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Il peso della parola. Etica del dialogo nell’epoca della reattività

Il dibattito delle idee

Il peso della parola. Etica del dialogo nell’epoca della reattività

Observabo me protinus et, quod est utilissimum, diem meum recognoscam. Hoc nos pessimos facit, quod nemo vitam suam respicit; quid facturi simus cogitamus, et id raro, quid fecerimus non cogitamus; atqui consilium futuri ex praeterito venit. (Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium, 83) I. Pochi fenomeni testimoniano

David Sayn30/06/2025Aggiornato 03/08/20259 min lettura1.859 parole

Observabo me protinus et, quod est utilissimum, diem meum recognoscam. Hoc nos pessimos facit, quod nemo vitam suam respicit; quid facturi simus cogitamus, et id raro, quid fecerimus non cogitamus; atqui consilium futuri ex praeterito venit.

(Seneca, Epistulae Morales ad Lucilium, 83)

I.

Pochi fenomeni testimoniano il deterioramento della contemporaneità quanto l’impoverimento del lógos, inteso sia come dibattito, cioè confronto, sia come dialogo, cioè relazione autentica. Alla radice, la svalutazione delle «regole d’ingaggio», il modo in cui intendiamo rapportarci al prossimo e il ruolo da attribuire alla parola nella nostra esistenza.

Ha scritto Martin Buber: «Conosco tre specie di dialogo: quello autentico – non importa se parlato o silenzioso – in cui ciascuno dei partecipanti intende l’altro o gli altri nella loro esistenza e particolarità e si rivolge loro con l’intenzione di far nascere una vivente reciprocità; quello tecnico, proposto solo dal bisogno dell’intesa oggettiva; e il monologo travestito da dialogo, in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi».

Recenti episodi tracciano un desolante ritratto della qualità del cosiddetto «discorso pubblico», sempre più affine alla terza forma individuata dal filosofo viennese. Sono derive che inducono a un bilancio anche personale, spingendo a riflettere su malintesi e abbagli in cui non sarà comunque difficile ricadere.

II.

Alcuni giorni fa, sospinto dall’emozione, ho scritto uno dei commenti di cui sono meno fiero. Non perché ne rinneghi la sostanza o le considerazioni di fondo – tutt’altro – ma perché il tono adottato, da bieco censore, ne azzerava a mio avviso le eventuali ragioni. Era, il mio, un classico esempio di pars pro-toto; un arbitrario salto dal particolare al generale. La risposta ottenuta, obtorto collo, nulla aveva dell’apertura dialogica, anzi: scivolava verso quell’eristica che, sempre più spesso, serve a mascherare, con l’eloquio, il soggiacente vuoto di un pathos privo di lógos.

Nel bollare l’altro come ipocrita, le mie parole assumevano i toni di quella facile retorica che tanto prontamente si denuncia nel prossimo, sovente adoperata come scorciatoia per imporre le proprie ragioni attraverso leve puramente persuasive, volte a manipolare l’interlocutore.

Ho quindi deciso di conservarlo, quel commento, personale memento di come non condurre un confronto, monito di una pratica inevitabilmente costellata di errori. I luoghi virtuali, è noto, esasperano i difetti di carattere. Protetti dal filtro di uno schermo (o di una «posizione») è facile cedere all’indignazione, alla collera, al risentimento – inquinanti, tutti, dello spirito. Ciò che manca, forse, è l’esercizio del confronto attivo nel ginnasio della dialettica.

III.

Non è forse un caso che le norme capaci di arginare questa deriva provengano anzitutto dal substrato culturale greco-giudaico, troppo spesso espunto dalla nostra vita. Né sorprende che alcune fra le riflessioni più profonde sull’attenzione al dialogo provengano da due grandi filosofi ebrei – pur diversissimi fra loro – quali Simone Weil e Martin Buber, così come dal polisemico concetto biblico di «dabar», parola-relazione, con la sua etica del linguaggio, parallela a quella greca del ????????.

Cogliendo un nodo cruciale per la condizione umana, Simone Weil elabora lo scomodo e impopolare concetto di «pesanteur»: una forza di gravità negativa nella quale l’uomo ricade ancora e ancora, laddove privo di grazia, ché «tutti i movimenti naturali dell’anima sono retti da leggi analoghe a quelle della gravità materiale».

