Italia
Palermo, 1992 e quella guerra combattuta a mani nude
Il 19 luglio del 1992 ero uno studente universitario a un passo dalla laurea, a Palermo. La mia vita, come quella della città, era un paradosso tenuto insieme dall'abitudine. Odi la tua terra ma non puoi lasciarla. Odi la violenza ma impari a conviverci. Ero tornato



Il 19 luglio del 1992 ero uno studente universitario a un passo dalla laurea, a Palermo. La mia vita, come quella della città, era un paradosso tenuto insieme dall’abitudine. Odi la tua terra ma non puoi lasciarla. Odi la violenza ma impari a conviverci.
Ero tornato in Sicilia dopo un fallimento. Il primo anno di informatica a Milano era stato un disastro, un monumento alla solitudine che non avevo retto e a una montagna chiamata “integrali” che non riuscivo a capire. Così, ero rientrato. Vicino alla famiglia, in una città che non amavo, per studiare qualcosa che all’inizio non mi apparteneva, Economia e Commercio. Poi, tra la musica, la fotografia e lo studio, avevo trovato un mio equilibrio precario.
Ma Palermo ti costringe a fare i conti con la realtà. La mafia, per me, era sempre stata un concetto da telegiornale. Un rumore di fondo che parlava di Corleonesi, di appalti, di dighe e di miliardi. Non era la mia vita. O almeno così credevo.
Vivere a Palermo, in quegli anni, significava scoprire di essere il soldato inconsapevole di una guerra civile a bassa intensità. Una guerra che non vedevi arrivare, ma che ti esplodeva in faccia. La pistola puntata al viso, di notte, al distributore di benzina, per una rapina. Il bambino ammazzato da un poliziotto a Ballarò per aver rubato un’autoradio, la sua vita valeva meno di uno stereo. Le minacce dei poliziotti in borghese, che scambiavano uno studente per un criminale e ti sbattevano al muro con la loro, di pistola.
Era una tensione costante, silenziosa, che si respirava nelle strade. Si viveva con un coprifuoco non dichiarato. E mentre noi eravamo immersi in questo, da Roma in su ci guardavano con sospetto, criticavano la nostra terra, “il siciliano, mafioso”, senza capire. Non hanno mai capito che noi, qui, eravamo in guerra.
Poi, venne Capaci.
Quella deflagrazione non fu un’esplosione. Fu il suono del cuore di un’intera isola che si ferma di colpo. In quell’istante, ogni studente, ogni negoziante, ogni madre, pensò la stessa, identica cosa: abbiamo perso. La guerra è finita e noi siamo dalla parte degli sconfitti.
Io mi stavo per laureare, cercavo di aggrapparmi a un’idea di futuro. E mentre ci provavo, arrivò via D’Amelio. Un’altra bomba, un’altra strage, a meno di due mesi di distanza. In quel momento, ogni illusione si sbriciolò. Tutto era davvero finito. La mafia aveva vinto. Aveva vinto nelle strade, negli uffici della Regione, nei comuni dove la sua rete di interessi era ormai indistinguibile da quella dello Stato.
L’Italia non capì mai. Non è mai riuscita a capire che mentre loro ci giudicavano, noi stavamo combattendo. Senza armi, senza divise, ma con un fragile, ostinato senso civico. Combattevamo a mani nude contro una montagna di merda che minacciava di seppellirci tutti. E in quella battaglia, eravamo terribilmente soli.
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Nessun commento, a 20 ore dalla pubblicazione. Giustamente, perché niente c’è da dire. E tuttavia questo spazio vuoto sotto questa tragedia che non è stata tragedia solo di quegli uomini, e non è stata tragedia solo della Sicilia, ma dell’Italia intera (e sì, l’ho pensato anch’io: abbiamo perso, è finita) mi fa una tale tristezza che sento il bisogno di riempirlo, sia pure del mio niente.