Il dibattito delle idee
Vietato offendere i buoni sentimenti di chi ci evangelizza con le sue percezioni allucinate della realtà
Quando John Stuart Mill pubblicò il suo saggio, La Libertà (1858), pietra miliare del liberalismo, difficilmente poteva immaginare come il mondo democratico si sarebbe ridotto. Certo che, se si considerano i suggerimenti che egli diede già allora, aveva ben chiaro quali problemi le democrazie avrebbero dovuto



Quando John Stuart Mill pubblicò il suo saggio, La Libertà (1858), pietra miliare del liberalismo, difficilmente poteva immaginare come il mondo democratico si sarebbe ridotto. Certo che, se si considerano i suggerimenti che egli diede già allora, aveva ben chiaro quali problemi le democrazie avrebbero dovuto affrontare.
La polemica liberale di Mill si innesta nella gran Bretagna di metà Ottocento, che è sotto la pressione dei contraccolpi sociali prodotti dall’industrializzazione con le sue varie forme di degrado e disgregazione sociale. È per rispondere al desiderio e alla richiesta di moralità proveniente dal puritanesimo inglese di quel tempo che Mill sottolinea l’inopportunità di leggi che interferiscono nella vita privata degli individui: su alcune questioni è bene che lo Stato non metta becco, perché devono essere lasciate alle scelte e alla moralità dei singoli.
Mill, nel tentativo di indicare la via per conciliare i diritti individuali con il bene comune, mette in guardia rispetto a uno dei più rilevanti pericoli della democrazia: la dittatura della maggioranza. Nel far ciò egli non si riferisce solo al rischio del dominio delle istituzioni politiche, ma precisa che occorre tutelare la collettività anche dalla dittatura dell’opinione dominante, dal dilagare di quel comune sentire dal carattere apodittico rispetto al quale diventa difficile sottrarsi, se non al costo di consumare l’eresia del tempo.
Da Mill a oggi gli scenari sociopolitici e i modi di formazione del sapere e delle opinioni sono profondamente mutati. In mezzo c’è stato un secolo che ha rinunciato ai valori dell’illuminismo giungendo, con il nazismo, a portare un’aggressione totale al genere umano. Senza contare la lunga scia del comunismo che ha generato atrocità e che ha determinato la morte di milioni di persone.
Usando violenza semplificatrice alla storia, per capire ciò che è oggi la società, come la pensa su certe questioni e su quali meccanismi agisce il processo di produzione della conoscenza, non si può prescindere dall’influenza determinata dal postmodernismo, a partire da autori come Michel Foucalt, Jacques Derrida e Edward Said, seguiti dalla folta schiera di contemporanei che a loro si ispirano, tentando una breve ricostruzione delle trasformazioni culturali del secondo dopoguerra.
Il comunismo è stato, e continua a essere, un eloquente esempio della difficoltà umana a comprendere come anche le teorie ispirate da nobili visioni, che tendono a un bene superiore, possano condurre alla rovina. È sotto la spinta dell’innegabile e della disillusione davanti al fallimento del marxismo che, a un certo punto, si palesano i primi postmodernisti. Visto che la loro struttura analitica di lungo corso si era sfaldata, il loro fu un approccio talmente cinico che non consentiva di fare più affidamento su nulla.
Lo scetticismo dei primi postmodernisti inglobò tutte le grandi teorie moderne, l’illuminismo e le fedi religiose. Teorizzarono una nuova hybris umana che faceva a pezzi il cristianesimo, la scienza, il concetto di progresso, e i valori universali di libertà e uguaglianza. Queste idee hanno avuto molto successo e si sono evolute dagli anni Settanta per arrivare fino ad oggi nelle diverse declinazioni della teoria postmoderna applicata: la teoria postcoloniale, la teoria queer, l’intersezionalità e, in particolare, la Social Justice. Rami che, a vario titolo, portano linfa a quella cultura gnostica di sinistra nota come wokismo, che ha fatto del maschio bianco, occidentale ed eterosessuale, il capro espiatorio della storia dell’umanità.
La società del benessere, fondata sul patto sociale del welfare state, rese possibile il raggiungimento di molti degli obiettivi del comunismo (tranne, ovviamente, l’abolizione della proprietà privata). La prima generazione di giovani cresciuti all’interno di un sistema politico che ha garantito la pace, la sicurezza sociale e molti agi, non poté che abbracciare una nuova forma di progressismo che spostò l’obiettivo da una prospettiva economico-sociale a quella meramente culturale di protesta e di rifiuto dell’esistente.
