Stile, moda e costume
Sergej Prokofiev e la libertà di creare
È finito il tempo in cui la musica era scritta per un pugno di esteti. Sergej Prokofiev Valerij Gergiev è un nome noto nelle cronache estive anche a chi non segue la musica classica. Famoso direttore d'orchestra, Gergiev doveva dirigere il 27 luglio un concerto alla



È finito il tempo in cui la musica era scritta per un pugno di esteti.
Sergej Prokofiev

Valerij Gergiev è un nome noto nelle cronache estive anche a chi non segue la musica classica. Famoso direttore d’orchestra, Gergiev doveva dirigere il 27 luglio un concerto alla Reggia di Caserta, poi cancellato, viste le giuste rimostranze, per la sua pesante compromissione con il regime sanguinario di Vladimir Putin. Sergej Prokofiev è uno dei cavalli di battaglia di Gergiev, considerato uno dei massimi interpreti di questo grande compositore, ironia della sorte (spesso beffarda), nato in Ucraina.
La cronaca, a cui spesso ci ispiriamo per parlarvi di musica, ci porta quindi nel pieno della guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, ad esplorare uno dei più grandi compositori russi del XX secolo. Un compositore che ama mettere in relazione la sua musica con altre arti: il cinema, il balletto, la letteratura per l’infanzia — come nella celebre Pierino e il lupo.
Sono anni in cui l’arte, come fenomeno totalizzante al di là dei linguaggi espressivi, diventa oggetto di ricerca. Basti pensare a un altro grande artista russo, il pittore Vassily Kandinsky, che mette in relazione colori, forme e suoni. È l’epoca della Gesamtkunstwerk, l’opera d’arte totale capace di esplorare ambiti percettivi e forme espressive differenti in un unicum interdisciplinare.
Consentitemi una parentesi mentre arriva il primo ascolto dalla più grande orchestra del mondo: i Berliner Philharmoniker. Qui sono capitanati Claudio Abbado, anni fa direttore stabile, un grande italiano, un grande direttore d’orchestra, un uomo che onora — anche oggi, malgrado ci abbia lasciato — il nostro Paese.
Nel 1914 Prokofiev si diploma al conservatorio con voti più alti della propria classe e vince il premio Rubinstein come miglior studente di pianoforte ed è già a tutti gli effetti un giovane musicista fuori dal comune. Parte per Londra, dove conosce Debussy, Ravel, Strauss, Djagilev e Stravinskij. Proprio con Djagilev inizia a comporre le musiche del suo primo balletto e si interessa al cinema, allora nuovissima forma espressiva. La musica di Prokofiev è riconoscibile, ed è una rarità aver la capacità di delineare così chiaramente uno stile. Il suo tratto è secco, ritmico, tagliente. Spesso sarcastico, ma senza compiacimento. Il pianismo è percussivo; l’orchestrazione inconsueta. Eppure, in mezzo a questa lucidità geometrica, riesce a emergere un lirismo obliquo, come se la tenerezza fosse concessa solo di riflesso, e mai dichiarata.
Le sue opere più note oscillano tra l’innovazione e l’allegoria. Romeo e Giulietta, ad esempio, non è solo un balletto di straordinaria efficacia teatrale: è anche un laboratorio di scrittura orchestrale, dove ogni gesto è pensato, misurato, quasi architettato. E in Pierino e il Lupo, tanto spesso relegato alla categoria delle “favole musicali”, compone in realtà un piccolo manuale di orchestrazione, nonché un ritratto affilato dei caratteri umani, dissimulato sotto le maschere animali. Oggi le musiche di Prokofiev sono alla base della moderna arte di scrivere colonne sonore, la bellezza delle struggenti melodie, le scelte di orchestrazione mirate a sottolineare le emozioni che passano sullo schermo, sono d’ispirazione per tutti i più importanti creatori di soundtrack. Scopriamo insieme un brano dalle colonne sonore del grande compositore per un film di ?jzenštejn: Lieutenant Kijé.
Oggi Prokofiev lo si presenta con orgoglio come simbolo del nazionalismo russo, malgrado sia nato in Ucraina e Gergiev ne ha fatto da direttore d’orchestra il simbolo di un regime, spietato e guerrafondaio, anche se arte non si fa mai ridurre completamente a propaganda. Nella realtà quali furono i rapporti del grande compositore con il regime di Lenin prima e soprattutto con Stalin poi? Il rapporto tra Sergej Prokofiev e il regime sovietico è una tragedia silenziosa. Dopo anni trascorsi in Europa e negli Stati Uniti — accolto con curiosità e rispetto ma mai con un radicamento profondo — nel 1936 Prokofiev compie una delle scelte più controverse della sua vita: rientra in Unione Sovietica. Una decisione che, con il senno di poi, ha sempre lasciato aperta la domanda: illusione, ingenuità?
