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Il voto a 16 anni, nuovo feticcio. Ma i giovani non sono un vaccino contro i mali della democrazia

Politica italiana

Il voto a 16 anni, nuovo feticcio. Ma i giovani non sono un vaccino contro i mali della democrazia

La tesi è ormai nota: i giovani sono il futuro, anzi, il presente. E se incidere nel presente vuol dire anche avere il diritto di voto, perché non abbassarlo a 16 anni? La proposta è ricorrente in molti paesi, Italia inclusa, e trova consensi trasversali, anche

Alfonso Lanzieri24/07/2025Aggiornato 23/07/20255 min lettura1.019 parole
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La tesi è ormai nota: i giovani sono il futuro, anzi, il presente. E se incidere nel presente vuol dire anche avere il diritto di voto, perché non abbassarlo a 16 anni? La proposta è ricorrente in molti paesi, Italia inclusa, e trova consensi trasversali, anche se questi sono più forti negli ambienti liberal-progressisti. L’argomento è sempre lo stesso: sono più svegli di noi adulti, più digitali, più sensibili al clima e all’inclusione, meno corrotti dal potere, non vivono più nel ‘900. In una parola: sono migliori.

Questo ottimismo, però, si scontra un po’ col dato di realtà. Un recente sondaggio YouGov per la Tui Foundation, condotto tra 6.700 giovani tra i 16 e i 26 anni in vari paesi europei, ha mostrato che la fiducia nella democrazia è in netta crisi. Solo il 57?% degli intervistati dichiara di preferire la democrazia a qualsiasi altra forma di governo; in Francia e Spagna la quota scende al 51–52?%. Il 21?% sarebbe disposto ad accettare, a determinate condizioni non meglio specificate, un governo autoritario (in Italia siamo al 24%). Quasi un giovane su dieci ha dichiarato di essere indifferente alla natura democratica del proprio governo, mentre un altro 14% ha preferito non rispondere o ha ammesso di non avere un’opinione in merito. Il meglio che si possa dire è che tra la gioventù europea la democrazia gode di un sostegno, diciamo così, moderato.

Ma non è tutto. Alle elezioni europee del 2024, il voto giovanile ha premiato – in molti casi con entusiasmo – le forze di estrema destra decisamente ostili alla cosiddetta “società aperta”: Vox in Spagna, Alternative für Deutschland in Germania, Rassemblement National in Francia. In Germania l’AfD è stato il secondo partito più votato dagli under 25. In Francia, Marine Le Pen ha conquistato quasi un terzo dei giovani. Altro che Greta Thunberg: qui siamo più vicini a Carl Schmitt, volendo giocare un po’.

Pochi mesi fa, ancora, un sondaggio commissionato da Azione, partito del leader Carlo Calenda, all’istituto Swg, ha evidenziato come il 42% dei giovani tra i 18 e i 24 anni sia favorevole all’ipotesi di affidare il governo italiano a un Premier senza controllo parlamentare, con mandato della durata fissa di 5 anni, così da rendere il nostro sistema politico più snello ed efficace. Un’autostrada per un regime illiberale.

Con questi chiari di luna, la domanda è lecita, anche se probabilmente urticante: davvero vogliamo abbassare l’età del voto? Non sarebbe più sensato – paradossalmente – alzarla? Intendiamoci: nessuna nostalgia per il censitarismo o per l’élite illuminate che scelgono al posto delle masse. Ma se la democrazia ha bisogno di cittadini consapevoli e responsabili, non dovrebbe preoccuparsi quando proprio le nuove generazioni, così celebrate, mostrano una certa attrazione per l’autoritarismo, una stanchezza per le mediazioni democratiche, un’incomprensione dei meccanismi istituzionali e della libertà che questi tutelano, nonché una consapevolezza perlomeno annebbiata della storia del ‘900?

Il lettore più agguerrito stia tranquillo: la mia è una provocazione. Lasciamo che il diritto di voto arrivi a 18 anni, tanto non è che a 25, 30 o 57 le cose migliorino. Mi preme semplicemente affermare che anziché continuare a blandire il giovanilismo con il suo corollario automatico – i giovani sono portatori di progresso – dovremmo forse fermarci un momento e chiederci se non stiamo semplicemente proiettando su di loro il nostro bisogno di redenzione. Perché il culto del giovane, come ogni culto, ha qualcosa di superstizioso. Li trattiamo come entità astratte, avatar di purezza e radicalità morale. Ma i giovani reali, in carne e ossa, non sono un blocco monolitico. Non sono “la generazione Z” né “i nativi digitali”. Sono individui. Alcuni maturi, altri fragili. Alcuni politicamente impegnati, altri cinici o indifferenti. Alcuni pronti a battersi per la giustizia climatica, altri sedotti dai meme razzisti su TikTok.

Eppure il discorso pubblico continua a considerarli una categoria sociologica compatta: “i giovani”, con la loro visione, il loro linguaggio, la loro autenticità. Come se il solo fatto di essere nati dopo il 2000 garantisse una moralità superiore. È un’illusione comoda per chi governa: i giovani diventano uno slogan da usare, una platea da accarezzare, una maschera retorica. Ma non vengono davvero ascoltati nelle loro contraddizioni, nelle loro ansie, nelle loro identità plurime. E allora sì, diciamolo: abbassare l’età del voto a 16 anni non è un atto di giustizia democratica, ma un gesto simbolico con pochissimi effetti pratici (in Italia, meno dell’1?% in più di elettorato), usato spesso per fare marketing politico. Votare non è un like su Instagram, ma l’esercizio di una coscienza.

Sarebbe piuttosto il caso di discutere seriamente del perché tra i ragazzi esiste una tale disillusione vero la politica o un’attrazione fatale vero i radicalismi. Azzardo un breve elenco: incertezza del futuro, precarietà, disoccupazione, alienazione sociale, assenza di punti di riferimento credibili che genera rifugio in identitarismi forti (non sono pochi, nella chiesa cattolica, i giovani seminaristi attratti dalle frange ecclesiastiche del conservatorismo reazionario, tanto per aggiungere un altro elemento di riflessione).

Anziché entrare nel cuore del problema, si pensa di dare agli adolescenti il diritto di voto, così magari, a urne chiuse, i maestri del liberal-progressismo potranno rivolgere pure a loro gli epiteti che solitamente riservano agli adulti che non votano “bene”. Altri colpevoli da cui la tribù dei buoni prenderà le distanze o verso i quali fingerà interesse con la solita accondiscendenza inconcludente.

I giovani non sono un vaccino contro tutti i mali della democrazia. Sono cittadini come gli altri: da rispettare, da educare, da responsabilizzare. Non da idolatrare. Solo trattandoli come adulti, con le loro ombre e le loro luci, potremo davvero dire di avere a cuore il loro futuro.


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Un pensiero su “Il voto a 16 anni, nuovo feticcio. Ma i giovani non sono un vaccino contro i mali della democrazia

  1. Maria Nadia dice:

    Ho 77 anni, ho cominciato a lavorare a 16, ma, ricordando miei pensieri di allora, li posso giustificare solo in ragione della giovane età.
    Figuriamoci adesso che le varie età si sono allungate di almeno un decennio e il raggiungimento della maturità si è protratto a divinis.
    Io proporrei corsi obbligatori di educazione civica col rilascio di una patente di voto.
    Praticamente un voto per censo, intendendo per censo conoscenza, capacità di giudizio e di discernimento.

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