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La Messa Palestinese: sincretismo e sostituzione del sacro

Israele

La Messa Palestinese: sincretismo e sostituzione del sacro

L’altro giorno, durante la celebrazione del Corpus Domini, Don Rito Maresca  ha officiato avvolto in una casula con i colori della bandiera palestinese. Non fa il parroco a Ramallah, ma in una frazione di Sorrento. Il messaggio era chiaro: la sofferenza palestinese non è solo una

Alex West25/06/2025Aggiornato 25/06/20254 min lettura695 parole
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L’altro giorno, durante la celebrazione del Corpus Domini, Don Rito Maresca  ha officiato avvolto in una casula con i colori della bandiera palestinese. Non fa il parroco a Ramallah, ma in una frazione di Sorrento. Il messaggio era chiaro: la sofferenza palestinese non è solo una causa politica o umanitaria, ma qualcosa di più profondo e universale. È diventata un nuovo sacro.

Casi analoghi si moltiplicano: nel 2023, in un presepe allestito per Papa Francesco, il Bambin Gesù era avvolto in una keffiyeh, e anche nel resto d’Europa e negli U.S.A. sempre più spesso simboli cattolici e lotta palestinese si fondono in un interessante sincretismo. 

La causa palestinese ha assunto essa stessa tratti liturgici, quasi escatologici. “Palestina libera” infatti non è più solo uno slogan: è una promessa di redenzione collettiva, il punto di convergenza di tutte le ingiustizie del mondo.

Ne è prova un’infografica molto diffusa online: al centro c’è la parola Palestine, collegata visivamente a razzismo, patriarcato, capitalismo, omofobia, crisi climatica. Se tutti i mali del mondo derivano dall’oppressione dei palestinesi, viceversa, liberando la Palestina, essi magicamente dovrebbero svanire. Un’idea totalizzante e profondamente religiosa.

La dinamica non è nuova. René Girard ha spiegato come le società si fondino sull’individuazione rituale di un capro espiatorio: un corpo su cui scaricare il conflitto, una vittima la cui eliminazione ristabilisce l’ordine. In questa cosmologia post-secolare, il Palestinese diventa la Vittima Sacra, mentre l’Ebreo è il nuovo Male Cosmico, la figura demoniaca che ne impedisce la salvezza. Entrambi, così rappresentati, smettono di essere esseri umani. I palestinesi vengono reificati come corpi infantili o istintivi, incapaci di autocontrollo o autonomia; gli israeliani come mostri senz’anima. Nessuno dei due ha più voce, né complessità: sono ridotti a segni. Più che esseri umani, diventano figure liturgiche.

Nel culto Woke, le figure sacre non sono scelte a caso. Il queer e il palestinese occupano due ruoli complementari: il primo è il mistico, il fluido, il taumaturgo dell’identità; il secondo è il martire, il corpo sofferente che redime il mondo. Intorno a entrambe le figure si è costruita una liturgia laica basata su simboli, formule e gesti rituali: pronomi innalzati a sacramenti, bandiere come reliquie, slogan come preghiere e mantra.

Lo aveva già intuito Rene’ Guénon: in tempi di crisi spirituale, la religione non sparisce, ma si trasforma. Mircea Eliade ha messo in luce come ogni ideologia totalizzante riproduca strutture religiose arcaiche: il mito fondativo, la liturgia, il nemico assoluto. Una struttura che, in chiave postmoderna, si intreccia con il primato dell’identità percepita e con una visione manichea dell’Occidente colpevole contrapposto all’Oriente vittima, secondo una traiettoria che va da Foucault a Butler, da Derrida a Said. In filigrana, riemergono elementi di una spiritualità gnostica: un mondo diviso in puri e impuri, la salvezza affidata alla conoscenza interiore, e il rifiuto della realtà come spazio di ambiguità e complessità.

Ancora oggi, la fede non scaturisce da prove scientifiche, ma da immagini condivise e da un’autorità simbolica riconosciuta. Come un tempo si credeva nei miracoli dei santi non perché li si testimoniasse di persona , ma perché li attestavano il clero e gli affreschi delle chiese, così oggi si aderisce ai dogmi culturali ribaditi da media, accademie, celebrità e leader morali.

Rimane identico il terrore dell’eresia, che spezzando l’unanimità rischia di incrinare la stabilità del credo — come accade in ogni sistema di pensiero magico.

Quantomeno, chi oggi pecca d’eresia non finisce al rogo. Si risolve tutto con la cancellazione e un’esecuzione mediatica ben orchestrata.

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3 pensieri su “La Messa Palestinese: sincretismo e sostituzione del sacro

  1. timetravelmysticad73c42940 dice:

    è davvero un articolo interessante. E in fondo la fascinazione cattolica per la causa palestinese ha radici antiche. Come un tempo Gesù fu messo a morte dai «perfidi giudei», così oggi sono i giudei israeliani a crocifiggere il popolo palestinese. Cristo è un martire palestinese, Netanyahu il nuovo Caifa. In fondo non era già stato adagiato nel presepe avvolto nella kefya? Non serve nemmeno forzare la lettura per riconoscere l’eterno antisemitismo cristiano-cattolico: il passaggio da deicidio a genocidio, con i medesimi colpevoli. E questa non sarebbe che l’ennesima banalizzazione se non ci fosse in gioco qualcosa di molto più profondo, e più sinistro. Perché tutto questo avviene durante la messa, e la messa è il rito centrale della liturgia cattolica: lì si compie il mistero della fede, la riattualizzazione della passione, morte e risurrezione di Cristo. È l’anamnesi del sacrificio del Figlio di Dio che per i credenti cristiani si rende presente sacramentalmente — non simbolicamente — sull’altare. Ogni gesto, ogni parola, ogni colore della liturgia ha un senso preciso, orientato a quel mistero. Per questo l’uso di una casula con i colori della bandiera palestinese durante la celebrazione del Corpus Domini non è solo inopportuno ma introduce all’interno della liturgia cattolica una scena ideologica, un teatro di militanza, dove il dramma della Croce viene piegato a una narrazione pericolosa. Lo strappo è doppio: da una parte si spoglia definitivamente Gesù della sua identità ebraica e lo si riveste di una nuova appartenenza. Dall’altra, si trasforma l’ebreo di oggi — l’israeliano — nella caricatura eterna del carnefice. Ripenso allo sguardo mite del crocefisso morto nella “Crocifissione bianca” di Chagall. Lì il crocefisso è un ebreo. Sembra un fatto ovvio, eppure non lo è più. Lì Gesù crocifisso ha il tradizionale scialle di preghiera a coprirgli i fianchi, sul capo non ha la corona di spine ma un drappo. Una menorah ai suoi piedi non ha sette bracci ma sei, perché uno si è spento per sempre. Non è la sofferenza di ogni essere umano, come la vulgata giubilare ha necessità di spiegare, ma la rappresentazione di un singolo popolo, che ha subito persecuzioni, pogrom e violenze – fino al tentativo terribile di annientarlo definitivamente – da quando quel povero ebreo sulla croce, suo malgrado, è morto. Da quando quella storia, da storia interna all’ebraismo, si è trasformata in altro. Il mite ebreo crocifisso di Chagall è l’antitesi del bambinello che Papa Francesco nel presepe di santa Marta ha voluto adagiare sulla kefiah, è l’antitesi di questo prete italiano avvolto in una casula con i colori della Palestina. Un Gesù palestinese, e la de-ebraicizzazione è compiuta.

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