Il dibattito delle idee
Una democrazia forte non zittisce l’avversario illiberale ma lo sfida
Nell’ambito del dibattito promosso da InOltre sul “paradosso della tolleranza”, riceviamo e volentieri pubblichiamo di Paolo Pozzani Il paradosso di Popper ci riporta a riflettere sulla natura essenziale della democrazia, nella sua duplice versione di “liberale” e “illiberale”. La democrazia liberale si identifica nella voluta “frammentazione”



Nell’ambito del dibattito promosso da InOltre sul “paradosso della tolleranza”, riceviamo e volentieri pubblichiamo
di Paolo Pozzani
Il paradosso di Popper ci riporta a riflettere sulla natura essenziale della democrazia, nella sua duplice versione di “liberale” e “illiberale”. La democrazia liberale si identifica nella voluta “frammentazione” del potere politico attraverso la divisione, il bilanciamento, la distribuzione e il decentramento del potere stesso. Montesquieu ci volle insegnare la diffidenza.
Nel suo percorso storico, questo pensiero ispirato alla diffidenza è stato consapevolmente volto a indebolire il potere assoluto, centralistico, gerarchico e unico. La critica che viene allora rivolta alla democrazia liberale è così la critica di questa programmata debolezza, e conseguente sollecitazione di una “democrazia illiberale” (Orban dixit) dove una volontà popolare maggioritaria “preformata” da restrizioni e vincoli costituzionalizzati s’erge come potenza che diventa rapidamente legge ed esecuzione. Il “democratico illiberale” è affascinato dalla forza del comando maggioritario che non conosce contrasto e mediazione né nella sua formazione né nell’esecuzione.
Bisogna a questo punto evidenziare che il surplus di potenza che la democrazia illiberale conferisce all’Esecutivo si manifesta – vuole manifestarsi – già nella fase del dibattito pubblico (quello pre-elettorale, di sicuro, ma anche quello corrente) che nelle nostre società aperte è attualmente caratterizzato dal “politeismo” delle molteplici voci discordi e polemiche, e che nel suo frammentarsi di valori e fini sembra anticipare la condizione di debolezza di un incerto e diviso potere statale. Intervenendo direttamente sul perimetro del dibattito pubblico e dei suoi ammissibili contenuti (Orban, ancora!) la democrazia illiberale punta e semplificare e restringere la portata del dibattito stesso, espellendo a priori temi, valori e attori ritenuti estranei o pericolosi, o semplicemente minoritari. Quest’interpretazione della democrazia, insomma, conserva la prassi del voto purché scevra dal libero dibattito che dovrebbe precederlo e che dovrebbe informare di sé l’intera società nella sua vita quotidiana.
L’interpretazione inclusiva (e dunque liberale) accoglie invece per principio anche chi la nega, creando il paradosso di cui si discute: espellere i contestatori contraddice i principi liberali, mentre includerli minaccia il sistema. Questo dilemma non ha soluzione teorica definitiva, sostenibile in un approccio puramente logico-formale, e trova invece possibile esito sempre provvisorio in decisioni schiettamente pratiche e politicamente rischiose. La democrazia liberale è ontologicamente in difficoltà: si contraddice espellendo chi la nega, si espone al pericolo accogliendo chi potrebbe distruggerla.
Molto bene ha fatto dunque Alfonso Lanzieri, nel suo recente contributo, a evidenziare che la discussione sulla liberal-democrazia ben si presta a considerazioni di natura logica. La libertà di pensiero è assoluta o non è, intaccarla è già negarla: nella realtà sono possibili solo diversi gradi approssimazione, ovvero diversi gradi di libertà e non-libertà; sterile porsi il problema della piena e perfetta realizzazione della prima.
La reazione di chiusura difensiva aumenta i gradi di non-libertà, nel retropensiero implicito che ciò che così viene sottratto verrà poi senz’altro restituito al cessare dell’emergenza: si presuppone un automatismo, una macchina flessibile e non-umana che si limita a reagire agli stimoli e a rilassarsi nella tranquillità; ma un sistema umano incespica spesso nelle sue stesse trappole, e ciò che una prassi autoritaria afferra non ha motivi, a parte quelli morali, per restituirlo.
La reazione repressiva, ancorché lecita (e praticabile, laddove il bilancio vantaggio/costi sia positivo), ha sempre la sua negatività, il suo male implicito, che lascia traccia di sé e non solo il suo ricordo ma le onde d’urto di qualcosa di vivo e attuale; il prezzo di ogni repressione, il lascito della forza coercitiva.
Dicendo “liberal-democrazia” sto parlando di un idealtipo in senso weberiano. Nella realtà concreta, gli uomini e le loro azioni non seguono la logica ipotetica di insiemi totalmente inclusivi. Ci si divide, ci si definisce entro confini e perimetri, escludendo taluni mentre si includono altri. La partizione può anche essere grandemente sproporzionata, con un grande Sì e un minuscolo No, ma esiste sempre e comunque. L’opzione espulsiva, repressiva, non è quindi scandalosa in sé, ma ne vanno considerate le consustanziali negatività.
La repressione della propaganda antidemocratica – come da più parti sollecitata – non ha soluzione certa e netta (la sola parola è già azione?) e non può averla, a meno di incontrare fatti di sicura e inequivoca interpretazione in sede penale. Ogni decisione repressiva in questo senso è sottoposta a rischio politico, appunto perché è decisione e quindi scelta discrezionale. Alle origini di tale decisione stanno potere e forza, l’oscuro e demoniaco humus anche del più luminoso diritto.
Veniamo al punto finale, che è poi il pretesto che lancia l’intera discussione. Reprimere, censurare, escludere dall’agone politico l’avversario illiberale, è manifestazione di forza o di debolezza per una liberal-democrazia? Certo è confessione dell’urto con un punto critico, con un’infiammazione dolorosa, con l’eventualità di una potenziale frattura del sistema. Reagire con la forza a un’ammissione di debolezza: ecco un’ambiguità ineliminabile. Una possibile alternativa è praticabile?
Voglio dire: un reagire convinto ma senza repressione, sullo stesso terreno dell’avversario, sfidandolo nell’agorà. Alternativa che allo Schmitt pre-nazista del 1932 – ma antiliberale sempre – non poteva interessare; infatti considerò solo quella opposta, quella che taglia, esclude e s’impone con decreti presidenziali, la “dittatura commissaria”. Ma cosa comporta nella pratica una risposta liberale, aperta, sfidante sull’arena del dibattito pubblico? Questo: espansione audace del confronto, dei suoi spazi di libertà e di espressione: “dimostrami le tue ragioni” nel solo rispetto di regole che escludano la truffa.
Questa è la forza che brilla senza colpire, la forza di una compagine civile in salute e sicura di sé: essa sfida l’avversario illiberale sul terreno pubblico della piazza repubblicana, impone argomenti, pretende ragionamenti, esige chiarezza sui fini e sui mezzi.
Sfida alla battaglia su campo aperto, in parità, secondo regole ispirate alla correttezza. E no, questo non è l’uovo di Colombo, e mille parole non cacciano incertezze e rischi, ma è un tenere la porta aperta, è sollevarsi contro la chiusa prospettiva di un progetto di società che, votato una volta all’emancipazione, si pensa ora sulla difensiva e con le spalle al muro.
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