Speciale 25aprile
Sogniamo una festa del 26 aprile dove c’è bisogno di tutti
Questo articolo riprende quanto pubblicai ormai 12 anni fa, con poche modifiche. Perché purtroppo non è cambiato nulla, e le parole che scrissi allora, sono valide ancora oggi. Leggendo i resoconti delle manifestazioni, e le discussioni sui social sul 25 Aprile, avevo immaginato il breve discorso



Questo articolo riprende quanto pubblicai ormai 12 anni fa, con poche modifiche. Perché purtroppo non è cambiato nulla, e le parole che scrissi allora, sono valide ancora oggi.
Leggendo i resoconti delle manifestazioni, e le discussioni sui social sul 25 Aprile, avevo immaginato il breve discorso che mi piacerebbe sentire un giorno, immagino lontano, per la Festa del 26 Aprile.
Sono un utopista, lo so. Ma ho avuto la fortuna di avere in famiglia chi, per un motivo o per l’altro, si ritrovò su fronti opposti. Ho sentito i loro racconti. Ero un bambino, certo, ma chi raccontava aveva vissuto quelle vicende già adulto, ed il ricordo era vivo più che mai, anche perché il tempo trascorso non era tantissimo. Poi, crescendo, ho letto, studiato, cercato di capire. Ed ho compreso che i giudizi della Storia, dei libri sono netti ed è giusto lo siano. Ma l’umanità che si cela in quelle pagine è un’altra storia.
“Cari concittadini, siamo qui riuniti oggi 26 Aprile per festeggiare la festa della Pacificazione Nazionale.
Dopo decenni dal 25 Aprile, Festa della Liberazione e fine della Seconda guerra Mondiale, siamo finalmente riusciti a trovare una memoria condivisa su quegli anni, su quei giorni.
Sono passate generazioni e abbiamo finalmente compreso che non aveva più senso litigare sulle responsabilità dei nostri nonni. La storia ha sancito che quella Guerra, sia militare che civile, ha segnato la sconfitta del nazifascismo e la vittoria della Resistenza e degli Alleati Angloamericani.
Portando all’Italia istituzioni democratiche, con molteplici difetti su cui non dobbiamo mai smettere di lavorare, ma soprattutto la Libertà.
Eppure, per decenni ogni 25 Aprile è stata una festa a metà. Una festa che avrebbe dovuto essere di tutti, ma che in realtà fu sempre appannaggio di una sola parte, che, lungi dal capirne la reale portata, l’ha sempre considerata solo un’autocelebrazione o una passerella. Ma la fine di una guerra non può e non deve essere una festa di parte.
Specialmente per chi di quella guerra non fu protagonista. Per i giovani deve restare la lezione di quegli anni: la dittatura, la resistenza, la guerra anche civile. Dobbiamo sapere trasmettere alle nuove generazioni il senso di tutti quegli orrori, senza nascondere nulla, nel bene e nel male. Perché l’obiettivo di una ricorrenza Istituzionale e Democratica non deve essere celebrare i presenti, ma ricordare il passato: solo così possiamo sperare che eventi del genere non si ripetano.
Per troppo tempo abbiamo continuato invece a fingere di non capire che anche quella, come tutte le guerre, ha lasciato dietro di sé divisioni, dolori, lutti. Non abbiamo voluto capire che non si potevano ritenere tutti eroi da una parte e tutti delinquenti dall’altra.
Che il giudizio storico sui movimenti, sui gruppi dirigenti, non poteva essere universalmente ed integralmente riversato sui singoli. Che errori ed orrori in una guerra ci sono da tutte le parti. Che combattere per la parte giusta non significa essere immuni da errori. Che non tutti quelli che lottarono per la parte sbagliata erano persone sbagliate.
Oggi noi abbiamo capito che la guerra non è bella e fa male. Ringraziamo sempre chi lottò per la nostra libertà di oggi, e guardiamo con pietà a chi si schierò dalla parte sbagliata in buona fede. E lo facciamo perché sappiamo che dal 26 Aprile ci fu bisogno di tutti.”
Il 26 Aprile di un giorno lontano, in un posto che ancora non c’è.
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