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Lo chiamano populismo ma è sociopatia

Manifestanti pro-Trump esultano: immagine simbolo del populismo urlato e della sociopatia politica contemporanea

Italia

Lo chiamano populismo ma è sociopatia

Questa mattina mi sono svegliata con il solito senso di frustrazione. Non l’inquietudine per quanto sta succedendo al mondo, intendiamoci. Gli avvenimenti a cui stiamo assistendo sono talmente estremi, destabilizzanti – e forse, sì, terrificanti – da costringerci a un certo distacco, una corazza di impermeabilità

Manifestanti pro-Trump esultano: immagine simbolo del populismo urlato e della sociopatia politica contemporanea
Alessandra Libutti22/03/2025Aggiornato 20/05/20258 min lettura1.601 parole

Questa mattina mi sono svegliata con il solito senso di frustrazione. Non l’inquietudine per quanto sta succedendo al mondo, intendiamoci. Gli avvenimenti a cui stiamo assistendo sono talmente estremi, destabilizzanti – e forse, sì, terrificanti – da costringerci a un certo distacco, una corazza di impermeabilità emotiva che ci permette di non crollare.

No, la mia è un’altra frustrazione.

È quella per il circo mediatico, per il teatrino globale dove la post-verità regna sovrana e tutto si ribalta: le notizie migliori sono sempre false, le peggiori sempre vere, ogni accordo è carta straccia, ogni promessa un bluff, ogni minaccia puntualmente mantenuta.

È la frustrazione di vedere l’orrore normalizzato, accettato, digerito.

Poi basta guardarsi attorno e la normalità sembra ancora lì, intatta: l’aroma del caffè che invade la cucina, il pianto della neonata nell’appartamento accanto, il martello pneumatico del cantiere dirimpetto e quella quiete innaturale di un Paese che vive come se niente stesse accadendo.

Tutto va avanti. Come sempre.

La mia frustrazione è l’amarezza di vedere la nostra televisione ricalcare i modelli tossici di Washington e del Cremlino. Le stesse post-verità goffe ma pericolose, gli stessi attori prezzolati che occupano da anni gli stessi spazi, sempre più simili a megafoni di una propaganda spicciola, a circuiti chiusi dove si consuma la solita liturgia dell’insulto.

È l’avvilimento per un sistema dove la manipolazione è diventata norma, dove il dibattito pubblico si è ridotto a una messinscena in cui ci si parla addosso e si sputa veleno senza conseguenze. È il disgusto per una catena di bullizzazioni catodiche ben orchestrate, che spaccano la società giorno dopo giorno e che nessuno, ormai, percepisce più come un problema.

La vera frustrazione è questa: l’etica trasformata in un lusso, qualcosa di raro, quasi fastidioso. E in questo vuoto, in questo sfaldamento civile, tutto è tollerato. Ecco, perfino al senato, abbiamo chi dice che non gliene frega un cazzo di quello che dice un senatore. Questo è il livello di abiezione morale e civile raggiunta. Il nulla. Un Paese che ha normalizzato il disprezzo per le regole minime della convivenza civile. Il nulla che avanza, travestito da spettacolo.

L’etica anzi sembra essere diventata un vizio, un tragico orpello di un’umanità debole. In fondo, ce lo ha detto Elon Musk, il nostro più grande limite è l’empatia. Non dovremmo curarci della sofferenza dei nostri simili. Guai a cedere alla ragion pura se il mondo si muove solo a colpi di ragion pratica. 

E così, tutto quello che una volta teneva in piedi la società (seppur nei suoi limiti, macchie e ipocrisie) – l’onestà, il rispetto delle regole, la fiducia nelle istituzioni, il riconoscimento della dignità dell’altro, la correttezza nei confronti dei fatti – oggi viene archiviato come roba inutile, ingenua, infantile. O peggio, pericolosa. Pericolosa perché rallenta il cinismo, ostacola l’efficienza del disinteresse, rappresenta un freno per chi preferisce il pragmatismo spietato. Siamo arrivati al punto in cui il rispetto stesso è visto come un atto sovversivo. Un residuo di un mondo che si vuole superato.

E il tragico è che, almeno qui da noi, non c’è stato neppure un piano. Nessuna strategia sottile, nessuna regia occulta. È accaduto e basta, in modo quasi inconsapevole. Semplicemente per stupidità. E ora c’è chi prova perfino a vendere questa deriva come “onestà”, come se la brutalità e la mancanza di scrupoli fossero il volto sincero di una realtà che prima era solo mascherata dall’ipocrisia. La solita scorciatoia mentale: “è sempre stato così”, come se la rassegnazione bastasse a spiegare tutto.

Ma è un meccanismo tanto mediocre quanto pericoloso. È come sostenere che non ci sia differenza tra chi pensa di colpirti e chi, per “coerenza”, ti spacca davvero la faccia. Come se l’atto violento fosse più autentico solo perché compiuto senza filtri. È la cancellazione di ogni distinzione tra chi, pur sapendo di essere imperfetto, riconosce il valore delle regole, del limite, della morale, e chi invece vive l’assenza di scrupoli come un merito, un tratto di “coraggio”.

Siamo finiti in un cortocircuito in cui l’onestà intellettuale, il rispetto, la capacità di distinguere tra giusto e sbagliato, lecito e illecito vengono, al meglio, relativizzati, al peggio dipinti come segni di debolezza, come ostacoli da rimuovere, vizi da estirpare. La narrazione dominante ha sdoganato l’arroganza, la prepotenza e la mancanza di empatia, al punto da trasformarle in virtù. E il peggio è che questo veleno si è infiltrato ovunque, senza neppure la scusa di un disegno strategico. Solo inerzia, cinismo, mediocrità elevata a sistema. Un cancro che, giorno dopo giorno, ci convince che la ferocia, il disrispetto, l’attacco e l’insulto siano la nuova normalità.

Da Grillo a Farage, da Trump a Meloni, da Salvini a Orban, da Le Pen a Bolsonaro, da Milei a Abascal, fino agli estremisti della nuova destra europea, passando per i Podemos spagnoli, Mélenchon in Francia e certe derive della sinistra radicale che ha imparato ad agitare gli stessi slogan rabbiosi, svuotati di senso.

Tutti uniti, in modi diversi, dalla stessa cifra: la semplificazione brutale, l’invettiva come strumento politico, il disprezzo come linguaggio ordinario. Dal populismo sguaiato dei sovranisti fino alla retorica sterile di certi leader progressisti che, di fronte a un sistema bloccato, si sono arresi alla teatralità dell’insulto. Da destra a sinistra, la regola è una sola: gridare più forte, demolire l’avversario, alimentare il rancore.

Politici e giornalisti, ormai, vanno a braccetto. Non c’è più distanza, non c’è più filtro. Perfino le notizie sono diventate relative. Si può sbattere il falso in prima pagina e nessuno si scandalizza più. È diventato normale. Basta alzare le spalle e dire: “Chi lo decide se è falso?”.

Nel caos costruito ad arte, la realtà non conta più. Conta solo chi ha più voce, chi riesce a sovrastare l’altro. La verità è un’opinione tra le altre, un dettaglio negoziabile. La macchina è rodata: l’errore è strategia, la menzogna è tecnica, la manipolazione è routine. Così l’informazione si appiattisce sullo stesso piano della propaganda, e i cittadini smettono di distinguere tra notizia e narrazione. Tutto galleggia nella stessa melma.

Non importa più il contenuto, ma la forza con cui lo si scaglia contro l’altro. Che sia un post, uno slogan in piazza o una dichiarazione in aula, l’obiettivo è solo uno: occupare lo spazio, schiacciare chi dissente, normalizzare l’aggressività. Così il dibattito politico si riduce a uno scontro da ring, dove l’arte della mediazione è derisa e chi osa ancora parlare di responsabilità o decenza è trattato come un ingenuo fuori dal tempo.

L’etica, ormai, viene trattata come un fastidio. Un impaccio da cui liberarsi per restare competitivi, cinici, vincenti. E nel culto diffuso della ragion pratica, dell’efficienza spietata, l’empatia è bollata come un freno. Ma togliere l’empatia dal quadro non è un esperimento intellettuale: è la definizione clinica di sociopatia.

Un mondo che rinuncia all’etica e alla capacità di immedesimarsi nell’altro è un mondo dove trionfano i sociopatici, gli unici che riescono a raggiungere i vertici del sistema. A chi, per struttura, non ha alcun interesse nel bene collettivo, nessuna cura per la sofferenza altrui, nessun senso di responsabilità verso la società. È un mondo dove il potere e l’influenza passano in mano a chi considera l’altro solo come un ostacolo, una merce, una pedina.

Senza empatia non c’è limite morale, solo calcolo. L’etica, smontata pezzo dopo pezzo e ridicolizzata come debolezza, apre la strada a chi non ha scrupoli. La politica, l’economia, la comunicazione diventano il regno di chi è disposto a tutto pur di prevalere. In un sistema così, la lealtà, la fiducia e la cura per il prossimo non sono solo svalutate: sono considerate errori da eliminare.

Così, normalizzando l’assenza di empatia, abbiamo costruito un habitat perfetto per la sociopatia diffusa: una società che premia la spregiudicatezza e disprezza la responsabilità, che scambia la violenza per efficienza e la freddezza per lucidità. Ed è in questo vuoto morale che si moltiplicano figure tossiche, leader arroganti, manager predatori, influencer senza scrupoli. Non più eccezioni, ma regola.

Mi sveglio, apro i social e mi ritrovo davanti le solite frasi sciatte di Elly Schlein, che sembrano uscite da un quaderno stropicciato di una liceale rimandata a settembre. Slogan stanchi, ripetuti a memoria, senza sostanza, buoni solo a riempire il vuoto. Ripenso al livello infimo raggiunto in aula, tra cartelli esibiti come in una recita scolastica e bagarre parlamentari che rasentano l’assurdo. E intanto la sinistra continua a perdere contatto con la realtà, preoccupata di tutto fuorché di ciò che succede davvero.

Poi mi sintonizzo su Meloni, resisto cinque minuti e spengo. Perdonatemi, ma più di cinque minuti non reggo quell’aria di disprezzo verso chiunque osi dissentire, quella posa da moralista da quattro soldi che pontifica senza conoscere nemmeno le basi del rispetto. Un’arroganza lucida, spacciata per fermezza. È perfetta nel teatrino mediatico italiano, non per governare, ma per godere dell’umiliazione di un’opposizione già in decomposizione. Un’abile avvoltoia che si avventa su una carcassa, perché oltre a quella foga e agli insulti, il vuoto si spalanca. E lei lo sa benissimo.



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3 pensieri su “Lo chiamano populismo ma è sociopatia

  1. blogdibarbara dice:

    E anche oggi ci siano regalati i nostri due minuti di odio.
    Io, comunque, quanto denunciato in questo articolo l’ho visto totalmente realizzato nella precedente amministrazione statunitense, ma di quotidiani minuti dell’odio non ne ricordo. Neanche settimanali.

  2. Giorgio Tortorella dice:

    Mi vengono in mente certe situazioni in cui, a fronte di certe mie osservazioni (parecchio) critiche su certi aspetti professionali che, a mio parere, non andavano per niente bene, alcuni colleghi, guardandomi con un misto di compatimento e ironia, mi dicevano “Eh, ma tu che vuoi?”

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