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La “dottrina dell’imparzialità” corrompe l’informazione e fa un regalo alla propaganda

Il dibattito delle idee

La “dottrina dell’imparzialità” corrompe l’informazione e fa un regalo alla propaganda

Nell’infotainment italiano – che ha sempre più i caratteri del mero intrattenimento – è in corso da tempo la sistematica sostituzione del personale politico e degli esperti con giornalisti apertamente schierati, che alla bisogna si improvvisano tuttologi, ai quali si affiancano spesso i guitti televisivi del

Vincenzo Russo19/07/2025Aggiornato 18/07/202510 min lettura2.059 parole
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Nell’infotainment italiano – che ha sempre più i caratteri del mero intrattenimento – è in corso da tempo la sistematica sostituzione del personale politico e degli esperti con giornalisti apertamente schierati, che alla bisogna si improvvisano tuttologi, ai quali si affiancano spesso i guitti televisivi del momento, perniciosa eredità di grillina memoria.

In tale contesto il pluralismo è talmente garantito che a ogni affermazione mediamente sensata bisogna contrapporre un’idiozia. Ciò in nome di quella “catartica” par condicio, applicata in ogni anfratto del dibattito pubblico, che deresponsabilizza e svuota di senso la stessa professione giornalistica offrendo un inveterato servaggio all’insensatezza.

Tanto che spesso il risultato, più che imparziale, è grottesco.

Se quello dell’imparzialità è un buon principio in generale, la sua pedissequa e rigorosa applicazione nella comunicazione di questioni complesse, siano esse scientifiche, economiche o politiche, può produrre effetti dirompenti.

E’ oramai noto – evidentemente non nel panorama dei media italiani – che le regole dell’imparzialità possono costituire un’efficace strumento a disposizione dei propagandisti a vario titolo, e favorire la disinformazione.

Non a caso negli Stati Uniti la “Fairness Doctrine” (“dottrina dell’imparzialità”) – policy che la Federal Communications Commission ha adottato dal 1949 al 1987 – non è più in vigore – senza dire con ciò che i media americani ne siano rimasti immuni. A invocare più volte tale dottrina era l’industria del tabacco per rivendicare la possibilità di diffondere i propri punti di vista, supportati da risultati di ricerche e studi quanto meno dubbi, nella stampa e nei programmi televisivi.

Il fatto che esista una questione controversa non può costituire, ipso facto, un buon motivo per concedere spazi e tempi uguali per tutte le parti in causa. Ciò anche nell’ambito scientifico quando, ad esempio, si tratta di dare conto di una scoperta nuova, sorprendente.

Vale sempre il principio – di carattere etico e deontologico – per cui sia i giornalisti sia i politici dovrebbero sempre verificare con cura le fonti delle loro informazioni. Ciò perché i propagandisti cercano di insinuarsi, in modo infimo, in tale meccanismo fornendo gli esperti (di parte) a sostegno dei loro interessi. E quando si presenta al pubblico un “esperto” occorrerebbe dare conto del suo cursus professionale, degli incarichi attuali e di eventuali conflitti d’interesse.

Nel caso di questioni scientifiche, poi, i giornalisti dovrebbero essere attenti nel non dare seguito alle posizioni dei singoli scienziati – magari perché telegenici, e con un buon eloquio – quando questi si distaccano dalle posizioni della comunità scientifica.

In tal caso, infatti, il ricorso all’imparzialità può causare la distorsione delle evidenze scientifiche da parte del pubblico. Chi opera nell’informazione dovrebbe sforzarsi – per quanto possibile – di offrire al proprio pubblico un campione imparziale dello stato della ricerca scientifica.

Giusto per fare un esempio teorico – con proporzioni comunque realistiche, se novantanove studi scientifici depongono a favore dei vaccini contro il Covid-19 e uno solo va in direzione opposta, i giornalisti dovrebbero rispettare la stessa proporzione sia in termini di numero di ospiti intervistati sia riguardo al tempo loro dedicato.

Su questo solco, ad esempio, Wikipedia utilizza degli standard specifici di valutazione per ciò che concerne questioni scientifiche non pacifiche, che tengono conto di tali aspetti. Anche lo strumento accademico Google Scholar opera nel senso di facilitare il rinvenimento delle opinioni più accreditate da pubblicazioni autorevoli e degli articoli con il maggior numero di citazioni.

Se nel corso di una trasmissione televisiva in prima serata il conduttore mette a confronto l’ultimo dei no-vax con l’esperto autorevole capace di dare voce all’evidenza scientifica corrente, concedendo loro gli stessi spazi e le stesse possibilità di replica, viola i principi della sua deontologia professionale e rende un pessimo servizio alla collettività.

Mettendo sullo stesso piano le credenze dei no-vax con le risultanze della ricerca scientifica il pubblico avrà la percezione che entrambe le prospettive siano parimenti credibili e tenderà a relativizzare ogni conclusione.