 A questa condizione sono allacciate la reattività del giudizio – fonte di soddisfazioni immediate – e quell’edoné, o piacere, che Aristotele contrappone alla sophrosyne, o temperanza. Con i dovuti distinguo, la tradizione ebraica parlerebbe di Yetzer hara, connaturata inclinazione verso il basso, verso il male, insita nell’essere umano; la corrente Mussar diagnosticherebbe, qui, un cedimento da annotare nell’esame di coscienza.

IV.

Di fronte a situazioni d’intemperanza, come la rabbia gratificanti nell’immediato, occorrerebbe, forse, fare un passo indietro. Corrado Pensa, maestro di meditazione Vipassan?, ricorda: «noi vogliamo parlare nella rabbia, vogliamo pensare e immaginare nella rabbia anche se tutto ciò che diciamo è prevedibile». Si manifesta così la tendenza a identificarsi «con l’avversione, l’attaccamento, la paura, con l’abitudine a controllare e a evocare il noto». Accade allora che l’altro, riconosciuto come antagonista – e talvolta lo è davvero – diventi l’oggetto di formazioni mentali. Ancora una volta, siamo di fronte ad una scelta, poiché «l’arte di destare la consapevolezza nel bel mezzo delle emozioni» – affermava Pensa – «è potentemente ostacolata dall’abitudine contraria».

Contrastare questo meccanismo richiede una pratica costante, fondata sulla pazienza. A tal proposito, tornano utili le parole di un grande pensatore cristiano, Henry Nouwen: «La pazienza è una disciplina assai difficile», scrive, «proprio perché è un movimento opposto al nostro impulso irriflessivo a fuggire o a combattere. La pazienza ci chiede di andare al di là dell’opzione tra fuggire e lottare. È la terza via ed è la più difficile. Richiede disciplina perché va contro la tendenza dei nostri impulsi».

V.

Nell’epoca dell’«innominabile attuale», la fede nel valore della parola mette a dura prova la pazienza, soprattutto quando la prima è degradata, avvilita, ridotta a insulto: sempre più veicolo di oggettificazione, sempre più incline a scorciatoie. Rispondere a tono, cadere nella provocazione per «risvegliare» l’altro al problema urgente dell’oggi, sembra quasi inevitabile. Eppure, questa fede nel lógos può diventare al contempo palestra e faro: come reagire, quando la parola pubblica tradisce senza posa? «Custodendo il linguaggio», direbbe – con Martin Buber – Anita Likmeta, trovandomi essenzialmente d’accordo, e ricordandomi saggiamente che la selezione del tono resta un atto di libertà.

Ecco, la facoltà di vagliare le proprie reazioni interiori agli eventi non è che la prohairesis di Epitteto e, in filigrana, di Marco Aurelio: «Non devi agitarti in risposta a quelli che si agitano» ammonisce l’imperatore, «ma adempiere con metodo al tuo compito» (Meditazioni, VI, 26).

La scelta morale diventa così definizione dei confini emotivi entro cui esprimersi, senza farsi schiavi dell’impulso, della «pesanteur» che trattiene lo spirito. È, tornando all’ebraismo, l’halakhah del linguaggio, l’etica della misura da contrapporsi alla Lashon hara, la parola negativa. Una pratica, quindi, di vera e propria igiene del linguaggio e, implicitamente, di umiltà, cui dedicare il giusto spazio nel quotidiano «conto dell’anima». Vale per i comuni mortali, per le cene eleganti, per i giornalisti, per i contadini nei campi.

Poiché ogni parola è un atto relazionale, Buber postula un imperativo del discorso: parlare con autenticità, senza strumentalizzare l’altro né ridurlo a «mezzo». Il linguaggio, se vissuto come dabar, educa alla responsabilità e alla presenza reciproca, opponendosi alla comunicazione funzionale o aggressiva e preservando il rapporto «io-Tu».

Precetti simili provocano come un rigetto istintivo, segno della distanza fra la nostra prassi quotidiana e quell’ideale.  È un rigetto che coglie anche i praticanti più accorti. Così, chi tenta di metterli in atto finisce spesso per schiantarsi contro quel muro che separa e insieme unisce intenzione e realtà concreta, coscienza e volontà di affermazione, l’ombra e la grazia. Ma attenersi alla misura non significa tacere di fronte all’errore, né preclude la fermezza, anche la più severa. Pure, anche chi sbaglia, ricorda Buber, resta un «tu», ed è questa una delle verità più difficili da accettare.

