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Dissenso, incitamento all’odio e terrorismo

Antisemitismo

Dissenso, incitamento all’odio e terrorismo

C’è una linea sottile tra libertà di espressione e incitamento all’odio. Una linea che, prima dell’era social, era forse più facile da individuare. Oggi, nel caos delle piattaforme digitali, quella distinzione si fa sfocata. L’odio non si annida più solo in circoli ristretti: è ovunque, visibile,

Alessandra Libutti08/07/2025Aggiornato 07/07/20258 min lettura1.548 parole
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C’è una linea sottile tra libertà di espressione e incitamento all’odio. Una linea che, prima dell’era social, era forse più facile da individuare. Oggi, nel caos delle piattaforme digitali, quella distinzione si fa sfocata. L’odio non si annida più solo in circoli ristretti: è ovunque, visibile, amplificato. E spesso va oltre la politica, trascinando con sé tensioni culturali, razziali e sociali che incendiano le platee.

Nel Regno Unito, la questione è diventata spinosa soprattutto a partire dal luglio 2024 quando un’ondata di odio in rete, intrisa di disinformazione e razzismo, innescò un’escalation violenta e migliaia di persone scesero in strada con l’intento di incendiare i centri di accoglienza che ospitavano richiedenti asilo in attesa di revisione. Ne seguirono giorni di tensione, e lanci di molotov, trasformando l’odio digitale in minaccia concreta e rivelando la fragilità del confine tra libertà di parola e istigazione alla violenza.

Da allora, il governo laburista guidato da Keir Starmer ha reagito con una stretta severa sul fronte della comunicazione, introducendo nuove norme per contrastare l’incitamento all’odio e la disinformazione, provenga questa da destra o da sinistra. Ma le misure, per molti, sono sfociate in una limitazione della libertà di espressione. La promessa di garantire sicurezza si è trasformata, agli occhi di parte dell’opinione pubblica, in un controllo eccessivo sul dissenso.

Il caso delle esibizioni controverse duo punk-rap Bob Vylan e della band irlandese Kneecap al festival musicale di Glastonbury – uno dei più importanti e seguiti nel Regno Unito – offre un buon esempio di distinzione tra linguaggio di odio e libertà di espressione. Durante il set, Pascal Robinson-Foster dei Bob Vylan ha guidato il pubblico a intonare cori di “Morte, morte all’IDF”, e ha dichiarato di lavorare per un “fottuto sionista”. Parole incendiarie, pronunciate davanti a migliaia di persone e amplificate dalla trasmissione del concerto della Bbc, e da milioni di visualizzazioni online. Subito dopo, i Kneecap sono saliti sul palco e hanno gridato “Fuck Starmer”.

Entrambe le band sono finite sotto inchiesta da parte della polizia. Un caso in cui la volontà – legittima – di fermare il linguaggio d’odio si è scontrata con l’ambiguità del confine tra provocazione e reato. Se le frasi del cantante dei Bob Vylan hanno superato chiaramente una soglia pericolosa, l’inchiesta sui rapper Kneecap appare molto più discutibile. Non hanno fatto nulla che le band rap o punk non facciano da decenni: mandare affanculo il capo del governo, chiunque esso sia. Ed ho una certa età per ricordare che “Fuck Thatcher” era un coro praticamente fisso in ogni concerto, da pub scassati agli stadi. Ma allora nessuno apriva un fascicolo.

La differenza tra i due casi sta non solo nella semantica — mandare affanculo un politico non è la stessa cosa che invocare la morte di un’intera forza militare, ciò che rappresenta e di chiunque la pensi come loro — ma soprattutto nel contesto. Kneecap ha espresso dissenso politico, in linea con una lunga tradizione anti-establishment del rock; Bob Vylan, invece, ha attraversato una linea più profonda, toccando corde che vanno ben oltre la protesta. Perché, per quanto si insista sul fatto che gridare contro “i sionisti” sia solo una questione politica, i fatti raccontano altro: sinagoghe assaltate, la situazione a Gaza definita “genocidio” con leggerezza storica, paragoni all’Olocausto, poster di Hitler con la stella di Davide al braccio, targhe commemorative di ebrei deportati imbrattate con la scritta “Gaza”, bambini ebrei (in tutte le città d’Europa) costretti ad andare a scuola sotto scorta. La trasfigurazione tra critica politica e antisemitismo non è una forzatura operata da chi difende il diritto all’esistenza di Israele, ma la conseguenza diretta di una riscrittura storica tossica e di slogan che accendono l’odio verso un gruppo.

Naturalmente, ci auguriamo, che nel corso dell’inchiesta, le due esibizioni vengano trattate in modo diverso e si giunga ad una ridefinizione della linea tra libertà di espressione e incitamento all’odio. Resta però il fatto che la stessa confusione che ha portato le autorità a investigare su entrambe le performance, sia esistita (in modo opposto) da parte dell Bbc che – ritenendo entrambe le esibizioni come “free speech” – ha mandato in onda l’esisbizione di Bob Vylan, nonstante il concerto fosse trasmesso in differita e avessero avuto modo di visionare quanto era avvenuto.

