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Gergiev, De Luca, la sceneggiata russo-casertana e la guerra ibrida musicale

Italia

Gergiev, De Luca, la sceneggiata russo-casertana e la guerra ibrida musicale

La sceneggiata russo-casertana sulla libertà dell’arte e del grande maestro Valerij Gergiev, invitato da Vincenzo De Luca a suonare “per il dialogo tra i popoli” e “i valori di solidarietà umana”, è un’altra pagina ignobile dell’autobiografia putiniana della nazione. Grazie all’ostinata denuncia dell’associazione Europa Radicale, poi

Carmelo Palma18/07/2025Aggiornato 17/07/20255 min lettura1.034 parole
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La sceneggiata russo-casertana sulla libertà dell’arte e del grande maestro Valerij Gergiev, invitato da Vincenzo De Luca a suonare “per il dialogo tra i popoli” e “i valori di solidarietà umana”, è un’altra pagina ignobile dell’autobiografia putiniana della nazione.

Grazie all’ostinata denuncia dell’associazione Europa Radicale, poi rilanciata dall’eurodeputata dem Pina Picierno, la vicenda aveva iniziato nei giorni scorsi a fare timidamente capolino, se non sulle prime pagine, almeno tra le brevi in cronaca di alcuni organi di informazione. Poi, la denuncia di Yulia Navalnaya ha fatto esplodere la notizia, costringendo alcuni a prendere posizione e molti di più a nascondere ancora più profondamente la testa sotto la sabbia.

A prendere posizione a sostegno del pacifismo sinfonico sono prevedibilmente stati i nani e le ballerine della filiale italiana del grande Circo di Mosca, che hanno esecrato l’efferata censura di un’artista che ha, poverino, la sola colpa di essere russo e semmai il merito, come ha detto Roberto Vannacci, “di non avere rinnegato Putin”. Insomma, evviva l’ardito anti-badogliano.

Molti meno hanno preso posizione contro la scelta di invitare Gergiev per – come dice De Luca – “non interrompere il dialogo” con la Russia, che commuoveremo certamente chiamando un fedele famiglio di Putin a dirigere la Forza del Destino Di Verdi e la Sinfonia n.?5 in Mi minore dell’amato ?ajkovskij. 

Ha parlato Carlo Calenda; si è aggiunta a Picierno qualche coraggioso e isolato parlamentare del PD, come Filippo Sensi; ha detto parole nette l’ex Ministro Giulio Terzi di Sant’Agata e si è dissociato il Ministro della Cultura Alessandro Giuli, sostenendo che “trasformare un appuntamento musicale di livello alto, ma oggettivamente controverso e divisivo, nella cassa di risonanza della propaganda russa …sarebbe deplorevole”. Tutto giusto, tranne il condizionale “sarebbe”. 

Ma i più sono stati prudentemente zitti – più zitti di quanto già non fossero. Tutti i segretari del centrodestra e del campo largo, tutti i maggiorenti del bipopulismo italiano, tutti i fanatici delle dichiarazioni su tutto, da Sinner alla guerra e alla pace nel mondo, su questo sono invece rimasti imbarazzati e silenti, perché su Putin, sui suoi emissari e incaricati culturali, con le ombre lunghe dei kompromat post-sovietici proiettati sull’intero arco costituzionale e incostituzionale italiano, è sempre meglio tacere. 

Se no, a qualcuno verrebbe in mente di chiedere, ad esempio, perché lo stimato maestro Gergiev nel 2018 abbia ricevuto su iniziativa del governo di centro-sinistra, portata a termine dal governo giallo-verde Conte I, una prestigiosissima onorificenza nazionale, dopo avere benedetto l’invasione russa del Donbas e l’annessione della Crimea e perché a nessuno da allora sia mai venuto in mente di revocarla (come a tanti altri gerarchi maggiori e minori del regime russo, a partire da Dmitrij Peskov, tuttora cavalieri e commendatori della Repubblica).

Del caso de Luca-Gergiev hanno poi parlato e scritto alcuni altri (ma sono interventi – è il caso di precisarlo – di tutt’altra dignità rispetto a quelli di Vannacci & C, anche se con esiti abbastanza grotteschi) che, pur denunciando a chiare lettere l’orrore del putinismo, hanno eccepito l’inopportunità di censurare per ragioni politiche una performance puramente artistica e di violare il fondamentale diritto di Gergiev di esprimere liberamente il proprio genio e quello ancor più fondamentale dei suoi ascoltatori di goderne in piena libertà.

Questa crociana “dialettica dei distinti” – una cosa è discutere di quel che è giusto, altro di quel che è bello – applicata al fenomeno della guerra ibrida non porta però al paradiso della libertà artistica, ma all’inferno dell’alienazione cognitiva.

Gergiev non è stato invitato in Italia dal suo pubblico o da un’istituzione culturale. È stato convocato da un’istituzione politica – De Luca l’ha detto e ripetuto più volte, con la sua guapperia sfrontata e proterva, ma non ipocrita – per lanciare grazie alla sua fama artistica un messaggio politico di dialogo e di amicizia con “questa” Russia. 

Come abbiamo già scritto, non è stato invitato malgrado fosse Gergiev, ma proprio perché era Gergiev. Non è atteso per soddisfare il bisogno dei nerd della musica sinfonica della Terra di Lavoro, in astinenza dalle sue esibizioni dal vivo, ma per riprendere il filo di un discorso che parte dalle narrazioni strategiche russe e lì ritorna, che il sostegno troppo unilaterale all’Ucraina aveva interrotto e che il re lazzarone della Campania ritiene di dovere nuovamente ricucire come schema del dialogo di pace con il Cremlino: Putin è colpevole, ma la Nato non è innocente; l’Ucraina non è esterna ma interna alla Russia; i territori annessi dal Cremlino sono perduti per sempre e la pace si può fare solo a valle di questo doloroso, ma necessario riconoscimento; last but not least, è il riarmo dei Paesi Nato e non quello russo il vero pericolo per la pace in Europa. 

De Luca pensa questo e lo ha detto e ripetuto mille volte, anche negli ultimi giorni. Come si fa, allora, a discutere di questo caso come se qualcuno volesse proditoriamente impedire a Gergiev di fare un concerto per un mazzo di oligarchi russi in vacanza sulla costiera amalfitana o un firma copie in una rivendita di vinili di musica classica a Chiaia o Massa Lubrense? 

Anche prescindendo dal fatto che a Gergiev andrebbe impedito di entrare in Italia per le ragioni che ha spiegato Massimiliano Coccia su Linkiesta – non perché è un musicista politicamente sputtanato, ma perché è una holding del malaffare – e fermandosi allo spartito, come fa a non essere chiaro che la mosica che dirigerà a Caserta non sarà di Verdi e ?ajkovskij, ma quella degli zar di tutte le Campanie (copyright: Christian Rocca) e di tutte le Russie?


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