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“Dal fiume al mare”. La messa in discussione dell’esistenza dello Stato di Israele

Israele

“Dal fiume al mare”. La messa in discussione dell’esistenza dello Stato di Israele

Un nuovo elemento di riflessione si è presentato inopinatamente nel conflitto tra Israele e Hamas, spia del limite oltre il quale non era immaginabile si potesse arrivare. L’avvitamento senza apparente sbocco della situazione ha introdotto il seguente elemento inaudito: in accordo con la tesi del movimento 

Stefano Piperno04/06/2025Aggiornato 03/06/20255 min lettura971 parole

Un nuovo elemento di riflessione si è presentato inopinatamente nel conflitto tra Israele e Hamas, spia del limite oltre il quale non era immaginabile si potesse arrivare.

L’avvitamento senza apparente sbocco della situazione ha introdotto il seguente elemento inaudito: in accordo con la tesi del movimento  terroristico, la messa in discussione dell’esistenza stessa dello Stato di Israele da parte dell’opinione pubblica più radicale, la stessa che continua ad agitare il concetto di genocidio, rappresenta gli israeliani come neo-nazisti, ha rimosso la mattanza del 7 ottobre e la giustifica come atto di logica ritorsione alla ghettizzazione cui Israele avrebbe costretto gli abitanti di Gaza, sorvolando sulla determinazione con cui Sharon nel 2004 impose il ritiro dalla striscia mandando l’esercito a rimpatriare con la forza i coloni riottosi.

È tragicomica una simile proposizione, mai realizzatasi per vie legali e pacifiche, ma solo con mezzi bellici, per citare alcuni esempi: l’Impero Ottomano, la Polonia e la Jugoslavia., oltre ovviamente quello cui mira Putin con “l’operazione speciale” in Ucraina ai giorni nostri.

Spesso è avvenuto il contrario: cioè la creazione di Stati che non esistevano ad opera di potenze vincitrici, il Medio Oriente disegnato dagli Anglo-francesi dopo la Prima Guerra Mondiale ne è l’esempio più eclatante, seguito da molti Stati post-coloniali in tutti i continenti (emblematico il caso di India e Pakistan, costato una migrazione biblica e milioni di morti, per motivi etnico-religiosi non dissimili dal caso ebraico-mussulmano).

È evidente che uno Stato riconosciuto dal diritto internazionale e membro permanente dell’ONU, esiste “per se ipse”, quindi solo la vittoria militare di Hamas potrebbe cancellare Israele dalle carte geografiche.

Bisognerebbe dunque che qualcuno facesse presente ai sostenitori della inverosimile tesi queste circostanze che hanno solide basi storiche.

Gli antisionisti, non dall’invasione di Gaza, ma da sempre hanno ritenuto che la Shoah non giustificasse la trasformazione del “focolare ebraico” in Palestina, promesso dalla dichiarazione Balfour, in uno Stato che si insediasse in territorio arabo.

Le contrarietà di una parte non trascurabile dell’opinione pubblica internazionale verso la politica di Israele è via via cresciuta in occasione delle ripetute crisi e guerre che hanno coinvolto lo Stato ebraico, dopo un periodo di sostanziale appoggio che va dal ‘48 al ‘67.

Senza riassumere i vari tentativi di soluzione del problema, spesso saltati sul filo di lana, è bene ricordare che ci hanno rimesso la vita uomini come Rabin, Sadat e forse lo stesso Arafat, per dire quanto forte da ambo le parti sia l’opposizione all’ipotesi di convivenza sullo stesso territorio di due culture tanto dissimili, anche se la presenza di oltre 2 milioni di arabi cittadini israeliani con pienezza di diritti, dovrebbe far riflettere.

C’è chi continua a sostenere la soluzione dei due Stati secondo la risoluzione dell’ONU, chi si rifà alla tesi di Amos Oz che sosteneva la necessità di un vero e proprio divorzio consensuale con una rigida separazione tra ebrei e mussulmani, come in Irlanda del Nord tra cattolici e protestanti, chi in fine auspica l’annientamento di Hamas, ipotizzando una sudditanza coatta della popolazione di Gaza all’organizzazione terroristica, ipotesi tutta da verificare, perché suscitano più di un dubbio le manifestazioni di giubilo della popolazione dopo il 7 ottobre, la mancanza di opposizione al regime di Hamas e la perdita di ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese presieduta dall’anziano Abu Mazen.

Resta comunque il timore che storicamente situazioni simili si sono sempre risolte con delle guerre che hanno mostrato con chiarezza vincitori e vinti.

Molti sono i dubbi che sono suggeriti da un approccio freddo, razionale e realistico, che riguardano il perché un esercito tra i più forti del mondo, suffragato da armamenti preponderanti, dal monopolio dello spazio aereo, una intelligence tra le più considerate, dopo un anno e mezzo non sia riuscito a liberare gli ostaggi e disarmare i miliziani di Hamas.

Questo fornisce argomenti a chi insinua che Netanyahu prolunghi la guerra per biechi motivi personali, ma per quanto male si possa pensare di lui è da escludere che il numero di vittime tra la popolazione di Gaza e di giovani reclute israeliane sia un prezzo che sia disposto a pagare all’infinito.

Un altro dubbio riguarda il futuro di Gaza e dei suoi abitanti, infatti il governo Netanyahu ha accettato, dopo quasi un mese dal 7 ottobre, la sfida di Hamas, senza però avere un piano per il dopoguerra, con l’unica soluzione possibile dell’occupazione della striscia, assumendo il rischio di futuri attentati e rivolte, l’esatto contrario di quello cui aspira la stragrande maggioranza dei cittadini israeliani (secondo recenti sondaggi il 70%): sicurezza e pace.

Mentre tutto questo avviene sotto i nostri occhi sgomenti, politica e comunicazione, sono venute meno ai loro ruoli istituzionali, cavalcando senza ritegno le pulsioni di pancia di un pubblico privo di memoria storica e facile preda del chiacchiericcio inconsistente di chi ha scelto a priori carnefici e vittime e propone soluzioni diplomatiche cui nessuno seriamente attende.

Da rimarcare le perentorie prese di posizione dei politici europei, parole al vento per placare le ansie e l’indignazione dei cittadini.

La Storia è come un fiume con molte anse, spesso il suo corso torna indietro prima di arrivare al mare, stiamo vivendo una fase di arretramento e il mare è lì che aspetta.


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Un pensiero su ““Dal fiume al mare”. La messa in discussione dell’esistenza dello Stato di Israele

  1. blogdibarbara dice:

    Il motivo per cui un esercito fra i più potenti del mondo non è ancora riuscito ecc. ecc. è uno solo ed è molto semplice: Tzahal ha sempre combattuto al 10% della propria potenza, per di più rinunciando all’arma più potente in guerra, ossia l’effetto sorpresa e rifornendo il nemico di corrente acqua combustibile e di tutti i beni di prima necessità. È chiaro che con questi sistemi a vincere non ci arriverà mai. D’altra parte si sa che il medico pietoso fa la piaga purulenta.

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