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I pacifinti del Cremlino, gli struzzi ottimisti e i gufi realisti

Forze ucraine in azione durante il conflitto con la Russia

Il dibattito delle idee

I pacifinti del Cremlino, gli struzzi ottimisti e i gufi realisti

Nel confronto che si è recentemente svolto sui media e sui social durante questi tre anni di conflitto in Ucraina si potrebbero distinguere tre posizioni facilmente riconoscibili. Tra queste, le due che risultano manifestamente prevalenti sono quelle dei “pacifinti del Cremlino” e degli “struzzi ottimisti”, mentre

Forze ucraine in azione durante il conflitto con la Russia
Gustavo Micheletti23/03/2025Aggiornato 20/05/202511 min lettura2.204 parole

Nel confronto che si è recentemente svolto sui media e sui social durante questi tre anni di conflitto in Ucraina si potrebbero distinguere tre posizioni facilmente riconoscibili. Tra queste, le due che risultano manifestamente prevalenti sono quelle dei “pacifinti del Cremlino” e degli “struzzi ottimisti”, mentre i “gufi realisti” – dove il termine “gufi” rende conto di come vengono spesso considerati gli “antiputiniani realisti” da chi è solito nascondere la testa sotto la sabbia – rappresentano una assai più esigua seppur variegata schiera, sulla quale ci soffermeremo alla fine della presente disamina.

In questa triade i “pacifinti del Cremlino” sono caratterizzati da una natura particolarmente ipocrita e servile: sembrano infatti ostinarsi a ignorare le modalità tipicamente naziste con cui Putin ha commesso i suoi crimini sulla popolazione ucraina e che a lui dev’essere attribuita la responsabilità della guerra. Questi finti pacifisti opportunisti sono dislocati in varie aree della politica italiana, pur essendo oggi più diffusi a sinistra che a destra. In ogni caso, a prescindere dalla loro eventuale collocazione politica, sembrano far scaturire le loro analisi da due tipi distinti di premesse, quando non da entrambe.

La prima di queste premesse è che la Russia aveva ottimi motivi per intraprendere la sua operazione speciale in virtù delle stesse ragioni a più riprese ribadite da Mosca; mentre il secondo tipo si fonda sull’argomento secondo cuoi l’Ucraina non avrebbe comunque potuto vincere in uno scontro tanto impari e che dunque sarebbe stato meglio accettare subito le condizioni poste da Putin, come per esempio quelle rifiutate – secondo il New York Times su consiglio di Boris Johnson – da Zelensky a Istambul già nell’aprile del 2022. Se i primi, ovvero i sostenitori della piena legittimità dell’operazione speciale, sono apparsi di rado sui media televisivi nostrani, i secondi vi hanno invece trovato spesso condiscendente ospitalità, vuoi sulle reti pubbliche vuoi su quelle private, suscitando grosso modo una pari dose di sdegno e di consenso, a conferma delle indecorose chiacchiere in cui la nostra democrazia sta affogando ogni sera i propri dispiaceri insieme ai propri fondamenti.

Dal canto loro gli “struzzi ottimisti” – che in modo diametralmente opposto ai “pacifinti del Cremlino” hanno invece sinceramente a cuore le sorti dell’Ucraina come di qualsiasi altro popolo libero, e in linea più generale dell’Europa e della democrazia – hanno sempre considerato questi ultimi ciò che in effetti erano quando ripetevano stentoreamente le pseudo-ragioni degli invasori russi, ovvero una specie di via di mezzo tra dei bugiardi cronici e dei pagliacci professionisti. D’altro canto, però, sono sempre stati inclini a imputare alla propaganda del Cremlino ogni argomento che in qualche modo tendesse a sostenere l’impossibilità per l’Ucraina di dare vita a una efficace autodifesa, così da poter scongiurare la propria sconfitta, senza un impegno coraggioso e coerente dei suoi alleati occidentali.

Non solo gli “struzzi ottimisti” hanno infatti sempre considerato l’ipotesi di una simile sconfitta improbabile e remota, ma hanno sempre sottolineato ogni fase e aspetto del conflitto che sembrava andare a favore del paese invaso come se fosse il segnale di una sua imminente vittoria. Ritenendo che l’economia russa stesse ormai per implodere, che i suoi uomini in armi stessero per finire, che le sue stesse armi fossero obsolete e inefficaci, che Putin avesse fallito i suoi obiettivi perché in realtà non era riuscito a prendere Kiev come aveva annunciato in un primo momento e che la sua sconfitta fosse dunque ormai prossima, hanno dato segno, almeno a giudizio dello sparuto gruppo dei “gufi realisti”, di confondere volentieri i loro desideri con la realtà e di ritenere una simile involontaria confusione utile alla causa del popolo ucraino.

