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Il “serraglio dei giudei”

Storia, costume e cultura

Il “serraglio dei giudei”

La presenza degli ebrei, paragonati da Paolo -nelle Lettere ai Corinzi e ai Galati- al lievito che può guastare l'impasto, non rischiava perciò di corrompere il "sacro corpo" della città? Per placare l'inquietudine dei veneziani, nel 1516 la Serenissima aveva creato il primo "serraglio de' giudei"

Michele Magno17/06/2025Aggiornato 16/06/20257 min lettura1.476 parole

La presenza degli ebrei, paragonati da Paolo -nelle Lettere ai Corinzi e ai Galati- al lievito che può guastare l’impasto, non rischiava perciò di corrompere il “sacro corpo” della città? Per placare l’inquietudine dei veneziani, nel 1516 la Serenissima aveva creato il primo “serraglio de’ giudei” della storia a Cannaregio, in una minuscola isola della parrocchia di San Girolamo. L’isola aveva ospitato una fonderia di cannoni e campane, chiamata “getto” (dalla gettata di metallo fuso). Nella pronuncia degli ebrei ashkenaziti di origine tedesca, priva di vocali dolci, diventerà “ghetto”.

Quarant’anni dopo, nel luglio del 1555, con la bolla “Cum nimis absurdum” Papa Paolo IV (1555-1559) ordinava la creazione di un ghetto anche a Roma. Racchiuso nel rione Sant’Angelo, già abitato da quasi tutti gli ebrei romani, aveva una superficie inferiore a tre ettari di terreno. La sua area, esposta alle frequenti inondazioni del Tevere, era attraversata da vie strettissime e case anguste accatastate una sopra l’altra: un vero e proprio alveare umano.

Gli ebrei, tra cui i venti-trentamila stanziali a Roma già dal secondo secolo a.C. (sostenitori di Giulio Cesare e invisi a Cicerone), nell’età imperiale vengono organizzati in “collegia”, strutture giuridiche con diritti corporativi, incluso quello di ereditare proprietà. Tali diritti saranno aboliti dagli imperatori cristiani, tra la fine del quarto e l’inizio del sesto secolo. D’altro canto, gli ebrei non perderanno mai lo status di cittadini romani sancito nel 212 da un editto di Caracalla, che proibiva di trattarli in modo arbitrario e garantiva la libera professione del giudaismo. Così, attorno al 600, papa Gregorio Magno dispone che venissero risarciti per i beni comunitari loro confiscati, ma senza obbligo di restituzione.

Il provvedimento gregoriano fissava un principio che rimarrà in vigore per un migliaio di anni: gli ebrei dovevano essere governati da una combinazione di leggi secolari e religiose che, se osservate, avrebbero assicurato una pacifica coesistenza con i cristiani. Ciononostante, non cesseranno di essere vittime di violenze atroci, che sfuggivano all’occhio disattento delle autorità ecclesiastiche: omicidi, massacri, accuse di profanazione di ostie e di uso di sangue umano per macabre cerimonie. Nell’Umbria medievale ogni anno venivano perfino sottoposti alla “sassaiola santa”, una lapidazione ritualizzata per ricordare che erano teologicamente nemici del figlio del Signore.

Nella seconda metà del tredicesimo secolo, la condizione degli ebrei residenti nello Stato pontificio peggiora sensibilmente. Nel 1257 a quelli romani viene imposto uno “sciamanno”, cioè un segno distintivo già prescritto nel 1215 dal quarto Concilio Lateranense: un pezzo di stoffa gialla -a forma di cerchio- cucito sul vestito per gli uomini, e due strisce blu cucite sullo scialle per le donne. Più avanti si aggiungerà l’obbligo di indossare un tabarro rosso sopra il vestito (poi sostituito da un cappello giallo), da cui erano esentati solo i medici e i capi della comunità. Dopo la fine della cattività avignonese (1420), la politica del papato oscilla tra misure discriminatorie e concessione di privilegi.

Nel 1432 Eugenio IV stabilisce che gli ebrei potevano beneficiare solo dei diritti previsti dallo “ius commune”, ovvero dal diritto romano applicato secondo le norme consuetudinarie. Un decennio prima, Martino V aveva invece censurato i sermoni incendiari dei francescani, perché rischiavano di ostacolare la conversione dei giudei, che andava perseguita con l’arma più efficace della benevolenza. I francescani continueranno lo stesso a dipingerli come una cancrena che avrebbe corrotto le fondamenta della società. Promuovendo la nascita a Perugia del primo Monte di Pietà (1462), tenteranno anche di scalzarli dal mercato dei piccoli prestiti. Ogni prestatore di denaro di allora doveva essere munito di una licenza, la “inhibitio foenerandi”, che proibiva a chiunque -tranne al camerlengo papale- di interferire nei suoi affari. In realtà, con tali licenze veniva di fatto legalizzato l’interesse, altrimenti vietato dalla legge canonica.