Da allora in poi il capitalismo fu uno dei nemici giurati. I pilastri sociali della famiglia e della scuola andavano abbattuti per la ricostruzione di un nuovo edificio sociale in nome di una rigenerante autodeterminazione. Insomma prendeva forma quella paura della propria storia e delle proprie origini che sarà alla base dell’azione di de-occidentalizzazione del mondo per liberare dal giogo dell’insulsa tradizione europea tutti gli oppressi, seppur ignari di tale abnorme ingiustizia.
Questa nuova forma di progressismo di stampo eminentemente culturale, che mirava a mettere dei paletti storici rispetto a ciò che l’Occidente rappresentava, caratterizzò la rivolta giovanile degli anni Sessanta, e costituì la base della cultura alternativa affermatisi con le proteste del Sessantotto in tutta Europa. Un’Europa che, dopo i drammi dei totalitarismi e della Shoah, era alla ricerca di senso e di nuovi significati che non troverà, perché era in fuga da sé stessa e dalla storia.
Dopo il boom economico del secondo dopoguerra, prende corpo una nuova borghesia che riciclerà, in modo piuttosto disinvolto, molti giovani contestatari degli anni Sessanta, i quali assumeranno ruoli importanti e di prestigio nella società liberaldemocratica protesa verso i cambiamenti epocali della globalizzazione. È a questo punto, negli anni Ottanta, che si consolida l’orientamento ideologico del politically correct.
Il risultato è quello di un’ideologia a due teste, una sorta di Idra, che da un lato abbraccia la prospettiva postmodernista di una società dalle identità mutevoli e senza radici, e dall’altro si rifà ai principi dell’umanesimo per assicurare le identità e le appartenenze degli individui a una specifica collettività. I diritti individuali si trovano, d’un tratto, svincolati dai legami etico-religiosi e dai limiti giuridici che sino ad allora si erano formati all’interno dei sistemi costituzionali.
Pertanto, la political correctness avrà modo di esercitare la propria influenza nell’ambito del cosiddetto multiculturalismo, visto non come il naturale esito (da gestire) del pluralismo delle società aperte, ma come l’obiettivo finale, non perderà occasione di condannare l’Occidente per la sofferenza di ogni innocente nel mondo, trasformerà i desideri dell’ego più profondo in diritti assoluti, per non parlare di quella forma di ecologismo viscerale per cui la tutela delle nutrie ruspanti della laguna di vattelapesca varrà bene, se necessaria, l’estinzione del Sapiens.
Il politicamente corretto e i diversi rami in cui si è evoluta la teoria postmoderna hanno mantenuto nel tempo una radice comune riconducibile a una vecchia idea di matrice marxista e leninista. Si tratta dell’irriducibile pensiero che quanto di brutto e terribile accade al mondo sia il risultato dell’azione di potenti forze occulte che perseguono i loro indicibili interessi. Sullo sfondo c’è l’idea storicista (che soggiace al conflitto di classe) che ogni cosa sia riconducibile all’eterno scontro tra le forze del bene e quelle del male, una lotta infinita tra sfruttati e sfruttatori.
Siamo di fronte, ancora oggi, a uno dei peggiori e rozzi travisamenti della filosofia marxiana della storia compiuto dai sacerdoti senza religione del terzo millennio. Marx non credeva, infatti, alle cospirazioni da parte del “grande capitale” o dei “guerrafondai imperialisti”. Anzi, è proprio la sua prospettiva storicista che lo porta ad abbandonare i suoi impotenti attori sul palcoscenico della storia.
Quanto argomentato è la necessaria premessa culturale e di contesto per meglio comprendere come, in molti casi, concetti semplici, reali e realistici, siano oggi trasformati nel loro opposto, come fossero il raccapricciante esito del bispensiero orwelliano; perché determinate affermazioni per essere credibili debbano essere corredate dalle giuste premesse, e perché chi non si adegua alle ultime tendenze lessicali dello speech code (generate dal politically correct) debba essere esposto al pubblico ludibrio.
Se a metà ottocento le scelte degli individui, anche su questioni eminentemente personali (da qui la condanna di Mill), dovevano superare il vaglio del senso comune generato dal puritanesimo inglese, oggi il free speech della società liberale è da un lato compromesso dalla malafede di chi proclama la retorica del libero confronto per continuare a spacciare disinformazione e propaganda di regimi autocratici e terroristi, e, dall’altro, dalla regolamentazione tacita del nuovo codice etico postmoderno fondato (oltre che sui capisaldi sopra descritti) sul “principio umanitario” della “non offesa” della sensibilità di chi ha deciso di attenersi a tale codice.
