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Quegli intellettuali severi critici della democrazia ma mansueti con i regimi

Intellettuale promotore del manifesto contro il riarmo in un evento pubblico

Conflitto russo-ucraino

Quegli intellettuali severi critici della democrazia ma mansueti con i regimi

Un amico mi passa il link al manifesto “Scienziati contro il riarmo”, promosso da Carlo Rovelli e Flavio Del Santo. Scommetto con me stesso, prima di leggere, su cosa vi troverò e cosa non vi troverò: si parlerà di un’Europa guerrafondaia, si minimizzerà il militarismo russo,

Intellettuale promotore del manifesto contro il riarmo in un evento pubblico
Alfonso Lanzieri16/03/2025Aggiornato 22/05/20256 min lettura1.120 parole

Un amico mi passa il link al manifesto “Scienziati contro il riarmo”, promosso da Carlo Rovelli e Flavio Del Santo. Scommetto con me stesso, prima di leggere, su cosa vi troverò e cosa non vi troverò: si parlerà di un’Europa guerrafondaia, si minimizzerà il militarismo russo, si ignorerà completamente il tema dei paesi baltici e si concluderà con un pensierino edificante tipo “se vuoi la pace, prepara la pace”. Clicco sul link e scorro i righi: incredibilmente ho azzeccato tutte le previsioni. Cerco le parole “Putin”, “aggressione” e “invasione”: non ci sono. Alla fine, compare il “si vis pacem para pacem”.

Non posseggo arti divinatorie. Ormai gli schemi di ragionamento degli intellettuali antioccidentali, spietati con le democrazie liberali ma critici mansueti dei regimi illiberali, sono consolidati e, confesso, mi annoiano molto. Confesso, ancora, di essermi più o meno divertito a prenderli in giro nel recente passato, qualche volta mi sono perfino indignato. Mi sono spesso chiesto come sia stato possibile che uomini e donne di alto ingegno abbiano negato o minimizzato l’orrore dei regimi totalitari, nazifascisti e comunisti.

Com’è possibile che oggi, persone mentalmente dotate, accusino l’Europa di “furia bellicista” e fabbrichino puntualmente per Putin una serie di attenuanti. Com’è possibile che noti scienziati si astengano sul voto tra democrazie e autocrazie. Com’è possibile che degli accademici scrivano sui social di sentirsi più minacciati da Ursula von der Leyen che da Vladimir Putin (frase che tra l’altro riecheggia l’uscita salviniana “Scambio mezzo Putin con due Mattarella”: peccato che l’accademico auto-percepito di sinistra non lo ricordi).

Oggi, ripeto, tutto ciò mi interessa meno di ieri. Dobbiamo parlarne, certo, magari stigmatizzare, ma senza il cruccio, l’ansia, di voler capire più di tanto dove stia la logica in certe posizioni. A mio avviso, infatti, tutto può essere spiegato a partire dalla differenza tra “pensiero” e “intelligenza”.

Pur conoscendola teoricamente, ho fatto fatica ad accettarla praticamente per molto tempo. Il fatto è che pensiero e intelligenza non coincidono. Se immaginiamo l’intelligenza come un cerchio, questo può avere il pensiero come una sorta di sottile corona esterna, che può comunicare solo debolmente la propria forza al centro della figura. Dribblo subito l’obiezione: cosa intendi per intelligenza e cosa per pensiero?

È molto difficile dare una definizione, eppure spesso e volentieri dobbiamo orientarci nella vita senza riuscire a definire con certezza ciò che maneggiamo. Non posso attendere una definizione di “vita” prima di uscire di casa, né di “amore” prima di chiedere a una donna di uscire: a volte la nave devi costruirla navigando.

Anche se non abbiamo una definizione di intelligenza, la riconosciamo se la vediamo: è più o meno quella capacità di utilizzare in modo appropriato certi mezzi, secondo una logica di causa ed effetto, per raggiungere efficacemente uno scopo. Su questa linea io posso lavare efficacemente dei piatti, così come posso eventualmente costruire una bomba atomica che funzioni. L’intelligenza è capace di cose enormi e affascinanti.

E cos’è il pensiero? Anche qui, in via approssimativa, potremmo dire che è quel dialogo di me con me, a partire dal quale distinguo, nelle varie situazioni della vita, non ciò che è più utile per giungere a uno scopo, ma cos’è bene e cos’è male in una tale situazione.

