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La trappola del referendum in cui tutti continuano a cadere

Politica italiana

La trappola del referendum in cui tutti continuano a cadere

Il referendum è andato come doveva andare. L’Italia ha mostrato l’opportuno disinteresse per quesiti che, soprattutto nel caso di quelli sul lavoro, erano frutto di un approccio puramente ideologico, utile solo a consentire a Landini di “contarsi” (in vista di un’OPA sul PD?) e alla sinistra

Marco Setaccioli10/06/2025Aggiornato 10/06/20253 min lettura512 parole

Il referendum è andato come doveva andare. L’Italia ha mostrato l’opportuno disinteresse per quesiti che, soprattutto nel caso di quelli sul lavoro, erano frutto di un approccio puramente ideologico, utile solo a consentire a Landini di “contarsi” (in vista di un’OPA sul PD?) e alla sinistra schleiniana di regolare i conti con Renzi e con l’ala riformista.

Il lavoro ed i lavoratori erano in fondo alla lista delle priorità e sono stati anzi strumento di un tentativo fallito di includere la CGIL in una sorta di campo semi-largo nel quale l’area liberale finisse all’angolo. Personalmente ritengo, peraltro, che lo strumento referendario venga da anni ormai costantemente frainteso.

La nostra Costituzione è entrata in vigore 1948, in un momento di rinascita del paese dalle ceneri della dittatura, ma quando una larga parte della popolazione era sostanzialmente analfabeta. Il referendum, in una Repubblica nata da un referendum, era quindi concepito come uno strumento di partecipazione diretta e di controllo rispetto ad eventuali derive del potere.

Ma era soprattutto ideato per essere maneggiato da chiunque, indipendentemente dal livello di istruzione. Anche per questo, al suo utilizzo sono stati imposti vincoli ben precisi: sarebbe stato solo abrogativo (non si poteva chiedere al popolo di scrivere leggi, ma semmai di cancellare quelle ritenute sbagliate) ed avrebbe riguardato solo alcune materie (escluse, ad esempio, economia e politica estera).

La stagione referendaria che ne è seguita ha, non a caso, permesso di coinvolgere il popolo nelle grandi scelte di natura etica e sociale come aborto, divorzio, nucleare. Scelte che hanno avuto protagonisti straordinari come Marco Pannella e che hanno letteralmente plasmato la società italiana.

Dopo l’ennesimo fallimento nel raggiungimento del quorum ci si dovrebbe semmai interrogare su come si sia potuti arrivare da quella concezione di referendum ai cervellotici quesiti attuali, con i quali si propongono cancellazioni di singole parole o porzioni di frasi, attraverso le quali si punta ad ottenere surrettiziamente una riscrittura delle norme.

Puri tecnicismi ai quali si pretende che la gente – che già di suo le urne le diserta – si appassioni, ma che, in quanto tali, poco o nulla hanno a che fare con lo spirito nazionalpopolare cui il referendum, così come era stato concepito, dovrebbe ispirarsi.

Non è un caso che negli ultimi anni ben pochi quesiti abbiano raggiunto il quorum. Ed è francamente incomprensibile come in questa trappola continuino a cadere praticamente tutti. Il suicidio stavolta è firmato sinistra.

E Meloni ringrazia.


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