All’epoca, Prokofiev si convince (o viene convinto) che l’URSS rappresenti un ambiente più stabile, più favorevole alla sua musica. L’Occidente scricchiola, con la crisi economica, l’avvento del nazismo e il disinteresse se non l’avversione crescente per le avanguardie. Però al suo ritorno, Prokofiev trova un’aria completamente diversa da quella che aveva lasciato. Stalin ha già consolidato il potere, la macchina della censura culturale è in pieno funzionamento, e l’ideologia del “realismo socialista” impone modelli rigidi e non ammette qualsiasi sperimentazione.
Le prime avvisaglie di frizione arrivano presto. Romeo e Giulietta — scritto poco dopo il rientro — viene inizialmente respinto dai teatri sovietici: troppo dissonante, troppo “formale”. La parola “formalismo”, nel vocabolario stalinista, non è un’osservazione estetica, ma un’accusa politica, un’annuncio di disgrazia.
Nel 1948, il colpo più duro: Prokofiev viene ufficialmente condannato, insieme ad altri compositori (tra cui Šostakovi? e Khachaturian), per “formalismo borghese”. Le sue opere vengono vietate o ignorate, la sua musica definita astratta, inadatta al “popolo”. È una condanna pubblica, umiliante, e non solo artistica: i suoi guadagni crollano, gli incarichi si diradano, la salute peggiora.
A rendere il quadro più amaro, la moglie Lina — di origine spagnola e cattolica — viene arrestata e condannata a otto anni di lavori forzati con l’accusa di spionaggio. Prokofiev, ormai in precarie condizioni fisiche e psicologiche, può fare ben poco per salvarla. Il compositore capace di dialogare con le avanguardie europee e conquistare Parigi, New York, Londra, si ritrova isolato nel suo stesso paese. Oggi lo glorificano come paladino della cultura russa, allora lo misero in croce emarginandolo e lasciandolo in difficoltà economiche. Meravigliosa ipocrisia.
Prokofiev e la parabola della sua esistenza come artista denunciano il calvario a cui è sottoposto un essere umano là dove non ci sia libertà e la sua storia ci spinge, oggi che ne trascuriamo il valore, a riflettere sul significato della libertà stessa e sul suo essere irrinunciabile per dar forza al pensiero e alla creatività. Sepolto l’uomo, dopo averne fatto a pezzi la vita, lo si glorifica “alla Gergiev” presentandolo orgogliosamente come simbolo di una cultura.
Innegabilmente lo è un simbolo di quella terra, la Russia, in cui è voluto tornare ingenuamente pensando di ritrovare un ambiente ideale alla sua arte, mentre l’Europa veniva divorata dal nazismo. A ribadirlo sono anche i suoi legami con la grande letteratura come nella sua opera Il Giocatore fedelmente ispirata a Dostoevskij, c’è un grande amore tra Prokofiev e la Russia, ma la macchina infernale costruita dallo spietato dittatore Stalin, mostro parallelo ad Hitler, schiaccia l’esistenza del grande compositore che oggi ipocritamente si sbandiera come strumento di propaganda, cancellandone la vena ironica per dar lustro ad un altro regime sanguinario.
La notizia della morte di Prokofiev passa inosservata perché le autorità sovietiche impongono alla stampa di darne notizia solo una settimana dopo, incentrando l’attenzione sulla contemporanea morte di Stalin, avvenuta lo stesso giorno il 5 marzo 1953.
Viviamo un’epoca dove si sono persi in Occidente importanti riferimenti al perché la libertà sia un ingrediente centrale per un’esistenza felice e sia irrinunciabile per sviluppare un sensato discorso artistico (ma anche filosofico, politico, ecc.). C’è infatti chi glorifica Stalin o chi, come Gergiev, fa di Prokofiev un pilastro dell’attuale nazionalismo putiniano dove invece di finire in Siberia si vola fuori dalla finestra. Prokofiev è al contrario nella sua difficile parabola esistenziale un antidoto con la sua musica a chi la libertà la vuole cancellare e farne uno squallido arnese di propaganda.
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