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È davvero in pericolo la democrazia nell’America di Trump?

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È davvero in pericolo la democrazia nell’America di Trump?

La democrazia americana è sotto attacco, come sostiene il governatore della California Gavin Newsom? Difficile negarlo. Altri, perfino, affermano che è in corso un vero e proprio cambiamento di regime negli Stati Uniti. Se con questa espressione si intende la crisi o addirittura il crollo del

Michele Magno13/06/2025Aggiornato 12/06/20253 min lettura645 parole

La democrazia americana è sotto attacco, come sostiene il governatore della California Gavin Newsom? Difficile negarlo. Altri, perfino, affermano che è in corso un vero e proprio cambiamento di regime negli Stati Uniti. Se con questa espressione si intende la crisi o addirittura il crollo del suo sistema costituzionale, il giudizio va invece meglio circostanziato.

Prendiamo la questione dei dazi. L’articolo I (sezione 8) della Costituzione parla chiaro: solo il Congresso può deliberare in questo campo. Ma una legge del 1977 (firmata da Jimmy Carter) autorizza il presidente a imporre sanzioni negli scambi internazionali, ove si manifesti una minaccia straordinaria “alla sicurezza nazionale, alla politica estera o all’economia degli Stati Uniti”. Per attivarla, occorre una dichiarazione di “emergenza nazionale” (che va rinnovata ogni anno). È esattamente questa la legge invocata da Trump nel suo “ordine esecutivo” del 2 aprile scorso, quello appunto sulle tariffe doganali.

Quell’ordine sostiene che lo stato del commercio mondiale, la mancanza di reciprocità nei rapporti bilaterali, le barriere doganali e non doganali praticate dagli altri paesi che penalizzano gli Usa, i persistenti deficit americani negli scambi di beni, hanno creato una “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale e all’economia”. Stabisce quindi che esiste una emergenza nazionale e usa i poteri eccezionali che così gli competono.

Secondo il Brennan Center for Justice, un prestigioso istituto di tendenze progressiste della New York University, in realtà non c’è nessuna emergenza, nessuna minaccia all’economia nazionale. I poteri conferiti dalla legge sono destinati a sanzionare stati ostili, non il mondo intero, e i dazi neanche vi sono nominati. Inoltre, quei poteri servono per reagire con rapidità a una crisi improvvisa, non per affrontare problemi strutturali di lungo periodo.

È vero, il Congresso potrebbe bloccarli con un suo atto. Per superare il veto presidenziale, dovrebbe però essere approvato dai due terzi dei membri di entrambe le Camere. Impresa impossibile con l’attuale Congresso. Da questa forzatura cruda e estrema dei poteri presidenziali si può concludere che l’America di Trump sta scivolando verso una deriva autoritaria? Il rischio c’è.  Del resto, studiosi del calibro di Tocqueville, Weber e Franz Neumann hanno osservato che forme di neobonapartismo spesso nascono e si sviluppano in contesti democratici.

Il 6 maggio scorso è morto il politologo statunitense Joseph Nye, decano della John F. Kennedy School of Government presso l’Università di Harvard. È noto per aver coniato l’espressione “soft power” (il potere della persuasione, della cultura e delle idee), diventata popolare con le amministrazioni Clinton e Obama.

Il New York Times ha ricordato che negli ultimi mesi Nye osservava con sgomento la demolizione di strumenti fondamentali del soft power americano, come i programmi di assistenza medica e alimentare ai paesi stranieri o Voice of America, il servizio radiotelevisivo del governo federale.

Oggi quello trumpiano forse non si può definire un “hard power” in senso stretto (potere della forza, economica e militare). Ma è comunque un potere nudo e crudo, simboleggiato dall’uso improprio dell’esercito per compiti repressivi,  dal disprezzo delle regole, dal primato degli affari con chiunque e senza andare per il sottile, dallo sguardo arrogante del maschio rude e della femmina armata.

La verità è che questa sottospecie di hard power ha ancora una capacità di attrazione non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa. E questo è un bel problema.


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