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Quando Stendhal si mise a cercare la verità su sé stesso

Libri & Letteratura

Quando Stendhal si mise a cercare la verità su sé stesso

Con questo magnifico ritratto di Stendhal comincia la collaborazione di Massimiliano Catoni con InOltre. Massimiliano Catoni, editor freelance, collabora con la Narrativa italiana Mondadori e HarperCollins. Ha insegnato scrittura narrativa e saggistica all’Università di “Tor Vergata”. Ha pubblicato un saggio dal titolo La libertà impotente. L’engagement

Massimiliano Catoni11/05/2025Aggiornato 15/05/20259 min lettura1.974 parole

Con questo magnifico ritratto di Stendhal comincia la collaborazione di Massimiliano Catoni con InOltre. Massimiliano Catoni, editor freelance, collabora con la Narrativa italiana Mondadori e HarperCollins. Ha insegnato scrittura narrativa e saggistica all’Università di “Tor Vergata”. Ha pubblicato un saggio dal titolo La libertà impotente. L’engagement tragico di Jean-Paul Sartre. Benvenuto Massimiliano!


Perché aspettarsi sincerità da chi si confessa genuinamente insincero? Forse perché di questo era in cerca Stendhal nell’ultimo scorcio di vita: della verità su se stesso. Da trasmettere agli altri, certo, o almeno a chi avesse avuto la compiacenza di ascoltarlo (non si sentiva autorizzato a pretendere nulla dai suoi lettori), ma in primo luogo da sottoporre all’uomo che era diventato. Si prodigò in due momenti diversi per ricomporre la sua rocambolesca esistenza in un progetto autobiografico che avesse l’imponenza delle Confessioni di Rousseau, ma senza il corredo di moralismi, austerità, stile solenne.

Non restano che un abbozzo, Ricordi d’egotismo, e l’autoritratto (incompleto) Vita di Henry Brulard, intrapresi nel 1832 e 1835. Stefan Zweig insiste sull’inalienabile piacere che Stendhal provava nel mentire, e sulla sua passione per la verità, altrettanto consustanziale al suo genio poetico. Zweig ha ragione. Ma al di là del peculiare talento stendhaliano per la mistificazione, e del gusto insopprimibile di attribuirsi onori inesistenti (una conversazione con Napoleone che non aveva avuto luogo), c’è un aspetto dello scrivere su cui la volontà non può esercitare alcun controllo.

Il tono. Il tono non mente. Immergersi nei Ricordi d’egotismo significa constatare che l’uomo alle prese con il proprio passato sembra essersi incagliato nelle secche di un’insidiosa depressione. “Io non mi conosco per niente ed è questo che talvolta, la notte quando ci penso, mi affligge.” Un esercizio di decostruzione della personalità. Che muove dal dubbio di aver costantemente agito seguendo l’umore del momento, mancando di trarre profitto dalle chance fornitegli dal caso. La voce briosa di Stendhal risulta in queste pagine come arrochita. Lo humour opacizzato.

La carriera nell’amministrazione pubblica non aveva preso la piega desiderata. I fasti vissuti al riparo della burocrazia imperiale erano alle spalle. Inoltre, l’esilio a Civitavecchia nella veste di console gli aveva portato via da un giorno all’altro l’occupazione più piacevole, la mondanità (dopotutto, era un salottiero incallito). Di natura facondo, e proteso verso l’altro, non fosse che per veder solleticati vanità e amor proprio, eccolo costretto a cercare un interlocutore in se stesso.

Il soliloquio come antidoto al silenzio. All’assenza di conversazione. Ma è come il riposo forzato per l’uomo d’azione: basta poco perché il senso di gratuità eroda ogni certezza. Essere adorabile era per Stendhal un imperativo morale. Innamorarsi, una vocazione. Persino a Civitavecchia aveva trovato il modo di vivere un’esperienza galante.

Quando si appresta a mettere mano alla Vita di Henry Brulard nella sua testa ha già cominciato a prendere forma il cruccio che darà linfa alla Certosa di Parma: l’avanzare dell’età. “Ah, fra tre mesi avrò cinquant’anni, è incredibile! 1783, 93, 1803, seguo tutto il conto sulle dita.” Così scrive nell’incipit del Brulard. Nel volgere di qualche capoverso affiorano in superficie le ragioni di fondo che lo spinsero verso un progetto tanto estemporaneo quanto necessario. “Passo per un uomo di molto spirito e molto insensibile, per un dissoluto perfino, e vedo che sono stato costantemente occupato da amori infelici […] Che cosa sono stato dunque? […] Un uomo intelligente? Ho avuto talento per qualcosa?”