Diversamente da quanto avveniva in altre regioni della penisola, gli ebrei romani non erano -se non in minima parte- prestatori di denaro. Erano soprattutto commercianti di grano e di altri generi alimentari; oppure artigiani, particolarmente abili nei lavori di sartoria e nella produzione di pizzi pregiati. Così abili e concorrenziali con i fabbricanti di stoffe cristiani, da indurre questi ultimi a invocare per loro l’inibizione di vendere abiti nuovi. Nella stessa bolla che intimava l’apertura del ghetto, Paolo IV esaudirà pienamente la richiesta della corporazione dei sarti. Essa infatti corrispondeva all’ispirazione più generale del suo pontificato, in cui le restrizioni economiche erano concepite per forzare il processo di conversione. Del resto, l’ottantenne papa Carafa in passato aveva già inasprito pesantemente la pressione fiscale sugli ebrei; e, come prefetto del Sant’Uffizio, aveva ordinato il rogo dei libri del Talmud in Piazza Campo de’ Fiori (settembre 1553).

Nel 1471 a Roma si contavano almeno sei sinagoghe (tutte situate in un unico edificio), cinque delle quali rappresentavano nazionalità differenti, ma si ha traccia anche di una composta di sole donne. Un numero destinato ad aumentare rapidamente, in virtù dei flussi migratori provenienti dalla Provenza, dalla Spagna, dalla Germania, dalla Sicilia e dal Nord Africa. Secondo un censimento approssimativo, alla metà del secolo gli ebrei erano circa un decimo dei cinquantamila abitanti di Roma. La loro comunità (chiamata anche “Università”) era guidata da tre capi laici (“fattori” o “memunim”), uno dei quali spettava di diritto agli “ultramontani”, ossia agli immigrati non italiani. Questo vertice di governo era coadiuvato da un Consiglio e da sette “boni iudei” -un organismo che si ispirava ai sette “boni homines” dei Comuni italiani.

Luoghi essenzialmente di studio e di preghiera (per lo più orientata in senso cabalistico) erano invece le sinagoghe. Ma talvolta svolgevano anche funzioni caritatevoli, con la raccolta di fondi a scopo filantropico e l’elargizione di una dote alle ragazze più bisognose. Le confraternite, invece, non dipendevano dalle autorità religiose e operavano in piena autonomia dalle stesse istituzioni comunitarie. La “Ghemilut Chasadim” (Confraternita della carità e della morte), considerata la più influente dell’epoca, si presentava come un’organizzazione di quartiere che gestiva attività assistenziali e devozionali. In questo contesto, il ruolo del rabbino era marginale, perché ognuno poteva sviluppare un proprio modello di religiosità che escludeva il primato di un direttore spirituale.

Pur non avendo alcuna intenzione di concedere pieni poteri giurisdizionali alla comunità ebraica, i pontefici tolleravano l’intervento dei collegi di arbitrato volontario, perché si era rivelato come un prezioso veicolo di armonia sociale. Svincolato dall’interpretazione letterale delle leggi, l’arbitro poteva risolvere controversie di ogni tipo con compromessi che non avevano il carattere inappellabile delle sentenze dei tribunali.

Ancora più rilevante, come cerniera tra sfera pubblica e sfera privata, era il “Sofer Meta” (notaio cittadino). Il perfezionamento della “ars dictaminis” (arte notarile) si deve a Isaac Piattelli, che aveva messo a punto le sue tecniche ancora prima della nascita del ghetto. Il suo lavoro era simile a quello dell’avvocato e del giudice istruttore: redigeva contratti, ascoltava testimoni, annotava gli accordi in caso di arbitrato, compilava i più svariati atti pubblici. Senza la sua penna gli ebrei non avrebbero avuto strumento alcuno per far valere patti e decisioni.

Se il Cinquecento aveva consentito agli ebrei romani spazi di autogoverno virtualmente sovrani, il secolo successivo sarà segnato dalla ferma determinazione papale di ripristinare le vecchie ordinanze canoniche, al fine di rendere i giudei più vulnerabili e più disposti alla conversione. Già la bolla “Antiqua iudaeorum improbitas” (1581) aveva fatto rientrare sotto l’egida dell’Inquisizione le imputazioni di eresia, di blasfemia e di magia nera. Per altro verso, il debito enorme accumulato nei confronti della Camera Apostolica (il ministero del Tesoro pontificio) e la chiusura dei banchi di prestito (1682) daranno un colpo di grazia al relativo benessere raggiunto faticosamente dalla comunità del ghetto. Inizia da allora un declino economico, costante quanto precipitoso, che nel 1843 verrà descritto da un viaggiatore inglese, Jeremiah Donovan, con queste parole: “Dei 3600 ebrei di Roma, comprendenti 800 famiglie, 1900 sono poveri, 1000 si mantengono arrabattandosi e il resto vive in condizioni agiate. I poveri in genere raccolgono stracci vecchi, quelli che si arrabattono commerciano in abiti usati e i più agiati sono mercanti. Pochi imparano un mestiere artigianale, le belle arti o coltivano la letteratura; la classe più abbiente è soddisfatta della porzione di sapere utile ai fini commerciali”.

Cosa esattamente il nostro viaggiatore intendesse per “condizioni agiate” potrebbe essere motivo di discussione. Ma si può ragionevolmente sospettare che, se il ghetto di Roma non fosse stato abolito nel 1870, perfino i mercanti “agiati” avrebbero languito in uno stato di endemica precarietà, finanziaria e civile.


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