Di fronte a cotanto strenuo ottimismo, irriso spesso con sarcasmo fascistoide e cinico dai “pacifinti del Cremlino”, sia da quelli a busta paga sia da quelli free lance, la pur esigua truppa dei “gufi realisti” si limitava sovente a rilevare alcuni dati che non erano affatto di buon auspicio. Tra questi, che il dittatore criminale non aveva, al contrario dei paesi occidentali alleati dell’Ucraina, un fronte interno da cui difendersi, perché come suo costume provvedeva a porre ogni sussulto di protesta in condizione di non nuocergli con una politica del terrore ereditata dagli Zar suoi avi e arricchita dal disinvolto ricorso al polonio e al Novichok; che poteva contare su una fonte decisionale pressoché unica e assoluta, costituita essenzialmente dalla propria persona; che poteva altresì fare affidamento su un numero di uomini e mezzi di gran lunga superiore rispetto a quello del paese invaso; che questo non poteva invece contare su un’analoga compattezza decisionale dei suoi alleati, poiché questi al contrario risultavano spesso esitanti, quando non divisi; e infine, last but not least, che il dittatore criminale del Cremlino sapeva di poter contare su una deterrenza nucleare di prim’ordine, paragonabile per potenza distruttiva solo a quella statunitense.

Al contrario degli Stati Uniti e dell’Europa, a Putin sono state sempre chiare le conseguenze del fatto che, mentre in Russia non c’era alcun fronte interno, altrettanto non poteva dirsi dei paesi occidentali che supportavano l’Ucraina: essendo privo di fronte interno, ma anche essendo esente da qualsiasi forma di empatia verso il suo stesso popolo, lui non si sarebbe fatto soverchi scrupoli a usare quel deterrente nucleare che le opinioni pubbliche occidentali paventavano anche solo di sentir nominare. Se a questa differenza cruciale si aggiunge poi che i paficinti, alleati del Cremlino in tutto l’occidente, potevano condizionare persino le future elezioni americane e che l’ex KGB era in grado di sguinzagliare influencer e trolls dovunque, si può capire perché fosse presumibile che il tempo potesse giocare a favore di Putin e perché molti leader occidentali, in previsione della sua vittoria, si stessero preparando a diventare in patria i capò incaricati di governare qualche nuovo satellite del rinnovato impero russo.

Dopo aver fatto osservare tutto questo, avvertendo che quindi il tempo stava lavorando a favore di Putin, i “gufi realisti” hanno poi aggiunto un dettaglio decisivo: che la volontà occidentale di non superare la linea rossa tracciata da Putin, impedendo per oltre due anni all’Ucraina di colpire in profondità il nemico sul suo territorio, denotava la scelta di condurre il paese invaso a una sconfitta quasi certa, ovvero a quella che Putin avrebbe potuto considerare per sé una vittoria.

Così facendo, i “gufi realisti” si sono condannati con le loro mani ad essere considerati dei disfattisti, tanto da essere persino considerati da alcuni dei complici della propaganda putinista. Ancora oggi, nonostante le circostanze drammatiche in cui il popolo e l’esercito ucraino si trovano, i loro argomenti vengono spesso negati dagli “struzzi ottimisti”, quasi che il prendere atto di quelle circostanze fosse sintomo di scarsa combattività, o ancor peggio del tentativo d’indurre alla resa l’eroico popolo ucraino. In realtà queste critiche non tengono conto che è proprio per una certa mancanza di realismo che i dittatori possono spesso rafforzare le loro posizioni. Se infatti giornali e media avessero messo più in risalto come, per non lasciare la vittoria a Putin, fosse necessario superare tutte le sue linee rosse da lui poste consentendo all’Ucraina di combattere com’era necessario fare per vincere, oggi ci troveremmo in un ben altro scenario.

Quando Winston Churchill – usando espressioni simili a quelle che il 2 Luglio 1849 Garibaldi, di cui era uno studioso, rivolse ai suoi uomini in occasione della difesa della Repubblica romana (“Offro fame, sete, marce forzate, battaglie e morte”) – pronunciò la famosa frase “non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”, cercava d’indurre il popolo inglese a prendere pienamente coscienza della drammaticità della situazione in cui si trovava. Certo, anche in quell’occasione, sarebbe stato molto più tranquillizzante promettergli una vittoria facile enumerando le molte debolezze del Reich, ma Churchill non lo fece, e non lo fece perché apparteneva alla categoria dei “gufi realisti”, ovvero a quell’esigua schiera che preferisce dire verità scomode a falsità confortanti. Sebbene le verità scomode producano spesso l’impressione che chi le pronuncia voglia “gufare”, essi partono dalla convinzione, sempre più desueta, che solo abbinando un saldo realismo alla fedeltà piena ai propri valori democratici si possono vincere le sfide decisive per sé e per l’umanità: solo così è infatti possibile fronteggiare nemici che agiscono in base a logiche del tutto diverse rispetto a quelle che ispirano le proprie scelte. Si tratta delle logiche abitualmente seguite dai dittatori criminali, che non tengono in veruna considerazione nemmeno il loro popolo, e con costoro non ci si può permettere di fare nulla di meno di quanto è necessario per evitare di dovergli concedere una vittoria totale.