Il tempo che passa rende inevitabili i bilanci. Lo sguardo retrospettivo va in cerca del meglio che si è avuto. Per Stendhal era l’amore. “Di fatto, l’amore è sempre stato per me la faccenda più importante, o meglio la sola.” In un certo senso, il Brulard è un cimitero delle donne amate, che Stendhal rievoca a distanza di anni struggendosi come un ragazzo.

La vecchiaia stava presentando il conto a un uomo ancora appassionato per il quale il mondo non aveva mai smesso di essere un ballo per debuttanti. Non bisogna dimenticare che per Stendhal scrivere era uno svago. La sua passione era la vita. La scrittura, pur essendogli di conforto, non avrebbe mai potuto trasmettergli emozioni altrettanto vivide. Quando sopraggiungeva la noia abbandonava senza troppi rimpianti il libro a cui stava lavorando.

Qualche volta ci tornava sopra. Come accadde con le memorie su Napoleone. Nel 1836, rivitalizzato da un congedo che gli aveva permesso di rientrare a Parigi, riprese in mano l’abbozzo del 1817, ispiratogli dall’atteggiamento ipocrita dei conservatori nei confronti dell’ex imperatore, e del 1818, che prendeva le mosse dall’indignazione per le considerazioni calunniose su Bonaparte di Madame de Staël. Proprio la figura di Napoleone, già evocata nel Rosso e il nero, getta un ponte tra questi anni bui e la Certosa.

A dire il vero Stendhal non aveva mai smesso nei suoi libri di elogiare Bonaparte, nemmeno in quelli che apparentemente si occupavano d’altro, e al tempo stesso non si era fatto problemi a screditare chi lo aveva rimpiazzato, specie quando la Francia si ritrovò da un giorno all’altro stretta nella morsa della Restaurazione. La storia della pittura in Italia, che vide la luce nel 1816, è piena di allusioni a Bonaparte e alla situazione contemporanea (“I posteri ci rimprovereranno così di aver odiato troppo la tirannia; loro non avranno provato come noi le dolcezze degli ultimi dieci anni”), tanto da allarmare l’editore. In Roma, Napoli e Firenze nel 1817, Stendhal rincarò la dose: “Gli italiani hanno ragione; Marengo fece progredire di un secolo la civiltà della loro patria, come un’altra battaglia l’ha fermata per un secolo”. L’allusione a Waterloo era fin troppo esplicita.    

Come scrive Victor Del Litto: “Bisognava avere una buona dose di coraggio per stampare, nell’anno di grazia 1817, un’opera che ispirava pensieri così sovversivi. Regnava la reazione; la parola d’ordine era: addosso ai giacobini, morte alla libertà! Per questa ragione Henri Beyle (…) si circonda delle precauzioni dettate dalle circostanze. Attribuisce il suo libro ad un immaginario ‘signor de Stendhal’, ‘ufficiale di cavalleria’”. 

Quando nel 1836 Stendhal rimise mano all’abbozzo su Napoleone, le condizioni in Francia erano molto cambiate dai tempi della Restaurazione, ma non il suo disprezzo per la monarchia borghese di Luigi Filippo, tantomeno il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere. Ricostruendo la campagna d’Italia, nella quale era stato coinvolto appena diciassettenne, Stendhal scrive: “La Lombardia era avvilita e snervata da secoli di cattolicesimo e di dispotismo […] Il generale Bonaparte rese la vita alla più bella regione dell’Impero” (Vita di Napoleone).

Rielaborato, questo passaggio diventerà l’incipit della Certosa di Parma, che due anni più tardi, nel 1838, Stendhal partorirà in poco più di cinquanta giorni: “Tale fu la valanga di felicità e di piacere che irruppe in Lombardia insieme a quei francesi così poveri che solo i preti e alcuni nobili si resero conto di quanto fosse gravoso il contributo di sei milioni […] I soldati francesi ridevano e cantavano tutto il giorno; avevano meno di venticinque anni, e il generale in capo, che ne aveva ventisette, passava per l’uomo più anziano del suo esercito”.

