Conflitto russo-ucraino
Memorie dal Baltico, specchio inquieto del futuro europeo
Dai cavalieri teutonici alle guerre ibride, tre piccole nazioni raccontano la storia tormentata dell’Europa di ieri — e la fragile libertà dell’Occidente di oggi e di domani. In un libro uscito quest’anno per i tipi di Marsilio (Baltico. Il mare conteso al centro del nostro futuro,



Dai cavalieri teutonici alle guerre ibride, tre piccole nazioni raccontano la storia tormentata dell’Europa di ieri — e la fragile libertà dell’Occidente di oggi e di domani.
In un libro uscito quest’anno per i tipi di Marsilio (Baltico. Il mare conteso al centro del nostro futuro, 384 pp., €20,90), Oliver Moody, corrispondente del Times da Berlino, traccia il profilo di una delle sfide decisive per l’Europa contemporanea. È proprio sul fronte orientale – secondo Moody – che, ancora una volta, si gioca la sopravvivenza del mondo libero. Da un lato, una stretta fascia litoranea composta da tre paesi che, trentacinque anni fa, sconfissero il mostro sovietico per abbracciare democrazia e sviluppo; dall’altro, la sterminata prateria dell’autoritarismo – erede di quel mostro – che inizia trenta chilometri a est di Vilnius e corre fino al Pacifico.
Il Baltico è da sempre terra di frontiera. Un’area a cavallo tra due mondi: l’Europa – in origine, soprattutto quella germanica delle città anseatiche – e l’Eurasia dei grandi fiumi e delle steppe sconfinate. Regione di folte foreste, abitata da genti pagane fino alle soglie dell’età moderna, si impone nel XIV secolo come culla della più grande entità statuale del continente: il Granducato di Lituania. Nucleo iniziale dell’Unione polacco-lituana dei secoli successivi, il Baltico assume un ruolo centrale nella formazione dell’Europa moderna: terra d’origine di buona parte della nobiltà polacca (gli Jagelloni, i Czartoryski, ad esempio) e perfino di quella moscovita (i Trubeckoj, i Golicyn, tra gli altri), a conferma del suo status di potenza regionale dell’epoca.
Di questa storia complessa – che si riflette anche nel presente – in Italia si sa poco. Un’ignoranza che spesso si trasforma in pregiudizio. I tre paesi baltici sono comunemente percepiti come indistinti e intercambiabili: appendici marginali di un’insussistente galassia slava, quasi sempre identificata con la Russia – alla quale, secondo una certa retorica nostalgica, revanscista e piuttosto ebete, dovrebbero addirittura tornare ad appartenere. Eppure, la realtà è di tutt’altro ordine. Dietro la facciata di una regione piccola e compatta, il Baltico custodisce un’anima composita, fatta di identità sovrapposte, più vicina al mosaico balcanico che alla relativa omogeneità culturale dell’Europa romanza.
Le differenze che caratterizzano questa parte d’Europa sono molteplici, a partire da quelle etno-linguistiche e religiose. Il lituano e il lettone, lingue indoeuropee appartenenti al sottogruppo baltico, si distinguono nettamente dalle lingue slave e conservano tratti mediamente arcaici – soprattutto il lituano. L’estone, invece, è una lingua ugro-finnica e rappresenta una delle pochissime lingue nazionali europee non indoeuropee. Sul piano religioso, Estonia e Lettonia sono tradizionalmente luterane, con consistenti minoranze ortodosse, frutto delle aggressive politiche di russificazione attuate soprattutto sotto Stalin. La Lituania, al contrario, costituisce il lembo nord-orientale del mondo cattolico romano, retaggio della sua lunga unione con la vicina Polonia.
Se la diversità linguistica affonda le radici in un passato remoto, quella religiosa è figlia delle contese geopolitiche che, tra il XIII e il XVIII secolo, divisero il Baltico tra le principali potenze dell’epoca: la Germania e la Svezia in Estonia e Lettonia, la Polonia in Lituania. Queste influenze hanno inciso profondamente sull’identità della regione, molto più della dominazione russa successiva al 1795.