Purtroppo, durante il conflitto in corso tra gli invasori del Cremlino e il popolo ucraino né gli Stati Uniti né l’Europa hanno fatto ciò che potevano e dovevano fare per evitare la sconfitta dell’Ucraina. Ciò è potuto accadere per diverse ragioni: per il ricatto nucleare russo, per le divisioni interne alla Nato e all’Europa, per la labile e tranquillizzante speranza di poter ottenere la sconfitta di Putin tramite le sanzioni economiche. Ma nessuno di questi motivi giustifica il fatto di non aver permesso all’Ucraina di usare le armi che aveva a disposizione per difendersi nei modi che riteneva più opportuni ed efficaci. Solo in questo modo si poteva infatti far sì che, pur essendo all’inizio gravemente svantaggiata, potesse evitare la propria sconfitta.

Si tratta di una sconfitta che si sta prefigurando con chiarezza in questi giorni dopo che, grazie al tradimento di Trump, la Russia ha potuto ulteriormente rafforzare la propria posizione di vantaggio. Ma anche quel tradimento era stato annunciato, così come era stata annunciata la politica antieuropea della nuova amministrazione americana, mentre quella precedente non ha fatto quanto era in suo potere per mettere Putin in maggiori e più decisive difficoltà in tempo utile, ovvero prima delle elezioni americane.

In questo contesto, se lo sparuto gruppo dei “gufi realisti” ha cercato più volte di sollecitare gli alleati dell’Ucraina ad assumere un atteggiamento diverso e decisamente meno pavido, “gli struzzi ottimisti” hanno invece dato l’impressione che la vittoria potesse essere vicina, che la Russia fosse allo stremo e che lo stesso Putin non si sarebbe più risollevato dal suo tragico errore. Ora, che “l’operazione speciale” sia stata un tragico errore è fuori di dubbio, ma lo è per una mentalità responsabile e razionale, non per chi coltiva da oltre trent’anni un unico disegno imperiale, costi quel che costi: quello di riportare l’impero russo ai fasti della guerra fredda e di poter passare alla storia come un nuovo Pietro il Grande.

Questo disegno, perseguito con cinica e spietata lucidità, ha caratterizzato ogni suo mossa politica dal crollo del comunismo fino ad oggi e nel realizzarlo è stato molto aiutato dai paesi europei, che hanno finanziato il suo progetto acquistando da lui per decenni gas e petrolio. Nonostante l’avvertimento degli Stati Uniti, e dello stesso Trump durante la sua prima presidenza, che quest’atteggiamento avrebbe rafforzato e reso ancora più pericoloso il dittatore del Cremlino, i paesi europei hanno continuato imperterriti nella loro politica di appeasement complice e sconsiderato, nascondendo la testa sotto la sabbia per poi attribuire con disinvoltura l’intera responsabilità di quanto avvenuto al cattivissimo Trump.

Ora, sul fatto che Trump stia compiendo scelte deleterie per la libertà e per la democrazia, e quindi anche per gli Stati Uniti, per l’Europa e per tutto il mondo occidentale, è ormai evidente; che le sue scelte e le sue posizioni siano ormai quasi indistinguibili da quelle suprematiste e filonaziste che sono presenti da almeno un secolo negli Stati Uniti anche; ma ciò non toglie, e anzi conferma, che l’Europa dovrebbe avere fin da subito il coraggio, se vuole davvero nascere su basi non ipocrite e non effimere, di assumersi le proprie e agire di conseguenza dando vita a una politica estera e a una difesa irrevocabilmente comuni, cosa che è possibile solo deliberando la nascita di quegli Stati Uniti d’Europa auspicata anche da Roberto Benigni nel suo appassionato monologo trasmesso in eurovisione dalla RAI nel giorno di San Giuseppe: solo in questo modo si potrebbe infatti portare a termine il sogno di un’Europa finalmente unita evitando di lasciare spazio a voltafaccia di comodo al primo cambio di governo in un paese membro, e cioè, per essere più chiari, alla prima vittoria dei pacifinti supportati dalla propaganda del Cremlino. Solo a queste condizioni l’Europa potrà infatti erigere una difesa davvero solida, destinata a costituire un deterrente efficace contro le autocrazie e le dittature criminali che ormai l’accerchiano e la minacciano.


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