Stile, moda e costume
Anche l’educazione è una questione di stile?
Ognuno di noi è un unicum, ma il tempo nel quale ha la ventura di vivere ne condiziona il comportamento, perché gli stili di vita dipendono dalla particolare epoca nella quale siamo al mondo, con usi, costumi, risorse e opportunità in continua evoluzione. Ho avuto la



Ognuno di noi è un unicum, ma il tempo nel quale ha la ventura di vivere ne condiziona il comportamento, perché gli stili di vita dipendono dalla particolare epoca nella quale siamo al mondo, con usi, costumi, risorse e opportunità in continua evoluzione.
Ho avuto la fortuna di vivere in un’epoca caratterizzata da lunghi anni di pace e un progresso tecnologico di qualità e proporzioni inimmaginabili, ma mi scopro a lamentarmi di quello che a me sembra la piega amara e pericolosa che hanno preso i rapporti umani.
In tempi andati un attributo intrinseco dello stile personale erano le “buone maniere” espressione desueta, forse lessicalmente incomprensibile per le giovani generazioni.
Si tratta di un insieme di gentilezza, educazione, tolleranza e rispetto.
Contrariamente a quanto si ritiene oggi con un certo dispregio, quel tipo di comportamento non era appannaggio esclusivo delle classi elevate, salutare per primi entrando da fuori in un luogo chiuso, chiudere per favore e ringraziare, dare del lei alle persone più anziane e autorevoli o appena conosciute e via dicendo, era patrimonio comune e interclassista, insegnato e anche imposto in famiglia e a scuola.
Forse sono il solito anziano che rimpiange il tempo che fu, farò quindi degli esempi di episodi personali lasciando al lettore il consenso o il dissenso, se certi comportamenti siano o meno una perdita di stile personale sfociante nella palese maleducazione.
Due episodi sono recenti, avvenuti al bar dove abitualmente faccio colazione sedendo a un tavolo in giardino, tra pensionati col cane al guinzaglio, bambini che si rincorrono e anziani che parlano ad alta voce per l’incipiente sordità.
Una mattina, recando tra le mani un vassoio contenente cornetto e cappuccino, sono giunto alla porta che dà accesso al giardino mediante una rampa di gradini, dove stazionava un gruppo di persone di varia età in tranquillo conversare, impedendo il passaggio, ho dovuto attendere quasi un minuto prima che si spostassero, senza proferire parola e apparentemente infastiditi, infatti non avevo chiesto: permesso, proprio perché volevo verificare le loro reazioni, avendo in mente la battuta del famosissimo sketch di Totò: “Ma guarda questo stupido dove vuole arrivare!”
Qualche giorno dopo era seduto ad un tavolo nello stesso giardino, fumando il mio sigaro toscano mattutino, si avvicina un tizio sui quarant’anni con una sigaretta spenta in bocca, facendomi il gesto dell’accendino, tolgo il mio dalla tasca e glielo porgo, lui accende la sigaretta e, senza ringraziare, lo poggia sul tavolo tornando sui suoi passi.
La cosa si è ripetuta con la stessa modalità per ben tre volte nell’arco di un’ora, tanto che all’ultima occasione ho fatto una battuta: ”Vogliamo fondare una società?”, ma il tizio non ha risposto, è tornato a sedere al suo tavolo.
Le rare volte che ormai mi reco in un negozio per un acquisto (l’età e Amazon hanno ridotto le occasioni) mi trovo sempre difronte a un commesso o una commessa giovani che mi si rivolgono dandomi del tu, il che mi crea non risentimento, ma imbarazzo, costringendomi a rispondere con il tu a uno sconosciuto al quale mi sarei rivolto con il lei.