Le conseguenze per  i Bob Vylan sono state immediate. Il Dipartimento di Stato americano ha revocato i visti della band, definendo il loro intervento a Glastonbury una “tirata d’odio” e dichiarando pubblicamente che “gli stranieri che glorificano la violenza e l’odio non sono i benvenuti nel nostro Paese”. Una presa di posizione mirata a sottolineare la linea dura contro ciò che Washington considera incitamento alla violenza.

Sul piano professionale, l’agente che curava le date internazionali ha rescisso il contratto e l’intero tour previsto negli Stati Uniti è stato cancellato. Un episodio che mostra quanto il confine tra provocazione artistica e istigazione cominci ad essere monitorato non solo dai governi, ma anche dall’industria.

Su un altro versante, ma concettualmente attinente, ha fatto scalpore la decisione del governo britannico di designare “Palestine Action” come organizzazione terroristica. La designazione è arrivata a inizio luglio, quando il Parlamento ha votato a larga maggioranza per includere il gruppo nella lista nera stilata secondo il Terrorism Act 2000 — accostandolo di fatto a sigle come al-Qaeda e ISIS. Da quel momento, non solo l’appartenenza al gruppo, ma anche l’espressione pubblica di sostegno o solidarietà nei suoi confronti è diventata un reato, punibile con pene severe.

A innescare il provvedimento è stata un’azione nel giugno 2025: alcuni attivisti hanno fatto irruzione nella base RAF Brize Norton, la più grande dell’aeronautica britannica, vandalizzando due aerei militari con vernice rossa, destinati a Israele. I danni sono stati valutati in milioni di sterline. Il governo ha indicato quell’episodio, insieme a una “escalation preoccupante” delle azioni del gruppo, come motivo della proscrizione.

A Londra, oltre venti persone sono state arrestate per aver espresso sostegno a Palestine Action, tra cui anche un pastore anglicano di 83 anni — un dettaglio che ha contribuito ad alimentare lo scontro sull’uso sproporzionato dei nuovi poteri e sui rischi per la libertà di espressione e di protesta.

Organizzazioni per i diritti umani, ed esperti delle Nazioni Unite hanno criticato il bando, definendolo una pericolosa escalation contro il diritto alla protesta e alla disobbedienza civile. Le critiche si sono concentrate su un punto chiave: la netta distinzione tra azione diretta non violenta — anche se comporta danni a proprietà — e terrorismo.

Dal punto di vista del diritto internazionale, gli esperti dell’Onu hanno ribadito che la definizione di terrorismo deve essere ristretta ad atti che causano morte, gravi lesioni o sequestro di persone. Colpire beni materiali come forma di protesta politica non rientra in questa categoria. Secondo loro, l’approccio del Regno Unito rischia di aprire la porta a un uso distorto della legislazione antiterrorismo.

La Corte Suprema, per il momento, ha dato ragione al governo, rifiutando di sospendere la designazione di organizzazione terroristica, ma ha ammesso che la questione solleva interrogativi costituzionali, fissando un’udienza completa per la fine di luglio.

Va da sé che non esista una risposta semplice o definitiva. Qualsiasi decisione sul tema si muove su un crinale difficile, dove spesso si scontrano due visioni inconciliabili: da un lato, l’etica dei principi, che difende senza compromessi la libertà di opinione, il dissenso e la protesta civile; dall’altro, l’etica della responsabilità, che mette al centro la sicurezza, la tutela dell’ordine pubblico e gli interessi nazionali.

Che il diritto alla protesta sia sacrosanto è fuori discussione. Ma quando — direttamente o per effetto collaterale — quel dissenso sfocia in un clima di odio, o genera situazioni che mettono a rischio l’incolumità delle persone, il quadro si complica. E allora non si tratta più solo di libertà, ma anche di limiti, conseguenze e responsabilità.

Un’azione di sabotaggio contro aerei militari destinati a una delle due fazioni in un conflitto non può essere liquidata come semplice protesta civile. Volenti o nolenti, è un atto con rilevanza militare, che di fatto si schiera a favore dell’altra parte in campo, minando la capacità offensiva di uno degli eserciti. Non importa che venga compiuto da attivisti non armati o con finalità simboliche: nel momento in cui colpiscono infrastrutture belliche, diventa parte attiva del conflitto. È qui che la linea tra disobbedienza e complicità operativa si fa sottile, e dove anche i principi devono confrontarsi con le conseguenze. Non è più solo una questione di espressione o dissenso, ma di interferenza diretta in un teatro di guerra. E non dimentichiamo che l’altra fazione che combatte, nella fattispecie, è l’organizzazione terroristica Hamas.


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