Israele
Il diritto conteso: Israele, la guerra, i territori e il principio di reciprocità
Nel dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese, una delle accuse più frequentemente rivolte a Israele è quella di aver “rubato” terre ai palestinesi. Si tratta di un’espressione dal forte potere evocativo, che racchiude in sé più livelli di significato: storico, politico, giuridico e simbolico. Ma se si



Nel dibattito internazionale sul conflitto israelo-palestinese, una delle accuse più frequentemente rivolte a Israele è quella di aver “rubato” terre ai palestinesi. Si tratta di un’espressione dal forte potere evocativo, che racchiude in sé più livelli di significato: storico, politico, giuridico e simbolico. Ma se si guarda al conflitto con gli strumenti del diritto internazionale e dell’analisi storica, la questione si mostra ben più complessa di quanto le formule sloganistiche facciano intendere.
La guerra dei Sei Giorni, combattuta nel giugno del 1967, è il punto di partenza di ogni discussione moderna sui territori contesi. Israele, circondato da eserciti arabi che ne minacciavano la distruzione, reagì con un attacco preventivo che portò in pochi giorni all’occupazione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza, del Golan e del Sinai. I territori furono conquistati durante una guerra che Israele e numerosi osservatori definirono come difensiva, se non di sopravvivenza. Nondimeno, il diritto internazionale postbellico, codificato a partire dalla Carta delle Nazioni Unite del 1945, vieta esplicitamente l’acquisizione di territori attraverso la guerra, anche quando questa sia stata intrapresa in risposta a un’aggressione imminente.
È proprio in questa tensione tra diritto e realtà che si inserisce la peculiarità del caso israeliano. Storicamente, chi vince una guerra tende a mantenere il controllo sui territori conquistati, a meno che non vi sia un accordo di pace, un riconoscimento reciproco o una convenienza strategica alla restituzione. Nessuno, né in Europa né in Asia, ha mai chiesto a uno Stato vincitore di cedere territori a un soggetto che rifiuta la sua stessa legittimità.
La Turchia mantiene il controllo del nord di Cipro dal 1974, l’India non ha mai rinunciato al Kashmir nonostante le risoluzioni ONU, la Russia ha annesso la Crimea senza alcuna intenzione di negoziare con l’Ucraina, e la Francia ha mantenuto per secoli il controllo dell’Alsazia-Lorena quando le condizioni lo consentivano. In tutti questi casi, il diritto internazionale ha denunciato l’occupazione ma non ha mai esercitato la stessa pressione che ha invece costantemente esercitato su Israele.
Eppure, proprio Israele ha dimostrato che la restituzione è possibile, ma solo quando essa si inserisce in un contesto di pace e riconoscimento. Con l’Egitto, nel 1979, Israele ha restituito l’intero Sinai in cambio della pace. Con la Giordania ha firmato un trattato che ha risolto ogni contesa territoriale. Nel 2005 si è ritirato unilateralmente dalla Striscia di Gaza, pur mantenendo un controllo esterno. La logica è chiara: Israele è disposto a restituire territori solo quando la controparte è disposta a riconoscerne l’esistenza e a convivere pacificamente.
Qui emerge una contraddizione spesso ignorata nel dibattito internazionale: si pretende che Israele favorisca la nascita di uno Stato palestinese proprio laddove la leadership palestinese, in varie forme, continua a negare il diritto di Israele a esistere. L’OLP lo ha fatto fino al 1988, e Hamas continua a farlo ancora oggi.
Non si tratta solo di dichiarazioni, ma di una visione politica che non riconosce alcuna legittimità alla presenza ebraica sovrana in Terra d’Israele. Questo rifiuto radicale non è mai stato seriamente considerato un ostacolo all’applicazione del principio di autodeterminazione palestinese, principio che il diritto internazionale continua a sostenere anche in assenza di reciprocità.
Il diritto all’autodeterminazione è considerato inalienabile e universale. Ma cosa accade quando un popolo che rivendica tale diritto si rifiuta di riconoscere lo stesso diritto all’altro? Si tratta di una questione etica prima ancora che giuridica. Se i palestinesi, attraverso i loro rappresentanti politici, continuano a rifiutare il diritto del popolo ebraico a uno Stato sovrano, come può la comunità internazionale considerare legittima e incondizionata la pretesa di uno Stato palestinese indipendente? L’autodeterminazione presuppone il riconoscimento dell’altro, la volontà di costruire una convivenza, non la negazione dell’esistenza altrui. Senza reciprocità, il diritto rischia di trasformarsi in uno strumento ideologico, applicato in modo selettivo e dunque screditato nella sua pretesa universalità.
Israele, da parte sua, si trova in una situazione paradossale: è l’unico Stato al mondo cui si chiede di negoziare la restituzione di territori a una leadership che non solo non ne riconosce l’esistenza, ma in molti casi continua ad auspicare la sua cancellazione. Nessun altro Stato ha mai restituito terra a chi nega il suo diritto di vivere. Eppure, su Israele questa pretesa è costante e pressante, come se la sua stessa democrazia, la sua alleanza con l’Occidente e la sua visibilità internazionale lo rendessero più “responsabile” degli altri, e quindi più ricattabile.
La questione della terra, in definitiva, non può essere separata da quella del riconoscimento reciproco. Non esiste autodeterminazione che possa essere pienamente legittima se si fonda sulla negazione dell’autodeterminazione altrui. È qui che il diritto internazionale, pur nella sua aspirazione a fondare un ordine mondiale più giusto, mostra tutti i suoi limiti: astratto nei principi, selettivo nell’applicazione, incapace di cogliere la realtà politica di un conflitto in cui non c’è solo una terra contesa, ma una verità storica e morale ancora non condivisa.
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Credo che sia necessario distinguere tra le dichiarazioni ufficiali, che nel caso dell’ANP devono, oggi come nel 1988, tener conto della realtà complessa che rappresentano, e la reale disponibilità può volte lasciata intravedere, anche se non troppo esplicitamente, dinpoter addivenire a un mutuo riconoscimento con Israele. In certe trattative la politica impone da sempre strategie ambigue per non lasciare campo libero a posizioni ben più oltranziste. Lo fanno abitualmente i partiti che ambiscono ad assumere una leadership, anche in Europa e anche in Italia. Non tutti i contesti storici e geopolitici sono purtroppo favorevoli ad assumere impegni troppo espliciti. Sono convinto che finché un territorio sarà sotto il pieno controllo di Hamas questo scenario non potrà cambiare, ma che potrebbe invece cambiare, e in un senso decisamente favorevole a una ripresa di un processo che potrebbe portare a una pace duratura, se Hamas fosse sconfitto e non non avesse più il controllo di Gaza.
Una precisazione: nel 1988 l’OLP, per bocca del mentitore seriale Arafat, HA DETTO che avrebbe cancellato gli articoli che invocavano la distruzione di Israele, ma non lo ha mai fatto. La costituzione di al-Fatah, che rappresenta la principale frazione dell’OLP, che è a sua volta la base dell’ANP, contiene tuttora tutti gli articoli che prevedono la distruzione di Israele come obiettivo primario e irrinunciabile, come tutti possono verificare, dato che essa è reperibile in rete in inglese. E non basta: scavando oltre si scopre che anche per Arafat, come per hamas, l’obiettivo reale non è affatto lo stato di Palestina – che potrebbero avere fin dal 1937 con la Commissione Peel, se l’obiettivo fosse quello – bensì il grande califfato, come dichiara apertamente, in un inglese stentato ma comprensibile, in questo raro video:
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Grazie, sono felice che l’abbia apprezzato.
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