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La triste storia di Elon Musk e del populismo plebiscitario alla prova dei fatti

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La triste storia di Elon Musk e del populismo plebiscitario alla prova dei fatti

Il malinconico congedo di Elon Musk dalla sua parentesi istituzionale come consulente del governo degli USA dovrebbe rappresentare un formidabile spot per ciò che davvero è il populismo plebiscitario: una montagna di promesse non mantenute. Una lunga sequela di scemenze irrealizzabili che, più sono irrealizzabili e

Filippo Piperno04/06/2025Aggiornato 03/06/20255 min lettura1.054 parole
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Il malinconico congedo di Elon Musk dalla sua parentesi istituzionale come consulente del governo degli USA dovrebbe rappresentare un formidabile spot per ciò che davvero è il populismo plebiscitario: una montagna di promesse non mantenute.

Una lunga sequela di scemenze irrealizzabili che, più sono irrealizzabili e più conquistano il consenso di un elettorato a caccia di soluzioni magiche (leggete il formidabile pezzo di Alfonso Lanzieri su InOltre di ieri).

È noto a tutti come Musk, uno degli imprenditori più brillanti e immaginifici di questo scorso di secolo, stravolto (evitate battutacce) e preoccupato dalla marea montante del woke che negli Stati Uniti rasenta la psicopatia collettiva, circa una decina di anni fa si converte al trumpismo divenendone uno degli alfieri più rappresentativi (di certo il più ricco).

E così Elon, lui che può, decide di sborsare 250 milioni di dollari per sostenere la campagna elettorale per il secondo mandato di Donald Trump, promettendone ulteriori 100.

Il trionfo del magnate alle presidenziali 2024 schiude le porte del potere anche al sudafricano Elon. Trump gli affida il DOGE ovvero il Department of Government Efficiency (Dipartimento dell’Efficienza Governativa“). “Il quasi ministero -ha scritto Marco Valsania sul Sole24ore – creato a sua misura con la dichiarata missione di combattere burocrazia federale e sprechi. Una missione simboleggiata dalla motosega che Musk amava brandire in pubblico”. L’ennesimo deus ex machina, aggiungo io, partorito dalla prolifica macchina della propaganda trumpiana che avrebbe risolto, una volta per tutte, gli enormi problemi di bilancio della spesa pubblica negli Stati Uniti.

Com’è andata a finire è storia di questi giorni. Tra battaglie legali, conflitti di interesse, scriteriati licenziamenti di massa e risparmi gonfiati, il matrimonio tra Trump e Musk scricchiola fino al giorno in cui, dopo soli 130 giorni, Musk – con tanto di occhio nero che mai fu più evocativo – in diretta dallo studio ovale della Casa Bianca viene congedato da Trump con i ringraziamenti che si tributano ad ogni alto dirigente solennemente trombato.

Tanti i motivi che hanno portato a questo prevedibile esito ma tutti riassumibili in uno solo: la grande impostura populista. Una tela neanche troppo sofisticata d’imposture e di impostori capace di rendere più o meno tutti infelici e scontenti.

Trump deluso dal fallimento misurabile in numeri del progetto DOGE e dal devastante impatto reputazionale scaturito dall’aver affidato il taglio di posti di lavoro di impiegati pubblici all’uomo più ricco del mondo e per giunta un non americano.

Musk, sedotto e scaricato da un presidente che aveva sostenuto a suon di milioni, che gli ha “regalato”, a lui un imprenditore globale, una delle più sconcertanti, sconclusionate e dannose campagne di dazi doganali a memoria d’uomo. Elon Musk che proprio ieri ha lanciato un durissimo attacco contro la principale legge di bilancio voluta dal presidente Trump, definendola “un abominio disgustoso” e dichiarando di non poter più rimanere in silenzio sulla questione.
“Mi dispiace, ma non riesco più a sopportarlo. Questo massiccio, oltraggioso disegno di legge congressuale pieno di sprechi è una disgustosa abominazione”.
“Aumenterà enormemente il già gigantesco deficit di bilancio e graverà sui cittadini americani con un debito schiacciante e insostenibile”.

Ebbene questa è una storia capace d’incarnare antonomasticamente il populismo plebiscitario messo alla prova dei fatti.

Per questo sortilegio che sta incantando molte democrazie occidentali sembra esserci un unico antidoto: lasciare che il sortilegio governi. Cercando di contenerne i danni, si capisce, ma affidando ai populisti il compito di tradurre in realtà le loro promesse fantasmagoriche. Lasciare che la cialtronaggine ciarliera che tanto bene funziona in tv, sui social e nei comizi si trasformi in arte di governo. Il risultato è garantito.

Il populismo è pericoloso perché non vince grazie ai voti del suo elettorato più estremista e identitario che resta sempre una minoranza, rumorosa quanto si vuole, ma minoranza.