Come resistere a una visione così deliziosamente faziosa della Storia? Non c’è cuore che questi giovani soldati ardimentosi non riescano a espugnare. “A un tale apice si spinsero la gioia folle, l’allegria, la voluttà, l’oblio di tutti i sentimenti tristi, o semplicemente ragionevoli, che […] si videro vecchi commercianti milionari, vecchi usurai, vecchi notai dimenticare, in quel lasso di tempo, di essere tristi e far soldi.” Nell’universo binario di Stendhal le forze avverse in campo sono quelle di sempre (rosso e nero): laicismo e clericalismo, idee repubblicane e ideologia conservatrice, audacia e prudenza, vitalità e risentimento, nobiltà d’animo e grettezza, spada e tonaca.

Una dialettica serrata che fa perno sulla dicotomia più importante di tutte: giovinezza ed età matura. La prospettiva senile non impedì a Stendhal di consacrare l’opera della sua maturità all’imberbe Fabrizio del Dongo, aristocratico animato da eroismo e forza d’animo ma velleitario e inconcludente, avventato, pasticcione, sentimentalmente impalpabile, però dotato della virtù capitale (di cui Stendhal era sprovvisto): l’avvenenza.

Sia Fabrizio che Clelia mostrano in diversi frangenti un coraggio impulsivo senza paragoni, ma nel fondo difettano entrambi di personalità, a differenza di Julien Sorel e Mathilde de La Môle; Fabrizio non condivide con il suo predecessore che l’ingenua adorazione per Bonaparte. Eppure, sia lui che Clelia hanno qualcosa che Stendhal non aveva mai intravisto in nessuno dei suoi personaggi: l’innocenza. Così giovani, così belli, incapaci di volere il male di qualcuno, non hanno ancora avuto il tempo di compromettersi con la realtà e non l’avranno mai, visto che entrambi moriranno prematuramente.

Quanto alla duchessa Sanseverina e al conte Mosca, fanno parte della compagine a cui dirà male in amore. Pur non essendo tetri, o eccessivamente prudenti, o gretti, o illiberali, o clericali, hanno però il torto di essere più avanti negli anni rispetto all’età che Stendhal reputava paradigmatica per innamorarsi e far innamorare.

Il dramma della duchessa si compie nel momento in cui, scoprendosi innamorata del nipote Fabrizio, comprende di non esserne riamata. Da quel momento viene colta dalla certezza raggelante di essere ormai sfiorita, sebbene i corteggiamenti incalzanti del principe di Parma, e l’ostinata devozione del conte Mosca, dicano il contrario. Alla fine la Sanseverina cede il passo a Clelia, acconsentendo a sposare Mosca pur consapevole di appartenere a un altro.

Tra incidenti, colpi di teatro e svolte improvvise, in spregio a ogni vincolo di verosimiglianza, la seconda parte del romanzo procede a briglia sciolta verso la lugubre apparizione finale che attesta la fine delle illusioni: la Certosa. Il luogo in cui Fabrizio andrà a rinchiudersi, dove si spegnerà ancora giovane, avendo visto morire il figlioletto e l’amata Clelia. Sarà il conte, invece, a prosperare. L’unico a scamparla. Una figura di ben altro spessore narrativo rispetto a Fabrizio. Se nel marchesino Stendhal aveva proiettato la segreta voluttà di riconoscersi nella bellezza che avvince con la sua luce fatale, nel conte Mosca individua il gemello che ha saputo condursi con cautela, spuntandola tra mille difficoltà. Altro che affidarsi all’umore!

La Storia ha fatto il suo corso, disarcionando chi si credeva saldo in sella. Era toccato a Stendhal dopo la caduta di Napoleone. Un’immaginifica età dell’oro era stata inghiottita – insieme alle sue promesse – dalla nera nube della Restaurazione. Eppure l’autore che concepì La Certosa non recava nel cuore risentimento o senso di rivalsa. Persino il finale funebre è circonfuso di una grazia che rapisce. Quelle promesse, viste attraverso lo sguardo dell’uomo di mondo che si approssima alla fine, non erano che merce avariata. Ma sopravvive in Stendhal uno sguardo astorico.

E allora ecco che La Certosa si offre come un sogno a occhi aperti il cui smalto non poteva essere intaccato dal principio di realtà. Chissà che vagheggiando il nucleo affettivo di questo romanzo, Stendhal non abbia sentito risuonare dentro di sé lo stesso sentimento che commuove Gina mentre passeggia nei boschi intorno al lago di Como, in uno dei capitoli iniziali: “Il linguaggio di quei luoghi incantevoli, che non hanno eguali al mondo, restituì alla contessa il suo cuore di sedicenne”.

Il tono non mente mai.


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