Italia
Quella propensione di De Luca a riconoscere le ragioni di Putin
Il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca è un tipo antropologico-politico tutt’altro che infrequente nel meridione post-borbonico, sopravvissuto in spirito all’unificazione nazionale e propenso piuttosto a disfare l’Italia che a farsi italiano e europeo, cioè civile. Come la sua guapperia da re lazzarone abbia potuto rappresentare



Il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca è un tipo antropologico-politico tutt’altro che infrequente nel meridione post-borbonico, sopravvissuto in spirito all’unificazione nazionale e propenso piuttosto a disfare l’Italia che a farsi italiano e europeo, cioè civile.
Come la sua guapperia da re lazzarone abbia potuto rappresentare un modello di leadership e buongoverno e guadagnare un’approvazione plebiscitaria in una regione che continua ad essere una periferia irredimibile dell’Ue – non certo solo per colpa di don Vicienz – è interrogativo che rimanda all’irrisolta questione meridionale e al circolo vizioso che lega, nei processi democratici deteriori, il degrado al consenso e il consenso al degrado.
Non è però incoerente che un siffatto Presidente sia stato fin dal 2022 uno dei politici italiani più propensi a riconoscere le ragioni di Putin, a disconoscere quelli dell’Ucraina e ad accreditare le narrazioni strategiche del Cremlino sulla natura difensiva dell’operazione militare speciale, che avrebbe dovuto denazificare quella testa di ponte atlantica conficcata nel cuore del lebensraum russo.
Dunque è perfino scontato che continui sulla stessa strada invitando con tutti gli onori il direttore d’orchestra russo Valery Gergiev il 27 luglio a Caserta, per la rassegna Un’Estate da Re, organizzata dalla Regione Campania, come testimone – nientemeno – che del “dialogo tra i popoli” e i “valori della solidarietà umana”. Non l’ha mica invitato malgrado sia un notorio agit-prop putiniano, ma proprio perché lo è.

Come altri che arrivano dalla scuola comunista, De Luca pensa hegelianamente che il reale del potere sia il razionale della politica. Per lui, per D’Alema e per tutta la nidiata di fattucchiere geopolitiche covata tra le Frattocchie, Botteghe oscure e le loro propaggini politiche ed editoriali secondo-repubblicane, le questioni di legittimità e di diritto nelle relazioni internazionali tra gli stati sono stupidi sentimentalismi sovrastrutturali, da spazzare via con un sano determinismo storico-geografico e con un’analisi scientifica delle forze in campo, come se i conflitti tra gli uomini fossero riducibili alla fisica degli elementi.
Il risultato grottesco di questo realismo delirante è di considerare impossibili le cose che avverranno e necessarie quelle che non si verificheranno mai e non è escluso che l’indignazione contro follia di quelli che vorrebbero l’impossibile di oggi – che la Russia perda la guerra contro l’Ucraina – sia anche un modo per vendicare e risarcire lo scorno subito da quanti hanno determinato l’impossibile di ieri, cioè che l’impero sovietico crollasse senza che la Nato dovesse sparare un solo proiettile.
Nel rispondere alle polemiche sull’invito di Gergiev, De Luca ha fatto uno di quei suoi famosi video in cui spiega il mondo al popolo, svelando le “censure” sulla guerra in Ucraina, a partire dall’accerchiamento del territorio russo operato dalla Nato (“C’è stato uno che ha avuto il coraggio di dirlo, è stato Papa Francesco”) per giungere alla irrevocabilità delle annessioni di Mosca (“Non c’è più niente da fare, il territorio occupato non lo lasceranno mai per avere almeno uno spazio di interdizione”) e finire chiudendo pari e patta la partita delle responsabilità: “La Russia è colpevole per avere invaso l’Ucraina, l’Occidente non è innocente per avere creato le condizioni di questa invasione”.
Alla fine di questa ricostruzione da manuale da guerra ibrida moscovita, De Luca introduce l’inevitabile argomento no war – il corollario pacifista accompagna immancabilmente qualunque teorema imperialista – spiegando che il vero rischio non è rappresentato dalla Russia “che fa fatica anche a mantenere quello che ha occupato in Ucraina”, ma dall’Occidente stesso, “perché il pericolo lo determiniamo noi” con un escalation militare che è “una grande manfrina per alimentare l’industria bellica”, da cui discende una conseguenza, questa sì, “drammaticamente preoccupante: l’unico Paese che ha le risorse per armarsi sul serio è la Germania”.
Come dire: che vi preoccupate a fare del povero Putin, quando nel cuore dell’Europa sta per risorgere il nuovo Hitler. Non è il suggello perfetto per la prosopopea di un personaggio che presta la maschera di Pulcinella al “realismo” di Pietro Secchia e dei Partigiani della Pace stalinisti degli anni ’50?
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Analisi che trasuda pregiudizi antimeridionali. Per nulla necessari, tra l’altro.
Perfetto. Leggere l’intervista di Oriana Fallaci a Berlinguer, nulla è cambiato dentro questi.