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Per non lasciare il mondo nelle mani di un tycoon newyorkese e di un ex ufficiale del Kgb

Stretta di mano tra Donald Trump e Vladimir Putin durante un incontro diplomatico tra USA e Russia

Occidente

Per non lasciare il mondo nelle mani di un tycoon newyorkese e di un ex ufficiale del Kgb

Vietnam, villaggio di My Lai, 16 marzo 1968: una compagnia di fucilieri americani stermina alcune centinaia di civili inermi, soprattutto anziani, donne e bambini. I soldati si abbandonano anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Il comandante della compagnia, il tenente William Calley, fu condannato

Stretta di mano tra Donald Trump e Vladimir Putin durante un incontro diplomatico tra USA e Russia
Michele Magno16/03/2025Aggiornato 21/05/20254 min lettura688 parole

Vietnam, villaggio di My Lai, 16 marzo 1968: una compagnia di fucilieri americani stermina alcune centinaia di civili inermi, soprattutto anziani, donne e bambini. I soldati si abbandonano anche alla tortura e allo stupro degli abitanti.

Il comandante della compagnia, il tenente William Calley, fu condannato nel 1971 ai lavori forzati a vita (pena commutata dal presidente Nixon nella detenzione in un carcere federale). Il massacro di My Lai indignò l’opinione pubblica degli Stati Uniti, che reagì con imponenti manifestazioni di massa per il ritiro delle sue truppe dai territori occupati.

La differenza tra una democrazia e una dittatura sta qui. Anche la prima può macchiarsi di crimini orrendi, ma ha gli anticorpi, a partire da una libera informazione, per contrastare il virus della violenza e dell’infamia. Ma c’è anche un’altra differenza tra allora e adesso. Allora i pacifisti (sia comunisti che cattolici) si battevano strenuamente contro l’imperialismo americano, e chiedevano come condizione della fine della guerra la resa degli aggressori.

Adesso i pacifisti (sia ex comunisti che cattolici) non si battono contro l’imperialismo russo, e chiedono come condizione della fine della guerra la resa degli aggrediti. Insomma, fuori dai denti: il pacifismo religioso dei credenti e quello laico della sinistra parlamentare (e extraparlamentare) italiana è mosso da amore per la pace, oppure da odio per l’occidente?

Nell’ottobre del 1939, Emmanuel Mounier pubblicò sulla rivista Esprit un saggio intitolato “Les Chrétiens devant le problème de la paix”. Edito per la prima volta in Italia nel 1958, è stato appena da Castelvecchi (“I cristiani e la pace”, prefazione di Stefano Ceccanti, introduzione di Giancarlo Galeazzi). Merita di essere riepilogato brevemente il suo contesto, perch“ éde nobis fabula narratur”.

Il 29 settembre 1938 Hitler incontrò a Monaco il premier inglese Neville Chamberlain, il Primo ministro francese Édouard Daladier e Benito Mussolini. Il mattino seguente firmarono un accordo che permetteva all’esercito tedesco di completare l’occupazione della regione dei Sudeti.

Gran Bretagna e Francia comunicarono al governo cecoslovacco che poteva resistere da solo all’invasione nazista o arrendersi e accettare l’accordo. Abbandonata dai suoi alleati, la Cecoslovacchia gettò la spugna rapidamente. Al loro ritorno in patria, Chamberlain e Daladier furono accolti da folle esultanti, convinte che era stato evitato un conflitto militare disastroso con il Terzo Reich e di avere placato le sue ambizioni egemoniche in Europa. Nel marzo del 1939 Hitler ruppe l’accordo annettendosi l’intera Boemia e la Moravia.

Con una palese allusione al “tradimento di Monaco”, il filosofo cattolico francese scrive: “Questo pacifismo, nel settembre del 1938 non aveva a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompessero i suoi sogni di pensionato. […] La pace è compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dagli imbelli […]. E ’forse questo il comportamento che si addice ai fedeli di una religione la cui pietra angolare è costituita da un Dio fattosi uomo sulla terra?”

Sono parole nobili, espressione di un “realismo cristiano” sideralmente distante dal realismo politico esibito da taluni maître à penser domestici. Tuttavia, in queste ore drammatiche Merz non si comporta come Hitler, Starmer come Chamberlain, Macron come Daladier, Meloni -nonostante i suoi equilibrismi dettati dal rapporto con Trump- come Mussolini. Fate presto, però.

Riempite le piazze dei valori e del Manifesto di Ventotene, di idee, iniziative, azioni concrete per non lasciare il destino dell’Europa nelle mani di un tycoon newyorkese e di un ex ufficiale del Kgb.


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Un pensiero su “Per non lasciare il mondo nelle mani di un tycoon newyorkese e di un ex ufficiale del Kgb

  1. Gino Saccioni dice:

    Grande riassunto storico, grande conclusione. Grazie! C’è una parte che io non conosco: cosa successe alle popolazioni dei Sudeti non di lingua germanica? E alla Boemia e alla Moravia? Perché possiamo facilmente immaginare cosa succederebbe alle popolazioni ucraine poste di nuovo sotto il giogo russo: un altro Holodomor magari.

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