Non il “bene” e il “male” in sé: pensare, insomma, significa giudicare autonomamente, nella realtà frammentata e confusa, in modo da porre gli scopi conseguenti. Se non penso, assumo gli scopi di qualcun altro, a mio rischio e pericolo. Talvolta il deficit di pensiero può allargarsi a una buona parte della società e allora sono dolori.

È la grande lezione di Hannah Arendt, la quale, osservando il nazista Eichmann processato per il suo crimine, individuava nella disabitudine a pensare di quel soggetto, la causa dell’incapacità di assumersi la responsabilità dei propri atti, peraltro, tragico a dirsi, tutti intelligentemente efficaci. La stessa filosofa, dunque, ne concludeva, attraverso lunghe e penetranti analisi, che l’attitudine a discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato è strettamente connessa con l’attitudine a pensare: quest’ultima è la premessa di quella.

Questo livello della nostra vita interiore è talmente importante che “l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto (…) nei rari momenti in cui ogni posta è in gioco, è realmente in grado di impedire le catastrofi”. Naturalmente – giova chiarirlo – nessuno sta affermando una continuità diretta tra i volenterosi carnefici di Hitler e odierni opinionisti più o meno famosi, dediti allo strabismo ideologico, ci mancherebbe. Interessa la consonanza della dinamica, estrapolata dai contesti.

È per tutti questi motivi che la capacità scientifica, in qualsiasi campo si esprima, non è sufficiente per fare di un uomo una persona capace di amministrare saggiamente una comunità o di riconoscere un tiranno quando lo vede. Può darsi che il canale del giudizio sia otturato da un pensiero in stagnazione. Ed è per tutti questi motivi che dovremmo forse smetterla di sorprenderci se uno bravo a districarsi in equazioni affrontabili solo da un migliaio di esseri umani nel mondo, o qualcuno che conosce a menadito intere biblioteche di storia, non è capace di vedere che è Tizio che lancia le bombe a Caio, e non viceversa.

Oppure se, assieme all’Ucraina, dà per persa anche la Russia (senza rendersene conto, tra l’altro), dal momento che, rifiutandosi di preferire le democrazie alle dittature (se non astrattamente, s’intende), ha subdolamente deciso che i russi non devono voler vivere in un paese con elezioni decentemente libere e giornalisti decentemente vivi: “Vogliamo essere liberi. Lo pretendiamo. Perché amiamo la libertà quanto voi” ha scritto Anna Politkovskaja, in un libro, “La Russia di Putin”, prima di essere ammazzata dal presidente russo.

Ovviamente l’intelligenza non può mai lavorare in modo totalmente separato dal pensiero, e questo a volte può ammalarsi al punto tale che l’intelligenza costruisce teoremi perfettamente coerenti nella loro logica interna quanto mostruosamente fallaci.

Si tratta, quindi, di due piani del nostro spirito che dovrebbero andare in equilibrio ma non sempre è così, e allora le cose si mettono male. Se è importante occuparsi delle uscite infelici degli ideologi, lo è ancora di più, forse, dedicarsi ad allenare la propria facoltà di giudizio e promuoverla in altri. In altri tempi avremmo detto “coltivare la sapienza”.



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7 pensieri su “Quegli intellettuali severi critici della democrazia ma mansueti con i regimi

  1. Rolando Dubini dice:

    Ah, finalmente un’analisi equilibrata e pacata, priva di generalizzazioni e iperboli! Il signor Lanzieri ci illumina con la sua raffinata capacità di discernimento: chiunque non sia allineato alla narrazione ufficiale non è semplicemente in disaccordo, ma è affetto da un deficit di pensiero, privo di capacità di giudizio e incapace di distinguere il bene dal male. Un vero peccato che il premio Nobel per la filosofia morale non venga assegnato, perché sarebbe un candidato perfetto.

    Si parte, come da manuale, con la solita caricatura dei pacifisti: non parlano mai di Putin, non condannano mai la Russia, ignorano i Baltici (che, evidentemente, devono essere menzionati almeno tre volte per ottenere il patentino di analista geopolitico serio). Certo, perché nel dibattito sulla pace è fondamentale iniziare ogni discorso con un’autocritica rituale e una condanna pubblica del Cremlino, altrimenti si è automaticamente accusati di essere lacchè di Mosca.

