questo definisce il contesto in cui si svolge la storia, in modo più letterario di quanto appaia negli originali, tutti, salvo eccezioni, concentrati sui personaggi e le loro azioni.

La tecnica usata dal regista italiano, che ha nelle colonne sonore di Morricone un altro elemento di totale originalità, è funzionale al sogno, perché Leone voleva raccontare delle favole con un profondo contenuto anche ideologico, lontano le mille miglia dal western americano.

Infatti, l’unico stereotipo che resta in piedi è quello del buono e del cattivo, qualifica che spesso si rivela durante lo svolgimento della storia e non da subito come nei classici statunitensi.

Il mito della frontiera creato da Leone è sabbioso, polveroso, chicanos e gringos sono amorali e perversi, il male circonda tutto e spesso non ha riscatto, non ci sono nativi americani a fungere da bersaglio delle tute blu yankee, piuttosto soldati messicani comandati da ufficiali nazistoidi e rivoluzionari europei trasmigrati nella prateria o negli squallidi villaggi al confine col Messico.

Naturalmente Leone non è l’unico regista ad avere uno stile unico e riconoscibile al primo impatto, altri anche più grandi di lui meritano una menzione, Claire, Fellini, Bergman, Visconti, Antonioni, Scorsese e via dicendo, con lui mi è sembrato più facile definire lo stile, data l’unicità di genere della sua opera, con la stupenda eccezione del suo capolavoro “C’era una volta in America”.

Lasciatemi concludere con la “voce” di Giacomo Leopardi. I suoi versi e la sua prosa lo hanno reso unico ed eterno, ma a pensarci bene, è una dimostrazione di stile anche il banchista che vi riconosce al bar ogni mattina, vi saluta sorridendo e vi prepara il cappuccino schiumato al vetro senza che glielo chiediate.



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