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Le leggi razziali e la fine dell’habeas corpus in America

USA

Le leggi razziali e la fine dell’habeas corpus in America

Nel metaverso mediatico, in cui predilige comparire come genio della guerra e della pace nel mondo, non so quanto e a quanti sia chiaro che il Caligola della Casa Bianca sta procedendo nella sua opera metodica di demolizione dei fondamenti morali e costituzionali della democrazia americana

Carmelo Palma25/06/2025Aggiornato 25/06/20254 min lettura729 parole
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Nel metaverso mediatico, in cui predilige comparire come genio della guerra e della pace nel mondo, non so quanto e a quanti sia chiaro che il Caligola della Casa Bianca sta procedendo nella sua opera metodica di demolizione dei fondamenti morali e costituzionali della democrazia americana e nella trasformazione di un sistema di radicale separazione dei poteri in un’autocrazia plebiscitaria.

L’obiettivo non è solo chiaro, ma dichiarato e programmatico: l’istituzione di uno stato di eccezione permanente, giustificato dai pericoli esistenziali dell’America, per cui quello legislativo e giudiziario cessano di essere poteri autonomi, e divengono funzioni subordinate dell’unico potere sovrano, così come i diritti civili fondamentali – uguaglianza giuridica, libertà personale, libertà di pensiero e di espressione, libertà di manifestazione e di associazione – cessano di essere inviolabili e assoluti e diventano ottriati e soggetti a valutazioni di sicurezza e di compatibilità politica. La valutazione di chi? Dell’unico potere davvero sovrano, ovviamente, quello del Presidente eletto. 

La materia che catalizza questa doppia opera di distruzione – del sistema di potere e del sistema dei diritti – è ovviamente il più sensibile e redditizio per la constituency trumpiana, quello dell’espulsione degli stranieri. Nel pensiero Maga, che si configura come un conglomerato di teorie cospirative, questa ossessione assume una forma quasi mitologica: una sorta di Protocollo dei Savi di Sion aggiornato. Ma qui la cospirazione non è ebraico-massonica, bensì una congiura globale contro l’America. Gli stranieri diventano il nemico interno per eccellenza, un corpo estraneo incistato nella nazione, minaccia viva alla sua identità, alla sua economia, al suo stesso futuro.

Le deportazioni e i dazi, il Muro con Messico e le barriere tariffarie rispondono alla stessa logica e obbediscono allo stesso racconto. Come trattare tutto ciò che è straniero e quali poteri stabilmente eccezionali riconoscere al Presidente è il campo di battaglia in cui si sta combattendo questa guerra contro la democrazia “di prima”.

Se sui dazi non sono ancora arrivate dalla Corte Suprema pronunce significative, sull’espulsione degli stranieri – rimpatriati nel proprio Paese o deportati verso Paesi terzi – la Corte Suprema (a solida maggioranza repubblicana, sei membri contro tre e tre dei sei nominati da Trump) sta alacremente collaborando alla distruzione dello stato di diritto, a partire dal suo fondamento più antico, l’habeas corpus.

Pochi giorni fa  la Corte Suprema ha annullato la decisione di un giudice di Boston il quale aveva stabilito che la deportazione verso Paesi terzi di cittadini stranieri (anche senza condanne penali a carico) dovesse comunque essere condizionata alla loro possibilità di ricorrere contro la decisione, perché fosse un giudice a verificare se nel Paese di destinazione (diverso da quello di cittadinanza) avrebbero potuto essere torturati e uccisi. 

Ma la pronuncia più raccapricciante è quella con cui la Corte Suprema un mese fa ha sospeso la decisione di un giudice della California rendendo eseguibile la deportazione di 350.000 (trecentocinquantamila) venezuelani, a cui il Governo aveva deciso di revocare la protezione umanitaria, che il Governo precedente aveva loro accordato, per rimandarli nel Paese da cui negli ultimi anni erano scappati con altri otto milioni di connazionali. 

La Corte Suprema ha dunque ritenuto legittimo che con una decisione politica si possa “illegalizzare” la condizione di uno straniero (che da regolare diventa irregolare) e insieme privarlo del diritto di ricorrere davanti a un giudice contro questa decisione, prima che derivino conseguenze irrimediabili, cioè l’espulsione verso il Paese da cui era scappato. 

La cosa mostruosa non è che non ci si renda conto che tutto ciò coincide con la legittimazione delle leggi razziali, suscettibili di altre e multiformi declinazioni, ma che a un pezzo di America le leggi razziali sembrino proprio la cosa giusta per regolare i rapporti tra le “razze” del mondo e quella americana.


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