L’asprezza e l’intensità dei conflitti attuali deriva, in molti casi, dal fatto di aver ferito la sensibilità di qualcuno o, più facilmente, di qualcuno che si identifica con qualcun altro nell’ambito di un determinato gruppo di appartenenza accomunato dalla convinzione di avere in pugno la verità e di essere legittimati, pertanto, a reprimere ogni tentativo di critica. Solo chi conosce la verità ha il diritto di decidere chi ha ragione.
La crescente attenzione verso la sensibilità degli altri ha amplificato e potenziato il meccanismo sino a determinare la scelta di censurare affermazioni o idee che si pensa possano essere fonte di dolore o disagio psicologico. Tanto che in alcuni casi la potente conventio ad excludendum verso chi non si adegua determina una vera e propria autocensura.
Quella di evitare l’utilizzo di ogni forma di “violenza epistemica” è un’esortazione che percorre tutto il pensiero postmoderno della Social Justice. L’invito fa da pendant al principio dell’egualitarismo: le convinzioni sincere di ogni persona possono pretendere uguale rispetto (l’uno vale uno del M5S, per intenderci). Se, poi, le persone in questione appartengono a un gruppo oppresso meglio ancora, perché la loro considerazione dovrà essere speciale.
In altri termini, secondo tale recente aggiornamento della teoria postmoderna, alcune idee non possono essere criticate, e basta. Ciò è anche perché non è possibile attribuire torti e ragioni sulla base della solidità delle argomentazioni fornite dalle persone. La verità è solo in mano a chi possiede un’identità ben precisa, sempre che decida di fare i discorsi giusti. E’ evidente il rifiuto radicale del principio milliano dell’utilità reciproca del libero confronto.
Un paio di esempi contribuiranno a rendere meglio l’idea.
Il no-vax risentito
Ricordo il caso di un no-vax, precedentemente sospeso dal lavoro per non essersi sottoposto alla vaccinazione obbligatoria contro il Covid-19, che, a un certo punto, forse in preda ad una sorta di reazione liberatoria dopo le comprensibili frustrazioni subite nel lungo periodo della pandemia, iniziò una crociata contro l’utilizzo della stessa parola “no-vax”, nell’ambito del proprio ambiente lavorativo.
Il termine era stato inserito all’interno di un documento, a suo dire quasi a tradimento, come se qualcuno avesse voluto fare uno smacco a lui e agli altri che avevano rifiutato il vaccino. La giustificazione addotta era legata all’intrinseca natura offensiva, quasi discriminatoria (non detto ma pensato), del termine.
Le forti emozioni negative provate legittimarono il no-vax, ipso facto, a elaborare una strategia difensiva/vendicativa attraverso la modifica dello speech code che, di fatto, avrebbe comportato la censura del termine “no-vax” per palese violazione dei suoi intimi sentimenti di antivaccinista duro e puro, che nulla poteva aver a che fare con quei soggetti dal comportamento discutibile descritti da medici e scienziati mentecatti.
A quel punto, qualche anarchico bakuniano avrebbe potuto ben pretendere l’abolizione della parola “Stato”, per attentato all’ancestrale spirito sovversivo che abita le sue viscere.
Quanto descritto non sarebbe, probabilmente, accaduto se il ceto politico (inadeguato) e il circo mediatico non avessero trattato i no-vax come soggetti con i quali poter dialogare nel tentativo di favorire una razionale modifica dei loro convincimenti, senza turbare più di tanto la loro intima dimensione libertaria.
In tal modo si è implicitamente riconosciuto ai no-vax un certo potere di negoziazione che, grazie anche alle comparsate televisive di improbabili ospiti cui veniva dato spazio da conduttori e giornalisti irresponsabili, si è trasformato in alcuni casi in una vera e propria arma di ricatto nei confronti della maggioranza silenziosa che ha deciso di vaccinarsi.
Sarebbe bastato considerare i no-vax come cittadini liberi di esercitare il proprio diritto alla stupidità; quella stupidità descritta da Carlo Maria Cipolla che ha la forza di nuocere a se stessi e agli altri.
