Antisemitismo
La storia di N. e gli ebrei del mondo tirati dentro la guerra di Gaza
Non capita spesso che il dibattito pubblico ufficiale e la violenza delle lotte social vadano di pari passo. È successo chiaramente con l’assassinio dei due ventenni diplomatici israeliani a Washington DC. La constatazione che “se la siano cercata”, che “in fondo se lo meritano”, che “alla



Non capita spesso che il dibattito pubblico ufficiale e la violenza delle lotte social vadano di pari passo. È successo chiaramente con l’assassinio dei due ventenni diplomatici israeliani a Washington DC. La constatazione che “se la siano cercata”, che “in fondo se lo meritano”, che “alla fine cosa vuoi che sia in confronto a quello che fanno loro”, ha attraversato sia le dichiarazioni dei politici, sia le migliaia di commenti di privati cittadini alla notizia riportata dal Corriere della Sera o Repubblica sulle rispettive piattaforme.
Ammettiamolo, il principio secondo cui la responsabilità delle azioni militari di un paese non dovrebbero ricadere sulla sua intera popolazione, che i milioni di ebrei nel mondo non siano un’emanazione di Netanyahu (ammesso che con un altro primo ministro sarebbe stato diverso, ma questo è un altro tema), e che la responsabilità morale dei morti di Gaza non debba ricadere sull’anonimo Sig. Levy, commercialista a Toronto, sembra impossibile da spiegare.
Può essere tutt’al più un articolato argomento di conversazione tra persone già disposte a ragionarci sopra. Ma la dimensione del fenomeno culturale che oramai descrive gli ebrei del mondo come partecipi di uno “sterminio in stile nazista” è talmente vasta e solidificata da rendere donchisciottesco ogni tentativo di razionalizzazione.
Cercare di fare un raffronto con la disconnessione emotiva di quella stessa opinione pubblica nei confronti dei 250.000 morti totali della guerra in Ucraina (stima al ribasso), ad un tiro di schioppo dai nostri confini, ha l’effetto di una frase scritta sulla sabbia.
La battaglia sembra persa, o forse mai iniziata. A darne una breve spiegazione è la storia di una ragazza, che per convenienza chiameremo N., amica di chi scrive queste righe e che dà la rappresentazione plastica di cosa è iniziato il 7 ottobre 2023.
N., nata da genitori israeliani, è cresciuta negli Stati Uniti dove ha studiato e lavorato per anni, assumendo quelle caratteristiche umane che JD Vance considererebbe degli insopportabili liberal di città, pur non essendo di famiglia ricca. Sviluppatasi in ambito artistico, in contesti totalmente laici e storicamente “di sinistra”, avendo dato per scontati il desiderio di pace e rispetto tra i popoli, N. ha dovuto fare i conti, all’alba dei suoi 30 anni, con la realtà che la circondava.
Il pomeriggio del 7 ottobre, quella stessa cultura in cui era cresciuta le ha detto chiaro e tondo che in fondo era colpa sua, che se l’era cercata, che gli stupri, i massacri di cui lei non è stata vittima solo per distanza geografica non sono stati poi niente di che, una semplice reazione a quello che “i suoi simili” compiono tutti i giorni.
All’inizio del 2024, dopo una vita passata negli USA, N. si è trasferita in un Kibbutz in Israele, ricominciando tutto daccapo, rinunciando ad una vita già ben avviata negli Stati Uniti ed a tutti gli agi connessi. “Perché è una nazionalista” direbbero Moni Ovadia, Di Battista, e Santoro vari, oppure perché non ha accettato di condividere la sorte dei propri nonni e bisnonni dell’est-Europa, che vivevano con le spranghe accanto alla porta d’ingresso, nel quotidiano timore di essere attaccati per principio.
Questa storia essenziale ma emblematica basta a spiegare l’indurimento non solo degli israeliani, ma degli ebrei nel mondo (sia religiosi che laici, sia per discendenza che per cultura) avvenuto nell’ultimo anno e mezzo, trascinati dal primo all’ultimo nella guerra di Gaza da una narrazione pubblica che li ha bollati come genocidi con la stessa facilità con cui un tempo li considerava assassini di Cristo.
Ci stupiamo pure che la destra israeliana si rafforzi, e ci stupiamo che al netto delle lotte politiche gli israeliani che vivono quella quotidianità preferiscano affidarsi a Netanyahu piuttosto che ai volemose bene degli intellettuali europei.
Tralasciando per un momento, con cinico realismo, gli orrori che la guerra comporta e le grandi articolazioni retoriche sulla pace e la tolleranza, guardiamoci dentro e chiediamoci: cosa faremmo noi al loro posto?
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