Il populismo è una malattia subdola perché vince grazie ai voti di un elettorato d’opinione, portatore sano, in buona fede ma disilluso e sfiancato dall’incapacità della politica tradizionale di dare risposte efficaci a problemi concreti. Una politica persa dietro a ridicole ed inutili dispute sul sesso degli angeli e sul sesso delle pugilesse alle Olimpiadi. Una classe dirigente sempre più screditata che vive alla giornata ed è incapace di fornire uno straccio di visione per il futuro.

Questo grande serbatoio di voti che le ha già provate tutte è divenuto, nel volgere di un paio di generazioni, troppo neghittoso per adattarsi ad un modello sociale che, a partire dalla fine del secolo scorso, si è rimangiato la promessa di un benessere imperituro per tutti. Ha altre e meno sofisticate priorità prima di prendere in considerazione il tema dei diritti LGBT.

E così accade che anche per questo elettorato d’opinione il populismo può diventare la fattucchiera che ti legge la mano prospettandoti il ritorno ad un’epoca aurea di ricchezza e prosperità. Raccontandoti che la povertà sarà abolita. Che la guerra finirà in un giorno. Che un basterà cambiare il governo per fermare il più grande esodo migratorio nella storia dell’umanità. Che l’America tornerà grande!

Questi sono i voti che hanno fatto vincere Trump non il variopinto popolo Maga. Questo è l’elettore che in Italia ha portato i 5 stelle ad ottenere oltre il trenta per cento dei consensi, salvo poi vaporizzarsi dopo averli visti governare per quasi un’intera legislatura.

Perché, a differenza del popolo Maga e dei grillini duri e puri, per questo elettorato la fascinazione per le promesse fantasmagoriche dura il tempo di misurare la distanza tra quelle promesse e la loro realizzazione concreta.

Ecco perché la storia di Elon Musk e del suo sgangherato DOGE insegna una volta ancora che basta solo aspettare affinché la realtà faccia il suo corso e il sortilegio svanisca di fronte all’evidenza dei fatti.


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7 pensieri su “La triste storia di Elon Musk e del populismo plebiscitario alla prova dei fatti

  1. mariapiamessina44 dice:

    Condivido tutto, anche la punteggiatura del tuo articolo che tratteggia con il solito stile tagliente lucido e sintetico il personaggio Musk, servile e opportunista, fin dove gli conviene, verso il suo datore di lavoro.
    Davanti agli occhi ancora mi sovviene quell impiegato federale che con rabbia mista a grande commozione strappa il grande cerotto di carta metallica messo a nascondere il nome del suo reparto chiuso e dal quale la motosega di Musk l aveva cacciato senza prove legittime.
    Mpia.

  2. Filippo Piperno dice:

    Il mio pezzo non intendeva dettagliare i risultati risibili ottenuti da Musk e dal suo DOGE. Per quello troverai fior di articoli che dettagliano numeri e conseguenze disastrose sulla reputazione del già disastroso governo Trump. Che tu non sia in grado o finga di non averlo capito fa parte dell’abitudine mistificatoria dei propagandisti. Ma la tua propaganda spicciola da trumpiano della domenica va bene così perché squalifica ulteriormente questa banda di faccendieri da baraccone.

  3. Maurizio dice:

    130 giorni e’ il limite di legge per quegli incarichi. Nessun congedo da parte di Trump. Ma non è l’unica bugia.
    Il fatto che tu non sappia citare le aree di intervento, e neanche un risultato, mostra con tutta evidenza che questo piccolo sproloquio con un pizzico di isterismo sia una contumelia e niente più.
    I licenziamenti di massa non ci sono stati: sono stati più che mirati, e le 590.000 carte di credito ritirate, e la chiusura di organizzazioni che ricevevano miliardi senza avere neppure una sede operante.
    Ma, a parte l’evidente pregiudizio (divertente però quando un quisque de populo giudica con sufficienza un uomo che ha cambiato il mondo, e nei commenti leggo anche chi gli dà del fesso) resta da capire perché i trombettieri dem preferiscano gli sprechi dolosi a un tentativo di evitare quelle ruberie, a prescindere dal suo successo.

  4. Giovanna Nuvoletti dice:

    tutto ok, d’accordo su tutto. Ma il sesso delle pugili conta. Soprattutto quello degli uomini: se vi basta mettervi un po’ di rossetto per essere ammessi a competizioni sportive femminili, o se in galera, poter entrare nella sezione femminile, questo è segno di una grande deriva, pericolosa oltre le piste da corsa o le prigioni. E non voglio uomini in gonnella neanche nei bagni! Il woke ha fatto grossi danni, ed ha contribuito anch’esso alla vittoria dell’illusione populista.

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