    Poi arriva la lezione di filosofia morale: l’intelligenza non basta, serve il pensiero! Un’illuminante scoperta, che lascia solo un piccolo dubbio: il pensiero è tale solo quando coincide con le opinioni dell’autore, oppure si può essere pensanti anche dissentendo? No, perché a leggere il testo sembra che chiunque metta in discussione la strategia attuale – che ci ha portato dritti dritti a una guerra senza sbocchi – sia affetto da una forma di apatia intellettuale. Un pensiero molto democratico, non c’è che dire.

    Ma il vero colpo di genio arriva con l’accostamento tra i pacifisti e Eichmann. Sì, avete letto bene: chi chiede una trattativa invece della guerra ricorda il burocrate nazista che applicava ordini senza riflettere. Peccato che il paradosso sia gigantesco: il vero problema di Eichmann era l’obbedienza cieca all’ordine costituito. Ora, se c’è qualcuno che ripete come un mantra le posizioni dominanti, senza mai osare una riflessione critica, chi è? Il pacifista che solleva dubbi sull’efficacia della guerra infinita o il paladino della linea dura che accusa chiunque osi parlare di negoziato di essere un ingenuo o, peggio, un collaborazionista?

    E infine, la perla: il pacifista non solo è cieco alla realtà, ma addirittura “dà per persa la Russia”, perché non si batte per la democrazia a Mosca. Sì, perché ovviamente il compito dei cittadini europei non è chiedere ai propri governi una strategia che eviti il disastro, ma occuparsi del sistema politico russo, possibilmente con un megafono puntato verso il Cremlino. Curiosamente, nessuno si sogna di applicare lo stesso criterio agli alleati strategici dell’Occidente, che includono meravigliose democrazie come l’Arabia Saudita, ma evidentemente le buone maniere si applicano solo a chi sta dalla parte sbagliata.

    Insomma, il pacifista non è semplicemente una persona che ha una visione diversa del conflitto: è un ingenuo, un illuso, forse un complice, probabilmente un imbecille. Un’argomentazione raffinata e profonda, che eleva il dibattito a livelli di straordinaria maturità.

    Dunque, in questo contesto di pensiero tanto sofisticato, sorge una domanda spontanea: se chi chiede la pace è un illuso e chi cerca il negoziato è un ingenuo, qual è il piano geniale di chi respinge ogni proposta diplomatica? Continuare a mandare armi senza limiti e vedere cosa succede? Prolungare il conflitto a tempo indeterminato sperando che, miracolosamente, Mosca decida un giorno di arrendersi? Aspettare che la Russia si autodistrugga per esaurimento? Un grande piano strategico, senza dubbio.

    Forse, alla fine, il problema non è il pensiero, ma l’arroganza di chi crede di detenere il monopolio della verità e di poter etichettare chiunque dissenta come un incapace. E forse il vero esercizio di pensiero critico sarebbe chiedersi se proseguire su questa strada ci stia davvero avvicinando alla pace o se, al contrario, non ci stia semplicemente preparando alla prossima escalation.

    • claudioottorimnomonnini dice:

      Vede, solo a noi occidentali è concesso il lusso di essere critici verso il sistema, come lei e spesso anch’io, che possiamo discutere ad libitum su ogni bacheca pubblica, o andare in piazza, senza che nessuno prima che sorga il sole venga a prelevarci per portarci in commissariato. Un lusso che fa la differenza tra le democrazie liberali e le autarchie cleptocratiche; un lusso che abbiamo pagato carissimo, 68 milioni di morti, e che ci ha tenuti al sicuro sul divano per quasi 80 anni. Per cui mia madre, partigiana, ha rischiato la vita. Quindi il confronto è su questo: non sul fatto che la realpolitik occidentale sia stata più o meno cinica di quella russa; sappiamo che entrambe lo sono state, che mentre l’occidente vezzeggiava Bin Salman Putin spalmava unguenti sulla schiena di Bashar Al Assad, e così via… Non si parla di quello, ma del fatto che per salvare l’Europa, casa nostra, oggi, tra poco, e quella libertà che abbiamo anche criticare il sistema, bisogna avere la deterrenza che non ci fornisce più lo zio Sam, che se ne esce dalla Nato anche perché Trump è stato eletto con i soldi prima di Bannon e di Putin, nel 2016, e ora anche con quelli delle big Five high tech che non vogliono dipendere dalle decisioni ondivaghe dell’alternanza democratica. L’Europa, casa. ps. un piccolo aneddoto: mia cugina insegnava nella scuola italiana a Mosca quando Putin all’improvviso invade l’Ucraina. Abbiamo una chat tra fratelli, sorelle e cugine, in cui abbiamo cominciato a parlare della cosa, a scambiarci opinioni. A un certo punto Putin emana un “editto” per cui chi chiama “guerra” la “operazione militare speciale” verrà arrestato all’istante per vilipendio alla forze armate. Mia cugina, che tra l’altro in chat aveva testimoniato delle madri col foglio bianco, quelle col figlio al fronte, trascinate via dalla polizia, manda un messaggio che cancella non solo la chat, ma la app di Whatsapp dal telefono. Troppo pericoloso. Ecco il futuro, senza deterrenza, con la trattativa/resa dell’Ucraina.

