Israele
Perché ho firmato il manifesto “Per Israele”
Quando il direttore del Riformista, Claudio Velardi, mi ha chiesto di sottoscrivere il manifesto "Per Israele", non ho avuto esitazione alcuna. Infatti, pur non condividendo un suo passaggio iniziale (a mio giudizio, tra l'iniziativa milanese al teatro Parenti e quella romana a piazza San Giovanni qualche


Quando il direttore del Riformista, Claudio Velardi, mi ha chiesto di sottoscrivere il manifesto “Per Israele”, non ho avuto esitazione alcuna. Infatti, pur non condividendo un suo passaggio iniziale (a mio giudizio, tra l’iniziativa milanese al teatro Parenti e quella romana a piazza San Giovanni qualche differenza c’è), nel tempo presente bisogna scegliere da che parte stare.
O con chi pensa che le vittime di ieri sono i carnefici di oggi; che lo stato d’Israele un’impostura, l’abusivo destinatario di una solidarietà deviata; che la sua nascita e la sua esistenza si avvalgono di un’indebita patente di legittimità morale, frutto soltanto del senso di colpa e della cattiva coscienza dell’occidente. O con chi pensa, come Primo Levi, che “Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo” (“L’asimmetria e la vita”. Scritti 1955-1987).
Sono bastati pochi mesi, in realtà, perché il virus dell’antisemitismo si diffondesse rapidamente nell’opinione pubblica del nostro paese (e non solo), fino a contagiare gli ambienti più radicali (e non solo) dell’intellettualità, del sindacato e della sinistra italiana. Nella migliore delle ipotesi, abbiamo così assistito a un “difetto di giudizio”, come direbbe Kant, sulla posta in gioco in Medio Oriente. Nella peggiore, a una svendita dell’etica della responsabilità per qualche manciata di voti.
Per lor signori, nell’antropologia del sacrificio la vittima deve sempre apparire innocente. Lo stato israeliano non è innocente, l’ebreo di Israele non è innocente, ma perché si sono difesi e hanno combattuto per la propria sopravvivenza. Ora il loro diritto a esistere è stato nuovamente messo in discussione: dai tagliagole di Hamas e dai suoi burattinai.
Ma chi non ha perso il senno sa che da oltre mezzo secolo il conflitto israelo-palestinese provoca non una critica -lecita- delle politiche del governo di Gerusalemme, bensì la sua delegittimazione storica in quanto emissario, complice, rappresentante di un avamposto militare dell’impero americano, come recita la propaganda islamista e quella a ovest di Allah.
Secondo Theodor W. Adorno, ogni spiegazione economica e sociale dell’antisemitismo si rivela sempre inadeguata, perché le radici del fenomeno si spingono fino alla profondità più oscura e misteriosa della nostra civiltà. È un morbo sottile che travia le coscienze, corrompe la cultura, avvelena i pozzi della democrazia liberale. È giunto il momento di scendere in campo per dire un fermo e netto “basta” a questo scempio della ragione. Se non ora, quando?
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Leggendo il vostro blog mi rendo conto che tanti altri condividono, almeno in parte, le mie convinzioni su Israele ed il mondo ebraico. Grazie
Grazie Francesco. Cerchiamo di spezzare l’assedio di una narrazione conformista e molto rumorosa.
Che bello – oltre a tutto il resto – constatare che c’è almeno qualcuno che sa che il governo è a Gerusalemme e non a Tel Aviv!
Finalmente. C’è voluto tutto questo tempo per iniziare a dirlo? E… I TG quando smettono di tifare hamas?