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Dal Rosatellum al Proporzionellum? Noterelle sulla riforma del sistema elettorale

Politica italiana

Dal Rosatellum al Proporzionellum? Noterelle sulla riforma del sistema elettorale

Per circa mezzo secolo, tra il 1946 e il 1993, il nostro sistema elettorale è stato (quasi) integralmente proporzionale: tot voti, tot seggi. Solo nel 1953 la legge Scelba, o "legge truffa", come fu chiamata nelle furiose polemiche dell’epoca, tentò di introdurre un forte premio di

Michele Magno19/07/2025Aggiornato 18/07/20255 min lettura1.079 parole


Per circa mezzo secolo, tra il 1946 e il 1993, il nostro sistema elettorale è stato (quasi) integralmente proporzionale: tot voti, tot seggi. Solo nel 1953 la legge Scelba, o “legge truffa”, come fu chiamata nelle furiose polemiche dell’epoca, tentò di introdurre un forte premio di maggioranza (65 per cento dei seggi) alla coalizione che fosse riuscita a superare il 50 per cento dei consensi. La legge non passò per un soffio. Il Centro democratico (Dc, Psdi, Pri, Pli) arrivò al 49,8 per cento e l’anno dopo la legge fu abrogata.

Nel 1993, con la legge Mattarella, fu accantonato il sistema proporzionale a favore di un sistema misto, a turno unico, maggioritario per il 75 per cento dei seggi e proporzionale per il restante 25 per cento, con soglia di sbarramento del 4 per cento. Voleva essere l’inizio di una nuova era dopo “Tangentopoli”, e si proponeva due obiettivi principali: promuovere la governabilità e la stabilità dei governi, rendere più efficace l’attività legislativa del Parlamento.

La legge Mattarella, approvata il 4 agosto 1993, era il riflesso diretto dell’esito referendario del 18 aprile dello stesso anno, in cui, con un’affluenza record del 77 per cento e quasi l’83 per cento di Sì, si abrogava per il Senato il sistema proporzionale in favore del maggioritario uninominale. Per inciso, quel referendum arrestò il declino dei votanti registrato nel ventennio precedente. Il Mattarellum (copyright di Giovanni Sartori) durò solo tre legislature: 1994, 1996, 2001. Seguì, nel 2005, il Porcellum, in vigore nelle elezioni del 2006, 2008 e 2013; e, dal 2017, il Rosatellum, utilizzato nelle ultime due tornate elettorali.

Dunque, ben tre tentativi di maggioritario, tutti diversi, a parte la caratteristica comune del turno unico: in particolare, il Porcellum, in analogia con la vecchia legge Scelba, era un proporzionale con premio di maggioranza per arrivare al 54 per cento dei seggi (ma con diversi profili di incostituzionalità, dichiarati dalla Corte nel 2014); il Rosatellum, tuttora in vigore, somiglia invece al Mattarellum ma con mix invertito, poiché la quota maggioritaria si ferma al 37 per cento, contro il 63 per cento della quota proporzionale (con soglia di sbarramento al tre per cento).

Sotto il profilo punto della governabilità, nei 45 anni di proporzionale ci sono stati sei scioglimenti anticipati delle Camere contro tre nel trentennio maggioritario; il numero di legislature è stato rispettivamente di undici e sette, il che significa circa 1,2 legislature per quinquennio sotto entrambi i sistemi; la durata media dei governi è solo lievemente aumentata, da un anno a 1,7 anni, sempre ben al di sotto dei cinque anni ideali.

Sotto il profilo dell’efficacia legislativa, non c’è stato alcun progresso, al punto che le crescenti difficoltà dell’attività parlamentare hanno contribuito a giustificare il passaggio, sia pure surrettizio, dal classico sistema dei tre poteri indipendenti (legislativo, esecutivo, giudiziario) a un sistema meno articolato, in cui l’esecutivo, attraverso lo strumento della decretazione e delle leggi d’iniziativa governativa, si è fuso col potere legislativo, esautorando sostanzialmente il ruolo del Parlamento. Nelle due ultime legislature, considerando le leggi approvate, quelle di iniziativa governativa sono state nettamente preponderanti: 74 per cento nella XVII, 78 per cento nella XVIII (e il trend nell’attuale legislatura non pare cambiato).

Detto questo, quanto si discosta la distribuzione dei seggi rispetto alla distribuzione dei voti?  Per dare un’idea, confrontiamo la distribuzione voti-seggi del 1992 (ultime elezioni col proporzionale) con la distribuzione voti-seggi del 1994 (quando entrò in vigore il Mattarellum). Nel 1992, il primo partito, col 30 per cento dei voti ottenne il 33 per cento dei seggi (+3 punti). Nel 1994, il primo partito passò dal 21 per cento dei voti al 28 per dei seggi (+7 punti) mentre la coalizione vincente passò dal 43 per cento al 58 per cento (+15 punti). Tuttavia, come sappiamo, questo rafforzamento in termini di seggi della coalizione vincente non ha comportato, se non marginalmente, il rafforzamento del potere esecutivo e di quello legislativo.

Il sospetto per il fallimento delle riforme elettorali ricade, inevitabilmente, sull’intrinseca eterogeneità delle coalizioni elettorali, formate da partiti autonomi, tra loro diversi e in competizione più o meno nascosta. Da questo punto di vista, le forme di maggioritario sperimentate (tutte a turno unico e con basse soglie di sbarramento) hanno tutte mancato di aggredire l’elemento-chiave della governabilità, lasciando che il numero effettivo di partiti salisse, dal 2013 a oggi, senza interruzioni. Una legge elettorale tutta maggioritaria avrebbe potuto invertire la tendenza a un ruolo crescente (e autonomo) dei partiti dentro le coalizioni?

In altri termini, cosa sarebbe successo con un Rosatellum in cui i seggi fossero stati ripartiti solo con l’uninominale a turno unico? Difficile dirlo. Alcuni studi hanno provato a fare qualche simulazione, di cui qui non si dà conto per non appesantire il discorso. L’indicazione che sembra emergere è che, in un sistema multipartitico come quello italiano, la stabilità dell’esecutivo e l’efficienza del legislativo richiederebbero sia un’elevata soglia di sbarramento che disincentivi la frammentazione, sia un ballottaggio al secondo turno tra le due liste più votate.

Veniamo all’oggi. si vocifera che il centrodestra stia pensando a una riforma del Rosatellum basata su tre pilastri: eliminazione dei collegi uninominali (soprattutto al Sud facile preda di un’opposizione unita); soglia di sbarramento (al 4 per cento?) e proporzionale con premio di maggioranza (55 per cento dei seggi?) per la coalizione che ottiene una certa percentuale del voto nazionale (40-42 per cento?); indicazione sulla scheda del nome del premier (un bel grattacapo per il campo largo). Sul resto (reintroduzione delle preferenze, applicazione della nuova legge al Senato), si vedrà.

L’ipotesi in campo, quindi, è quella di passare da un bipolarismo di coalizione col Rosatellum a un bipolarismo di coalizione col “Proporzionellum” (ma con premio di maggioranza). Se non è zuppa, insomma, è panbagnato. A giudizio di chi scrive, nostalgico di un proporzionale (quasi) puro con forte soglia di sbarramento, non ci siamo. Perché si tratta di un sistema che continuerà a incentivare la ricerca di alleanze “contro natura” sostenute da programmi contradditori. Non per caso si vocifera che dalle parti di Largo del Nazareno lo stiano valutando con attenzione.


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