Già prima del XIII secolo, lungo le coste delle attuali Lettonia ed Estonia, approdarono i mercanti delle città anseatiche, attratti da ambra, legname e pellicce. In pochi decenni fondarono empori che si trasformarono nei primi centri urbani del Baltico settentrionale. Risparmiate dai bombardamenti del 1943-44 che devastarano praticamente tutte le altre città tedesche, Riga e Tallinn rimangono ad oggi tra i migliori esempi dell’urbanesimo medievale tedesco.
Ma la presenza germanica andò ben oltre a una manciata di città sulla costa: fino alla metà del Novecento, l’aristocrazia lettone ed estone era composta per lo più da Deutsch-Balten, tedeschi del Baltico. Di tale origine erano tre quarti degli alti ufficiali dell’esercito zarista, così come innumerevoli artisti, scienziati, musicisti e intellettuali.
Un po’ più a sud, tra l’estuario della Vistola e quello del Niemen (in lituano, Nemunas), si aprì un altro fronte dell’espansione tedesca: questa volta non mercantile. A partire dalla fine del XII secolo, i cavalieri teutonici – ordine militare fondato in Terrasanta – ottennero dal papato il mandato di convertire con la spada gli ultimi pagani d’Europa: i prussiani di stirpe baltica.
Nel giro di pochi decenni, quella fascia orientale del Baltico divenne una propaggine della Germania medievale, uno dei capitoli centrali del più ampio processo di Ostsiedlung, ovvero dell’espansione verso est della civiltà tedesca. Per otto secoli, la Prussia fu il baricentro delle alterne fortune tedesche, incubatrice di figure decisive per la cultura e la politica europea – da Kant a Bismarck, da Hannah Arendt a David Hilbert, passando persino per gli antenati di Tolkien – fino al tragico epilogo del 1943-45, quando la secolare presenza tedesca in quella parte d’Europa fu annientata dalle bombe della RAF e dalla furia vendicatrice dell’Armata Rossa.
Ma il Baltico fu anche la culla di una delle comunità ebraiche più fiorenti d’Europa, in particolare in Lituania. Vilnius, la “Gerusalemme del Nord”, contava oltre settanta sinagoghe prima del 1941. Qui visse e operò, nel Settecento, il Gaon di Vilna, una delle figure più influenti del pensiero religioso ebraico alla soglia dell’età moderna.
Nei secoli successivi, molte tra le personalità più emblematiche dell’ebraismo ashkenazita ebbero radici Litvak: tra loro, Saul Bellow, Leonard Cohen, Bob Dylan, Woody Allen, Marc Chagall e Mark Rothko. Una civiltà ricca e vitale, nata sotto l’egida dei granduchi tardo-medievali e spazzata via dopo più di cinque secoli dalla barbarie nazista – con la complicità, è doveroso ricordarlo, di settori delle popolazioni locali.
Balti, finni, ruteni, bielorussi, polacchi, tedeschi, svedesi, ebrei, tatari e altri ancora hanno segnato la storia della regione. Un crocevia di popoli e culture, segnato da stratificazioni profonde e da tragedie immani. Il Baltico fu tra le bloodlands, le “terre di sangue” della seconda guerra mondiale raccontate dallo storico Timothy Snyder: teatro privilegiato – si fa per dire – delle grandi catastrofi del Novecento.
Un passato ingombrante, che riemerge oggi con forza simbolica, soprattutto da quando l’esercito russo ha violato la sovranità territoriale ucraina, lanciandosi in una guerra genocida, il 24 febbraio 2022. Ancora una volta, il Baltico si trova sospeso su un crinale pericoloso, minacciato da venti che spirano da est e diffondono l’odore acre di ideologie vecchie e nefaste, come imperialismo ed etno-nazionalismo, che si credevano consegnate alla storia.
