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Perché scegliere tra Ponte e Cultura?

Italia

Perché scegliere tra Ponte e Cultura?

Ho letto con interesse l'articolo di Mila Spicola su Huffington Post e, pur riconoscendone l'intento nobile, non posso fare a meno di notare come riproponga una narrazione tanto affascinante quanto difficile da accettare, un'eco di un dibattito che ha a lungo frenato lo sviluppo italiano: la

Alessandro Tedesco11/08/2025Aggiornato 10/08/20255 min lettura959 parole
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Ho letto con interesse l’articolo di Mila Spicola su Huffington Post e, pur riconoscendone l’intento nobile, non posso fare a meno di notare come riproponga una narrazione tanto affascinante quanto difficile da accettare, un’eco di un dibattito che ha a lungo frenato lo sviluppo italiano: la presunta scelta obbligata tra cultura e grandi opere. Ponendo in antitesi il Ponte sullo Stretto e il potenziamento di scuole e università, l’autrice erige un muro ideologico laddove andrebbe costruito un ponte, non solo fisico ma anche concettuale. Questa visione, a mio modesto avviso, non è solo un errore logico, ma anche storico e politico, un esempio di massimalismo sterile che, paradossalmente, finisce per indebolire proprio il mondo che vorrebbe difendere.

La realtà è pragmatica: scuole, università, teatri e progetti di inclusione non si finanziano con le buone intenzioni, ma con le risorse generate da un’economia solida e produttiva. Il contrasto con l’estero è impietoso. Nazioni come Corea del Sud, Giappone e Taiwan, che oggi volano sulle ali del progresso, ci mostrano una lezione fondamentale: la loro vibrante cultura non è la causa della loro ricchezza, ma ne è la conseguenza più alta. Il motore è un’economia reale florida che investe strategicamente in accesso allo studio, biblioteche e strutture universitarie all’avanguardia.

Questa lezione, che oggi apprendiamo da modelli di successo orientali, non è una scoperta moderna. Al contrario, è il principio su cui si fonda la nostra stessa civiltà, una verità che affonda le sue radici proprio nell’antica Grecia. La filosofia occidentale, la culla del nostro pensiero, non è nata in una società di stenti, ma è fiorita nel benessere economico delle poleis. Atene non divenne il centro del mondo solo per le sue idee, ma perché la sua florida economia, basata sul commercio marittimo, le permise di finanziare una vita pubblica, artistica e intellettuale senza precedenti.

La nostra cultura non è nata per partenogenesi, non si è alimentata di se stessa in un vuoto ascetico. È nata perché l’economia di quei popoli era tanto robusta da sostenere chi non produceva beni materiali, ma pensiero. Platone e Aristotele potevano filosofare perché l’economia della loro città funzionava. Non c’è alcun contrasto tra le due cose; al contrario, c’è un legame di causalità diretta. Pensare oggi di poter invertire questa equazione, sostenendo la cultura a discapito dell’economia, significa ignorare la lezione fondamentale su cui si fonda l’intera civiltà occidentale.

Anni fa, da neolaureato in economia e studioso, mi trovai a dare un contributo al settore teatrale bolognese, un ambiente di straordinario valore culturale ma afflitto da una cronica insostenibilità finanziaria. La mia analisi si scontrò con un muro ideologico, riassunto perfettamente da una frase che sentivo ripetere dai direttori artistici: “Le sponsorizzazioni? Mai! Non possiamo contaminare la cultura con il mercato.” Lo stesso muro lo incontravo quando, per spiegare il concetto di fiscalità generale, citavo l’esempio del calcio. La reazione era di sconcerto. Era per loro inconcepibile che il gettito fiscale generato da un’industria dello spettacolo di massa fosse uno dei pilastri con cui lo Stato finanziava la loro “nicchia” culturale.

Ignorare queste evidenze significa negare la precondizione fondamentale di ogni sviluppo sociale: un’economia che funziona. Chiedere di rinunciare a un’infrastruttura strategica in nome della cultura è come sperare che un fiume continui a scorrere dopo aver prosciugato la sua sorgente.

L’idea che un grande investimento infrastrutturale come il Ponte sullo Stretto sia meno utile di un pari investimento nel settore socio-culturale è un’analisi che, seppur mossa da buone intenzioni, ignora la natura stessa della creazione della ricchezza. Questo approccio non propone di finanziare “solo” la cultura, ma presuppone che un euro “sociale” sia intrinsecamente più produttivo di un euro “infrastrutturale”.

Ma questo ci porta a una domanda fondamentale e inevitabile: se l’economia non viene potenziata per produrre nuova ricchezza, con quali risorse si pagheranno nel lungo termine sia i posti di lavoro che la stessa cultura?

Ancora, nazioni come la Corea del Sud e, più di recente, l’India offrono un modello chiaro. La loro ascesa economica non è iniziata sovvenzionando il K-pop o Bollywood a discapito di tutto il resto. