Politica italiana
Massimo D’Alema, il Donbas e la realpolitik a giorni alterni
Quattro dei nove libri delle celebri "Storie" di Erodoto (?484-?425 a.C.), secondo la divisione dei grammatici alessandrini, sono dedicati a quelle "guerre persiane" che per circa un ventennio videro impegnate le polis greche contro l'immenso impero fondato da Ciro il Grande. Così come sono state interpretate


Quattro dei nove libri delle celebri “Storie” di Erodoto (?484-?425 a.C.), secondo la divisione dei grammatici alessandrini, sono dedicati a quelle “guerre persiane” che per circa un ventennio videro impegnate le polis greche contro l’immenso impero fondato da Ciro il Grande. Così come sono state interpretate e tramandate dallo storico di Alicarnasso, le guerre persiane furono guerre di libertà, condotte da un piccolo popolo contro un potente avversario, e che proprio perché si batteva per una grande causa, la causa della libertà, è alla fine vittorioso. Non a caso Erodoto stabilisce un rapporto diretto tra la fine della tirannide ad Atene e l’aiuto prestato agli Ioni, che stavano per ribellarsi, aiuto che determina l’aggressione degli sterminati eserciti di Dario e di suo figlio Serse.
Ora, non si tratta tanto di giudicare la verità storica di questo racconto, quanto di riflettere sulla storia di un’idea, la cui forza è indipendente dalla maggiore o minore corrispondenza alla realtà dei fatti. Forse chi ha la mia non più verde età ricorda l’evento straordinario di un piccolo popolo che sconfigge un nemico considerato invincibile difendendo la propria libertà. La sua lotta diventò la bandiera dei giovani della sinistra e dei gruppi extraparlamentari italiani durante l’invasione americana del Vietnam.
Molti di quei giovani di ieri sono oggi maturi esponenti dell’establishement mediatico, culturale e poltico. Nulla di male, per carità. Il fatto è che spesso, sui giornali e in televisione, si propongono come campioni di realpolitik, fino a predicare agli ucraini massacrati dalle bombe russe di deporre le armi per evitare ulteriori spargimenti di sangue.
Il campione dei campioni nazionali della realpoltik è, ça va sans dire, Massimo D’Alema. Forse qualcuno ha memoria di una sua intervista al Corriere della Sera di qualche mese fa (16 settembre 2024), in cui ricostruisce il prima e il dopo della guerra in Kosovo (1998-1999). È una preziosa pagina di storia, anche se in qualche passaggio l’allora presidente del Consiglio si descrive quasi come il vero regista dell’intervento della Nato, con Clinton, Blair, Chirac e Schröder a pendere dalle sue labbra.
Ma non è questo il punto. D’Alema ricorda che durante il conflitto nessuno sostenne che la Serbia doveva essere sconfitta: “Noi ripetevamo che la pressione militare era volta a indurre la Serbia a ritirare le sue truppe dal Kosovo e a proteggere la popolazione. Lo spiegai agli americani”. “Se penso a ieri e guardo a oggi -poi si chiede- dov’è finita la politica?”. L’oggi, ovviamente, è la guerra in Ucraina che “nessuno può vincere”. Qual è quindi la via d’uscita, gli domanda Francesco Verderami, la perdita di una parte del suo territorio? Qui casca l’asino: “Ma il Kosovo non era un pezzo della Serbia? A decidere fu il popolo kosovaro. Forse anche ora, sotto tutela internazionale, potrebbero alla fine i cittadini del Donbas a decidere”.
Nonostante la prudenza di quel “forse”, D’Alema dimenticava quanto affermato poche righe sopra, e cioè che il popolo kosovaro potè decidere solo dopo la fine dell’occupazione serba. Inoltre, sorvolava su un piccolo dettaglio, ossia che le regioni del Donbas conquistate sono state annesse da Putin alla Russia. Insomma, la proposta di un referendum senza il ritiro dell’esercito di Mosca e del decreto di annessione del Donbas non era altro che una barzelletta, come gli avvenimenti delle ultime settimane si sono incaricati di dimostrare.
Ma, in fondo, che importa? Come diceva Winston Churchill, “L’abilità in politica consiste nella capacità di prevedere ciò che accadrà domani, la settimana prossima, il mese prossimo, l’anno prossimo. E, successivamente, nell’essere in grado di spiegare perché non è avvenuto”.
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Per la teoria della politica di Churchill, D’Alema sarà impegnato a spiegare per i prossimi 20 anni. Forse non gli basteranno per spiegare “perché non successe” dalla Bicamerale in avanti. Ma ho il sospetto che nella sua teoria politica, invece, il verbo spiegare sia stato sostituito da glissare.