Ora è vero che il tempo passa e i costumi evolvono, ma ad esempio l’inglese, che è una lingua più sintetica e informale del nostro italiano pieno di sottigliezze, usa you che in realtà è un voi e non un tu. Infatti il verbo che lo segue è coniugato al plurale (es. you are), così come nel formalissimo francese si usa normalmente il vous, essendo il tu riservato strettamente ai rapporti familiari o affettivi.
Questi formalismi, che da noi stanno cadendo in disuso, hanno un significato pregnante, consentendo il rispetto per il reciproco privato, il passaggio dal lei al tu è il segno del raggiungimento di una vicinanza da acquisire con la consuetudine, l’amicizia, la fiducia o l’amore.
Non è il tu a garantire la parità interpersonale, soprattutto non al primo incontro tra persone che non si conoscevano.
Nel mio ultimo posto di lavoro, che ho lasciato da oltre dieci anni, la mia scrivania di dirigente era situata in un open space, quando arrivavo la mattina salutavo i miei sottoposti ad alta voce senza ricevere risposta, per altro, dopo qualche tempo che ero lì, mi resi conto che ero l’unico rimasto ad indossare giacca e cravatta, decisi quindi di adeguarmi perché mi sentivo ridicolo.
Non sono un bacchettone, tutt’altro, ma il totale sdoganamento del turpiloquio, spesso abusato fuori luogo, specie in bocca a ragazzini di ambo i sessi, è un indice di disordine psicologico che si riverbera in tutti i comportamenti, un degrado che ha retrostante una inclinazione alla violenza di cui abbiamo purtroppo notizie quotidianamente dai media.
Il mantenimento delle distanze è un filtro e un diaframma che smorza le reazioni cui si è sottoposti nella convulsa vita delle città, sembra però che sia irrimediabilmente perduto, la confidenza è una conquista, non un diritto.
Nei miei lunghi anni di vita di lavoro mi è capitato di avere a che fare con dei giapponesi, sempre accompagnato da un interprete che mi indicava discretamente l’età degli interlocutori affinché mi rivolgessi per primo al più anziano, per evitare reazioni offese.
Forse tra un inchino e l’altro è un costume persino esagerato, ma una giusta misura sarebbe auspicabile, perché ad esempio gli americani, con i quali ho avuto lunga e assidua frequentazione, sono sul nostro stesso piano degradato, a parte baci e abbracci, sorrisi e urletti che sono parte integrante dei riti di benvenuto e saluto.
Le “buone maniere” oltre ad essere il segno distintivo di uno stile, sono anche una furbizia che consente di aprire molte porte e risolvere problemi nei rapporti sociali.
Ma forse è che sono figlio del secolo passato e non capisco che questo modo così spiccio è in chiave con la velocità del tempo presente, dove gli emoji consentono via Whatsapp di esprimere con un simbolo grafico qualunque sentimento positivo o negativo, e dove non arrivano: sigle, neologismi e acronimi corrono in soccorso.
Mi rifugio quindi nell’aforisma attribuito a Jean Jaques Rousseau: “Tout casse, tout passe, tout lasse, il n’est rien, et tout se remplace.”
Nella speranza che abbiano ragione coloro che, nati dopo di me, occuperanno il mondo per il tempo che è loro concesso di vivere.
Per non sembrare del tutto decrepito, saluto con un ? i cortesi lettori.
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Io no: quando qualche commesso di cui potrei essere comodamente la nonna mi dà del tu, io rispondo col lei, così a sentirsi in imbarazzo è lui. Quanto alle faccine, sono allergica. La maggior parte dei frequentatori del mio blog lo sa, quelli nuovi li avverto, e da quel momento n poi stanno attenti a evitarle e io vivo in pace.
“Si tratta di un insieme di gentilezza, educazione, tolleranza e rispetto.”
Hai dimenticato la quinta componente, la più importante, quella che dominava tutto: ipocrisia.
Condivido totalmente. Purtroppo sono i segni di un degrado generico e culturale, probabilmente anche conseguenza dei nuovi strumenti informatici come i social e la messaggistica digitale.