Speciale 25aprile
Un ricordo. Con la Libertà nel cuore
Il 25 aprile è una data che risuona con mille voci, mille storie, mille volti. Non è solo un giorno di celebrazione nazionale, ma un momento di profonda riflessione personale, in cui le grandi vicende della storia si intrecciano con le piccole storie di ognuno di



Il 25 aprile è una data che risuona con mille voci, mille storie, mille volti. Non è solo un giorno di celebrazione nazionale, ma un momento di profonda riflessione personale, in cui le grandi vicende della storia si intrecciano con le piccole storie di ognuno di noi.
Penso alla mia famiglia, alla Torino del Ventennio, ai ricordi di mia madre, nata in quegli anni difficili, e di mio zio Pino, di poco più giovane. Ricordi che, nonostante la crudezza degli eventi, conservano la bellezza dell’infanzia e quella capacità di filtrare l’orrore e di trovare, a volte, un barlume di normalità.
Amavo ascoltare mia madre raccontare di quegli anni in cui Irene era una bambina di otto, nove anni, quando l’incanto di un ordine tanto desiderato, che pareva così necessario e confortante, cominciava lentamente a incrinarsi, naufragando inesorabilmente nel caos, e allora, soltanto allora, si iniziava a nutrire e diffondere quel profondo desiderio di libertà che avrebbe cambiato il corso della storia.
Mi parlava di quella Torino città regale, severa. Torino fredda ed elegante, distaccata, che suscitava un’ammirazione silenziosa tra la polvere che velava ogni cosa. Un’anima dura che non cedeva, un’ostinata fierezza incisa nel suo stesso sgomento.
Torino, un caleidoscopio di sensazioni e memorie, tra le macerie percossa da fremiti di gioia sottile, nutrita dalla fragile speranza mia madre era quasi un fiore tenace che spuntava dalla breccia, indifferente alla polvere e al ricordo amaro.
Così me la descriveva mia madre. Torino, con la sua Mole, teatro e spettatrice del dramma, le sue valli e montagne, al contempo riparo e sepolcro per le anime partigiane. Torino antifascista, la cui pietra ancora reclamava il “Risorgimento”. Torino, che mia madre dipingeva come la sua di madre, una donna elegante dagli occhi malinconici e imperscrutabili.
E mi raccontava anche di quella crescente oscurità, della fame che mordeva, della violenza che dilagava, per mano dei nazisti e dei fascisti che si accanivano sulla popolazione, rastrellando uomini e donne senza distinzione alcuna. “Per ogni soldato tedesco caduto”, sentiva ripetere come una lugubre litania. Ricordava il terrore di quel giorno in cui Rosa, sua madre, fu portata via durante un rastrellamento delle SS a Porta Palazzo, strappata poi in extremis dal “treno”.
Quel treno che mio zio Pino vide con quegli occhi azzurri che sembrano ancora custodire un dolore infinito. Quel giorno in cui Pino, ancora troppo piccolo per andare a scuola, che trascorreva le sue giornate con gli zii ai mercati ortofrutticoli di via Giordano Bruno, vicino alla stazione di Dogana, era andato per ritirare i documenti della merce in arrivo.
E proprio lì, quel giorno, si trovò di fronte all’abisso: si era fatto trovare al binario come al solito, ma c’era solo il treno, non l’ufficiale doganale ad attenderlo. Si avvicinò al treno e sentì dei rumori indistinti provenire dai vagoni. Pensava fossero animali, ma poi riconobbe le voci, i lamenti, i pianti. Restò immobile, pietrificato, di fronte a quell’orrore, e da quel giorno seppe cosa significa la parola “male”.
Da bambino, accompagnavo spesso mia madre a Torino, a trovare gli zii, Lina e Guglielmo, che erano diventati i genitori adottivi di Irene e Pino, persi i loro genitori. Zia Lina, con i suoi abiti e la sua acconciatura tipica degli anni Trenta, e zio Guglielmo, maresciallo dei Carabinieri, un uomo buono e coraggioso.
Fu zio Guglielmo che nascose in casa sua la signorina Pocher, una maestra elementare. Abitava in una mansarda di Corso Magenta, e zia Lina mi lasciava lì quando aveva commissioni da sbrigare. La signorina Mariuccia, ma durante la guerra si chiamava Maria Pochè, mi faceva giocare e mi raccontava storie di fughe e di nascondigli, di corse in bicicletta e sentieri nei boschi che portavano lontano, verso luoghi dove le persone si perdevano tra le stelle.
La sua mansarda era un posto magico, una grande stanza di legno con un tavolo al centro e una scala che portava a una botola sul soffitto. Quando salivo le scale di quel palazzo antico, mi sembrava di fare un salto nel passato, e la targhetta “Pocher” sulla porta era come un invito a scoprire un pezzo di storia.
Mia madre mi raccontava spesso degli zii bambini, delle loro piccole grandi avventure in guerra, di gente comune che aveva visto l’orrore ma che aveva trovato la forza di sopravvivere e di lottare per la libertà.
E c’era Iolanda, la figlia del proprietario del bar di via delle Orfane, che si prendeva cura di Irene, di Pino e degli altri bambini del palazzo, gli offriva piccoli gesti di conforto: i vasetti di crema di cioccolato che il padre teneva nascosti, un vestito cucito, le mutandine rammendate, un bagnetto nella grande cabina con la vasca di ghisa. Anche lei un giorno sparita, anche lei parte di quella Resistenza silenziosa e quotidiana.
E quando la guerra era appena finita e le ferite erano ancora aperte lo zio Guglielmo, tornato dal fronte della Resistenza gravemente malato, pieno di piaghe, incapace di muoversi aveva ritrovato le cure della zia Lina e un letto in cucina. Ma quella mattina arrivò la Decima Mas.
La portinaia del palazzo, attenta e coraggiosa, riuscì ad avvertire le famiglie del condominio in tempo per permettere allo zio più giovane di scappare sugli agonizzanti tetti dell’austera Torino e a zia Lina di improvvisare un nascondiglio per lo zio infermo.
Quando gli uomini della Decima Mas fecero irruzione nell’appartamento, trovarono la zia a letto con il piccolo Giorgio di sei mesi attaccato al seno. Cercarono ovunque, ma non trovarono nessuno. Lo zio era nascosto tra la branda e il materasso, e Giorgio piangeva e scalciava, quasi a proteggere il padre. Partigiani per caso, eroi senza saperlo.
E mia madre mi diceva sempre: “La Resistenza la facevamo tutti”.
Perché la libertà chiedeva il sacrificio di tutti e di tutte, senza distinzione di età o di ruolo. E anche i bambini, con le loro piccole grandi perdite, hanno pagato il loro tributo a quella conquista.
E forse è questo il messaggio più potente del 25 aprile: l’unità nella diversità, ma anche la consapevolezza che la libertà ha un prezzo, spesso altissimo. In quei giorni difficili, la Resistenza ha saputo unire anime lontane, sensibilità diverse, sotto un’unica bandiera: quella della libertà. Non si combatteva per un’ideologia, per un partito. Si combatteva per un ideale più alto, per un diritto inalienabile.
Oggi, in un mondo che spesso sembra smarrire il senso di comunità, il 25 aprile ci ricorda da dove veniamo e dove dobbiamo andare. Ci ricorda che la libertà è un dono prezioso, da custodire e da difendere ogni giorno, ad ogni costo. Ci ricorda che l’Italia è una, e appartiene a tutti, e che questa unità è stata costruita sul dolore e sul sacrificio di tutti.
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