  2. Maria Nadia dice:

    Aggiungerei che esiste un’intelligenza emotiva che influenza il pensiero.
    Alla fine anche il matematico più brillante, se si lascia sopraffare dal tifo, perde la capacità di giudizio.
    Siamo tutti un po’ tifosi, e io so di avere dei pregiudizi, ma riconoscerlo è già una breccia nel muro dell’ottusitá.

  3. claudio monnini dice:

    Concordo su tutta la linea, e forse questa differenza tra pensiero e intelligenza svela il corto-circuito intellettuale di cui questi signori sono vittime. Io la chiamavo “collegare i puntini”, (o meno), capire le analogie storiche fuori dagli schemi della vecchia guerra fredda e del sessantotto, la somiglianza tra l’invasione della Polonia nel ’39 e quella dell’Ucraina nel 2022, chiedersi perché Putin vada a braccetto con Bannon, Farage, Salvini, Meloni, Orban, i neo nazisti, e non copra invece d’oro, che so, Sanchez, uno di sinistr insomma… cogliere la differenza tra la NATO di oggi, tra poco senza gli USA, e quella di ieri, “yankee go Home”. Ora gli Yankee a casa ci sono davvero andati, e, per fortuna con l’eccezione di Michele Serra e di molti altri, molta sinistra dai capelli grigi non ha ancora capito che l’Europa è sotto tiro, globalmente, come lo erano le polis greche nelle due guerre persiane.

  4. Vincesko dice:

    Infatti, è perdita di tempo discutere con chi è dominato dal proprio pregiudizio. Intellettuale o non. Tant’è che, da quando è scoppiata la guerra in Ucraina causata dall’aggressione imperialistica del sadico dittatore Putin, mi limito quasi sempre a commentare le assurdità dei filoputiniani colti o non con due sole parole: “babbeo/a filorusso/a”.
    Aggiungo che, a mio avviso, al di là della distinzione tra pensiero e capacità logica proposta nell’articolo, la causa efficiente (eziologia) delle loro posizioni assurde, degli intellettuali e non, è sempre l’educazione stortignaccola ricevuta fin dall’infanzia, ragion per cui la spiegazione è essenzialmente psicologica.

    PS: Sono almeno 15 anni che uso appellare quelli di estrema sinistra “ottusi” (=intelligentoni). E ne ho scritto, fra gli altri, in questo post del mio blog, in cui ne ho abbozzato la spiegazione psicologica:
    Post n. 27 del 08-01-2011 (trasmigrato da IlCannocchiale.it)
    Differenza tra ‘destri’ e ‘sinistri’
    http://vincesko.blogspot.it/2015/03/differenza-tra-destri-e-sinistri.html

  5. Luigi Pellicioli dice:

    ” Coltivare la sapienza” . Non è così facile ; tutti noi purtroppo, siamo preda di convinzioni talmente radicate , per via delle quali affrontiamo con stupore la consapevolezza, quando c’è, di aver sbagliato nel giudicare persone o realtà che pensavamo migliori di quanto si siano poi rivelare. Lo dico per esperienza , sbattere contro il muro della ragione può essere salutare, ma fa comunque male , perché implica l’ammettere di aver sbagliato. Non tutti ne sono capaci.

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