L’errore grossolano è stato di considerare l’obbligo vaccinale, in una pandemia come il Covid-19, una scelta da poter sottoporre al vaglio delle opinioni dei singoli, quando è evidente che si tratta di una irrinunciabile scelta di deontologia liberale.
Quello che accade al ristretto gruppo degli irriducibili che storicamente rifiutano il vaccino è, più che altro, un problema di legalità e di ordine pubblico. Non c’entra nulla né con la politica sanitaria né con il diritto di habeas corpus del singolo. Il virus si trasmette, infatti, per mano di fenomeni biologici deterministici, e non sulla base delle preferenze e dell’intimo sentire degli individui.
“Hamas non è un’organizzazione terroristica” e “a Gaza è in corso un genocidio”
A marzo del 2024 la filosofa americana Judith Butler, cofondatrice della teoria queer (analizza tutto ciò che non rientra nei binari, punta alla decostruzione delle categorie e nutre un forte scetticismo verso la scienza), dichiarava che il massacro del 7 ottobre 2023, perpetrato da Hamas ai danni di Israele e degli israeliani, non era da considerarsi un atto terroristico e non aveva alcuna caratterizzazione di antisemitismo, ma è, anzi, da qualificarsi come un “atto di resistenza armata”. Non a caso la stessa Butler si era precedentemente spinta ad affermare che “Hamas e Hezbollah sono parte integrante della sinistra globlale”.
Difficoltà a riconoscere la natura terroristica di Hamas ha manifestato in diverse occasioni anche l’italiana Francesca Albanese, relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati. Albanese è tra i tanti che rincarano la dose affermando che a Gaza sarebbe in corso un “Genocidio”. E chi rifiuta alla radice sia l’una sia l’altra connotazione, sottolineandone la portata irrealistica, illogica e antistorica, è facile venga relegato nel girone infernale delle “bestia di Satana”.
Anche in questi casi, per capire come l’infima propaganda ProPal possa riuscire ad attecchire così diffusamente, generando una violenta polarizzazione, è opportuno riscoprire certe premesse culturali che si rifanno alla teoria postcoloniale.
I teorici postcoloniali ambiscono al superamento della “mentalità” colonialista considerata, ancora oggi, autoassolutoria. Il pensiero centrale della teoria postcoloniale è che l’idea di Occidente si sia formata in contrapposizione a quella dell’Oriente: noi, occidentali, razionali, belli e civili; loro, orientali, superstiziosi, brutti e barbari. Secondo tale visione l’Oriente sarebbe il metro di paragone dell’Occidente, che si compiace di essere migliore.
Edward Said, teorico palestinese-americano (ispirato, tra l’altro, al pouvoir-savoir di Foucalt), ha riassunto tali idee nel suo libro “Orientalismo”, pubblicato nel 1978. Quello di Said, in piena coerenza con l’approccio postmoderno, è il tentativo di riscrivere la storia dall’angolo visuale degli oppressi. E’ lo stesso racconto storico che si dipana, infatti, tra gruppi culturali dominanti e gruppi emarginati, in virtù degli squilibri di potere. Ed è tale motivo che fa naufragare ogni ambizione di conoscenza oggettiva.
E’ l’idea postmoderna, secondo la quale la conoscenza la si subisce e non la si può fare, che si ritrova nell’introduzione di “Orientalismo”:
“La mia argomentazione è che la storia è fatta di uomini e donne e che, allo stesso modo, può anche essere disfatta e riscritta, sempre con vari silenzi ed elisioni, sempre con forme imposte e deturpazioni tollerate, affinché il nostro est, il nostro oriente, diventi “nostro” e possiamo possederlo e dirigerlo”.
Il pensiero postcoloniale si offre, in tal senso, di completare la narrazione postmoderna. Il suo è un programma politico che, pur prendendo le mosse dalla classica decostruzione, mira a ricostruire attraverso l’attivismo una nuova dimensione di riscatto degli oppressi.
Allora, secondo questa narrazione quella di Hamas è, probabilmente, l’unica risposta possibile allo strapotere di Israele e degli ebrei che dell’Occidente capitalista e colonialista costituiscono l’avamposto storico in Medio Oriente. La loro reazione militare al pogrom del 7 ottobre è facile che possa essere considerata un “genocidio”, parola usata come “superlativo assoluto della nostra indignazione”, abolendone così il significato. E’ un semplice caso? Il rilevare, poi, ogni evidenza empirica contraria a tale ricostruzione è un’altra forma di violenza perpetrata a danno dei poveri palestinesi.