Ciò si verifica perché la mente umana si aspetta che l’evidenza che depone a favore di risultati veri debba comparire più spesso nel suo spettro ricettivo. Ogni qual volta si presenta, infatti, un fenomeno dando lo stesso peso alle rappresentazioni che vanno in direzioni opposte si altera il risultato della comunicazione nella direzione sbagliata.

La deleteria convinzione per cui tutto può essere messo in discussione, anche da parte dell’uomo qualunque, più che favorire il dibattito aperto, finisce per riaffermare ferree certezze e sani radicalismi, in un mondo sempre più polarizzato. Il discorso pubblico precipita così in una perversa spirale di relativismo, persino etico e morale.

E’ l’habitat mediatico ideale per il dilagare di ogni forma di propaganda, come quella russa che viene diffusa in Italia per via di utili idioti o di infimi soggetti che mascherano abilmente la loro malafede e i loro interessi.

Basti citare l’attualissimo caso del direttore d’orchestra russo Gergiev che, sotto lo scudo dell’”imparzialità culturale”, è stato solennemente invitato dal presidente della regione Campania, De Luca, a esibirsi il 27 luglio alla Reggia di Caserta.

Tutto giusto se non fosse per il “dettaglio” che il maestro Gergiev è un sodale di Putin che controlla una realtà parallela nel nostro Paese al servizio degli interessi dello Zar, con l’obiettivo, fra gli altri, di far penetrare  culturalmente l’idea dell’imperialismo russo. 

Il metodo scientifico e i rischi della disinformazione

La scienza ruota attorno alle attività della comunità scientifica. Quest’ultima, sulla base del confronto e della verifica continua dei risultati raggiunti in virtù del rigoroso metodo scientifico, approda, a un certo punto, a delle evidenze empiriche condivise le quali, tuttavia, non sono mai definitive.

Perché il confronto debba riguardare solo scienziati e ricercatori è chiaro: occuparsi di questioni scientifiche non è alla portata di tutti e richiede una preparazione specifica e approfondita.

Il metodo scientifico esige che qualunque risultato debba poter essere replicato, ripetendo l’esperimento in un qualsiasi altro momento e in un altro luogo. Ciò rappresenta la garanzia contro eventuali attività fraudolente o inganni. Come affermano Edoardo Boncinelli e Antonio Ereditato – nel loro saggio L’infinito gioco della scienza:

“Per assurdo, lo scienziato sa bene cosa sia l’errore o la menzogna, ma non cosa sia la verità. Ciononostante, un’ipotesi ragionevole consiste nell’affermare che l’uomo di scienza cerchi proprio la verità o, meglio, tenda ad essa”.

Se il mondo dell’informazione si consegna armi e bagagli al totem dell’imparzialità – senza alcun distinguo sulla diversa natura e il rilievo delle questioni, com’è accaduto nel periodo della pandemia, si rende correo delle drammatiche conseguenze che ne possono derivare.

Così è stato per il caso dello studio del medico inglese Andrew Wakefield, e la bufala sui vaccini MPR (morbillo, parotite, rosolia) che causerebbero l’autismo nei bambini. Il dilagare della fake news, non adeguatamente contrastata dai media, causò inGran Bretagna una diminuzione delle vaccinazioni e un corrispondente aumento del numero di casi di morbillo, con episodi gravi, anche mortali.

Oggi accade di peggio negli Usa visto che, dopo l’exploit comunicativo consentito al variopinto mondo no-vax nel periodo del Covid-19, si ritrovano a capo del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani Robert Kennedy jr., antivaccinista della prima ora, e con il record di casi di morbillo da quando il virus è stato dichiarato eradicato dagli Stati Uniti nel 2000.

Ciò a causa del calo continuo del tasso di vaccinazione dovuto alla disinformazione alla quale personaggi come Kennedy jr. contribuiscono da decenni.

L’informazione ostaggio del “bias della novità”

Se tutto ciò è certamente nocivo per la società, non è né nuovo né inaspettato. E’ stato Giovanni Sartori, con il suo Homo videns (2000), a porre l’accento su due fattori di distorsione che possono alimentare la disinformazione: il dare rilievo all’eccentricità, e la promozione dell’attacco e dell’aggressività. Il tutto a favore dell’audience e di qualche, vitale, punto di share, naturalmente.

Nell’ambiente giornalistico è noto un aforisma: “Se un cane morde un uomo, non fa notizia, ma se un uomo morde un cane, sì”. Ed è per tale motivo che non leggiamo di genitori che si prendono cura dei figli, di aerei che non cadono, o di sostanze chimiche che non sono nocive.

E’ evidente che a rendere i fatti interessanti e ad attirare l’attenzione del pubblico è la loro straordinarietà. E’ quest’ultima a sollecitare l’audience, la vendita di giornali e i click sul web. Tuttavia, in alcuni casi e per particolari argomenti, il cosiddetto “bias della novità” può generare criticità non indifferenti. Istruttiva è, in merito, la bufala del “monossido di diidrogeno”.