Ben più facile è cedere all’inerzia emotiva, dimentichi che «quel che turba gli uomini non sono le cose, bensì i giudizi che essi formulano intorno alle cose» (Epitteto, Enchiridion, 5). È una lotta interiore, quella dell’uomo contro le proprie naturali inclinazioni, e al tempo stesso una delle sue massime possibilità di libertà.

VI.

Un’autentica parola pubblica non dovrebbe, a mio avviso, prescindere dalla dialettica come arte della discussione, nata sul terreno greco dell’agonismo. Come nello sport, contraddire, confutare una tesi sarebbe azione soggetta a regole precise. «Questa pratica della discussione», ricorda Giorgio Colli, «è stata la culla della ragione in generale, della disciplina logica, di ogni raffinatezza discorsiva. Difatti, dimostrare una certa proposizione, ci insegna Aristotele, significa trovare un medio, cioè un concetto, un universale, tale da potersi unire a ciascuno dei due termini della proposizione, in modo che si possa dedurre da tali nessi la proposizione stessa, ossia dimostrarla» (Nascita della filosofia, p. 77).

È una purezza del discorso che richiede impegno, attenzione, qualità minacciate dalla retorica violenta, pubblicitaria, quindi vuota, dove il ragionamento è sacrificato alla bruta forza di persuasione. È dunque legittimo chiedersi come relazionarsi con chi considera ormai obsolete tali regole d’ingaggio e, per usare un termine caro alla filosofia indiana, si abbandona al Vita???, la disputa distruttiva.

VII

Le basi condivise su cui si fonda la dialettica sono offuscate da interessi e paure personali. Sta all’individuo decidere se e come relazionarsi all’altro in assenza di tali presupposti. L’urgenza di temi che ci toccano direttamente, in continua evoluzione, rende tutto ancora più complesso. È soprattutto in queste situazioni che prolifera l’invettiva, capace di offrire una gratificazione immediata. Nel modo in cui si fronteggiano i risentimenti – trasformandoli in qualcosa di costruttivo anziché distruttivo – risiede forse la vera differenza.

Certo, chi condivide molte delle mie preoccupazioni prova una frustrazione di cui io stesso sono partecipe e che non posso – né voglio – giudicare nelle sue molteplici manifestazioni. Tuttavia, credo sia fondamentale discernere con cura le possibilità che si hanno davanti, scegliendo se perseguire, con le immani difficoltà che comporta, il lógos, o piuttosto l’agón nella sua accezione più semplice: la gara, la sfida che, perdendo per strada la verità, si inoltra nelle steppe dell’affermazione del sé.

VIII

Come rinnovare, allora, il dibattito? Forse, direbbero i saggi, tenendo come fine ultimo, per l’appunto, la comune ricerca del reale, del vero, e non la mera vittoria sull’altro. Con vigilanza interiore, con sospensione dell’ego, con una presenza coraggiosa che non ceda né all’insulto né all’inerzia; con un tentativo ripetuto, ostinato, di liberarsi dalla «pesanteur».

La tensione viva fra questi concetti, la gravità che vuole un avversario da sconfiggere, che desidera l’errore, si risolvono oltre il rischio del gioco egotistico e del trionfo della forma sulla relazione, abbracciando la pienezza virtuosa del dialogo. È una possibilità, seppur fra le più difficili. Come scritto all’inizio, è inevitabilmente accompagnata da cadute e ricadute, e complicata da un’ulteriore necessità: ammettere, con umiltà, lo sbaglio, da riconoscere nelle sue variopinte, ingannevoli vesti. Ammissione che, impopolare, è a torto equiparata dall’ego a un’umiliazione subita. Imboccata questa via, si entrerebbe in una palestra di crescita condivisa nella responsabilità reciproca.

Pure, anche ora, mentre poso la penna e nelle assolate campagne toscane friniscono le cicale e nel vigneto accanto si potano i tralci d’uva, l’attualità incalza, e già distoglie da quanto si è voluto ricordare.


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