Si manifesta ancora, nel solco dell’attivismo del pensiero postmoderno, la blasfemia intellettuale del politicamente corretto che si ostina ad applicare categorie della civiltà liberaldemocratica a situazioni e scenari che sono espressione del suo contrario. Il ricorso alla rivoluzione o alla resistenza armata, nel pensiero liberale, possono essere accettati come necessarie e temporanee eccezioni quando siano unicamente finalizzate alla instaurazione o riconquista della democrazia e, con essa, al riconoscimento dei diritti fondamentali delle persone. Dimensioni del tutto assenti nella disumana galassia di Hamas.
Il furore ideologico degli attivisti ProPalimpedisce loro di vedere l’orrida contraddizione nella quale incorrono concedendo ad Hamas ogni sia pur minima forma di legittimazione. Così facendo finiscono, infatti, per rimanere loro stessi impantanati nella dimensione della barbarie e della sopraffazione dei deboli, che strepitano di voler combattere.
Il piagnisteo dei corifei delle anime belle, fattosi oramai senso comune che incute timore, vuole prescindere dalla natura stessa di Hamas: un’organizzazione terroristica, misantropa, antisemita, che incita (nel suo Statuto) all’uccisione di ebrei e invoca il mito antisemita della cospirazione globale ebraica, strettamente imparentata con il Jihad islamico palestinese (Jip), entrambi sotto l’influenza iraniana, che non avrà mai nulla a che spartire con i diritti, la democrazia e la dignità umana.
John Stuart Mill e il potere sugli altri
Mill è da molti considerato un antesignano del libertarismo, di quella tendenza ad assolutizzare i diritti individuali, come ad esempio in materia di fecondazione, di genitorialità e sull’uso delle tecniche di fecondazione assistita.
E’ lo stesso Mill, però, a bocciare questa prospettiva quando afferma che “lo Stato, pur rispettando la libertà di ciascuno in ciò che lo riguarda personalmente” deve, comunque, “mantenere un vigile controllo sull’esercizio del potere che permette agli individui di possedere altre persone”.
Nell’affermare ciò, egli non poteva certo riferirsi alle sofisticate forme di controllo odierne sull’opinione pubblica (disinformazione, propaganda di regime, guerra ibrida e cognitiva), che mettono a dura prova la formazione del libero consenso nelle società aperte, limitando spesso la possibilità di dibattito e di confronto, che è uno dei principi aurei di Mill: solo in tal modo, infatti, le persone possono capire quali siano le opinioni alle quali valga la pena credere. Il metodo funziona perché il risultato del confronto non è fissato in anticipo e perché non fa distinzioni tra i partecipanti: contano solo gli argomenti, i fatti e la logica.
L’ultimo, grande ostacolo, che limita alla radice la possibilità di dialogo tra chi la pensa diversamente, pare sia legato alla crescente sensibilità per la sensibilità degli altri. Per carità, il principio non è male. Solo che le sensibilità tendono a ingigantirsi e moltiplicarsi in funzione della disponibilità degli altri ad assecondarle e rispettarle, determinando una nuova forma di potere e di controllo sugli altri.
Il risultato conduce spesso alla creazione di santini sanguinanti amor proprio che scorazzano, in preda all’allucinazione epistemica del giorno, per le sempiterne vie della rivoluzione liberatrice. E se fai notare la loro balordaggine, magari con iniziative di segno opposto, ti puntano il ditino contro e finisci in qualche “rievocativa” lista di proscrizione.
Se solo riconoscessimo l’attitudine e la prontezza di taluni a proclamarsi feriti da qualcuno o da qualcosa come uno strumento di controllo e di ricatto, potremmo cercare di ridare senso alle cose e al dibattito pubblico. A partire dall’uso di registri dialogici dignitosi e di un minimo sindacale di onestà intellettuale.
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Micro saggio che meriterebbe un più ampio sviluppo.
Complimenti, bravo Vincenzo.
Grazie Alessandro! In effetti questo è un filone di particolare interesse che mi riprometto di approfondire.
Può indicarci qualche lettura per approfondire?
Alcuni testi:
Le parole e le cose. Foucault
Orientalismo: Said
La nuova intolleranza. Pluckrose-Lindsay
Politicamente corretto. Capozzi
Quest’articolo:
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-cultura-woke-venata-di-gnosticismo-sta-con-hamas
Magnifico, completo, complimenti, da diffondere nelle scuole, soprattutto in certe università
La ringrazio molto per la lettura e il suo apprezzamento.