Il rischio è che venga dato spazio alle tesi più strampalate, spesso frutto di paura, rabbia, frustrazione a fronte della complessità, portate avanti da veri e propri specialisti della notorietà, seppur al prezzo di risultare ridicoli, intellettualmente blasfemi o di vergognose menzogne.

Scrive Sartori:

Ne risulta una formidabile selezione alla rovescia. Vengono a galla i ciarlatani, i pensatori da strapazzo, i novisti a ogni costo, e restano in ombra le persone serie e veramente pensanti. Il che è davvero servire un interesse male inteso”.

Per quanto concerne l’attacco e l’aggressività, lungi dal riguardare – con le dovute e sacrosante eccezioni – l’atteggiamento del giornalismo italiano verso il “potere”, nei talk nostrani sono state declinate in chiave di rissa, conflitto e scontro continuo tra fazioni contrapposte. Anche volendo, il contesto e i (non) tempi televisivi non danno modo di portare a compimento un ragionamento.

Le “grandi menti” oracolari

Un altro diffuso vezzo del nostro infotainment è quello di ospitare in continuazione illustri personaggi del mondo della cultura – filosofi, critici d’arte, storici, fisici, matematici, scrittori, attori, cantautori e via discorrendo – sovente chiamati a discettare dell’intero scibile umano.

Manco a dirlo, finisce spesso che l’oggetto del contendere assuma tratti politici: dalle piccole beghe interne, alle intricate questioni di politica internazionale. La malcelata pretesa è quella di dotare le prolusioni degli eminenti personaggi di un surplus di credibilità in virtù dell’autorevolezza che deriva loro dagli studi compiuti o dai meriti guadagnati sul loro campo di attività.

E’ questo l’errore marchiano. Cioè, il confondere la generica capacità di essere informati e di ragionare su varie questioni con la competenza specifica in una materia.

Un esempio banale, ma frequente nel quotidiano: parlando di calcio, perché l’insigne scrittore dovrebbe saperne di più del commissario tecnico dell’ultima squadra di serie C? Infatti, così non è, ed è probabile che i giudizi calcistici dello scrittore siano preda delle passioni personali, più che frutto di oggettive analisi tecniche. Come accade, d’altronde, tra tifosi comuni.

In altri termini, che qualcuno sia informato di medicina non lo rende un medico, così come chi si dedica al giardinaggio non è un botanico e chi sa di economia non è un economista.

Eppure, questo semplice corollario sembra svanire quando “le grandi menti” formulano i loro giudizi tranchant su questioni politiche: il circo mediatico li agghinda come se a essere interpellato fosse l’oracolo di Delfi.

Non dovrebbe essere complicato capire che quello politico è un terreno del tutto particolare che, spesso, può facilmente franare sotto il peso dell’intimo sentire e delle convinzioni personali. Come osservava Schumpeter:

il cittadino tipico precipita a un più basso livello di resa mentale non appena entra nel campo politico. Ragiona e conduce le sue analisi in un modo che egli riconoscerebbe subito come infantile se usate nella propria sfera di interessi. Egli ridiventa un primitivo. Il suo pensiero torna ad essere associativo e affettivo …”

Insomma, ogni individuo quando esce dal suo ambito di competenza incorre in un “fisiologico” scadimento dei risultati dei propri processi cognitivi, per i motivi sopra esposti. Pertanto, la pretesa che l’intellettuale di grido possa riuscire a far luce anche in ambiti che non gli appartengono è del tutto infondata. Le sue saranno solo, pur se rispettabili, opinioni.

Visto lo stato dell’arte, l’infotainment nostrano è, più che altro, una selva dalla quale dovremmo riuscire a sortire indenni.


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2 pensieri su “La “dottrina dell’imparzialità” corrompe l’informazione e fa un regalo alla propaganda

  1. Mauro Venier dice:

    “Fairness” significa correttezza, non imparzialità. E no, le due cose, pur essendo entrambe auspicabili e giuste, non sono sinonimi.
    Comunque voi riuscite generalmente ad applicarle entrambe, questo vi va riconosciuto.
    Tranne che in un caso.
    Quando si parla di Israele. Lì non siete mai né corretti né imparziali. Siete solo piegati a Tel Aviv. Vi stendete sempre a pelle d’orso davanti a Netanyahu.

    • Vincenzo Russo dice:

      Mi pare che lei faccia delle precisazioni semantico-lessicali, del tutto irrilevanti ai fini della eventuale messa in discussione di quanto sostenuto nello scritto, al solo fine di arrivare a dire ciò che aveva in animo di dire. E per farlo ha, probabilmente, ribaltato il senso dell’articolo.
      Tuttavia, le rispondo, utilizzando il suo registro dialogico, che, in effetti, difficilmente troverà su InOltre tesi di autori “piegati” sulla propaganda proPal o “stesi a pelle d’orso” sulla narrazione filo Hamas.

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