Non sorprende, dunque, che le sorti dell’Ucraina libera stiano molto più a cuore al cittadino medio lituano, lettone o estone che non all’italiano – o perfino al bulgaro. Nei paesi baltici esiste molto più che altrove la consapevolezza che la pace e la relativa prosperità dell’Occidente non sono un dato naturale (o, per dirla con le parole di Alfonso Lanzieri in un articolo pubblicato su Il Pensiero Storico qualche mese fa, “datità di natura”), ma una condizione storica precaria, conquistata a fatica e sempre reversibile. Uno status quo fragile che va custodito e difeso.
La complessità storica del Baltico si riflette oggi in un’identità composita, sfaccettata, in costante evoluzione. Nulla è semplice, nulla si può ridurre a una formula. Ogni elemento – culturale, etnico, politico – reca in sé una stratificazione. Il celebre poema Messer Taddeo del poeta romantico polacco Adam Mickiewicz si apre con un’invocazione tanto appassionata quanto curiosa alla Lituania: «Lituania, patria mia! Sei come la salute: / ti può apprezzare solo chi un giorno ti ha perduta».
Mickiewicz nacque in terra bielorussa, nei pressi dell’odierna Navahrudak (Nowogródek in polacco, Naugardukas in lituano), in una famiglia della nobiltà terriera polacca (la szlachta), ma crebbe nel culto del Granducato di Lituania, che per lui rappresentò una patria sentimentale e mitica, nonché perduta. La sua era dunque un’identità triplice, e come lui molti altri avrebbero potuto definirsi, di volta in volta, in base alle radici possedute — baltiche, finniche, ebraiche, caraite, tedesche, rutene o prussiane che fossero. È proprio questa complessità, questa ricchezza identitaria, a risultare difficile da cogliere per chi proviene da contesti più culturalmente omogenei (per sedimentazione), come l’Italia o altre parti dell’Europa occidentale.
Oggi questa identità pesante e stratificata è di nuovo in pericolo. Lituania, Lettonia ed Estonia percepiscono – da tempo – il fiato mefitico dell’orso russo. E hanno iniziato a percepirlo da ben prima del 24 febbraio 2022, da prima della brutale repressione della primavera democratica bielorussa del 2020, dell’annessione illegale della Crimea nel 2014, dell’invasione della Georgia nel 2008, dell’eliminazione fisica di tutti gli oppositori del Cremlino a partire da Anna Politkovskaya e Boris Nemtsov nei primi anni Duemila.
Proprio a partire da quegli anni, i tre paesi baltici sono diventati il bersaglio di operazioni di guerra ibrida orchestrate da Mosca – come il celebre attacco informatico contro l’Estonia nella primavera del 2007. Sanno bene, dunque, che a Mosca l’ascia di guerra non è mai stata seppellita. Hanno accettato, con rassegnata lucidità, il ruolo di cassandre, ignorate da un’Europa occidentale ancora legata – per vincoli di convenienza o per miopia – alle chimere dell’appeasement con i capibastone del Cremlino.
Dopo oltre tre anni di guerra su larga scala in Ucraina – tra sofferenze indicibili dei civili, devastazioni sistematiche dei territori e il martirio di generazioni intere di difensori della propria terra e, con essa, della nostra libertà – va riconosciuto ai paesi baltici di aver avuto ragione.
Pertanto, dovremmo imparare ad ascoltarli, osservarli, seguirne l’esempio. Dovremmo apprendere da loro come combattere la propaganda che avvelena le nostre democrazie, come sostenere senza ambiguità la resistenza ucraina e, soprattutto, come riscoprire l’orgoglio di appartenere a quella parte del mondo – sempre più esigua – che continua a credere nella libertà individuale, nello stato di diritto, nella dignità della persona. Un mondo che non deve rinunciare a guardare avanti, e non deve temere di dire, con chiarezza e senza tentennamenti, da che parte della storia vuole stare.
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Vivo in Estonia e ho visitato tutto il baltico. Ricordo bene l’ansia degli estoni il 24 Febbraio 2022, giorno in cui si festeggiava la prima indipendenza estone dai russi. Articolo ben fatto. Grazie per aver condiviso questa storia dei baltici.
Grazie davvero.
Una lezione di storia ignota a me e ai più.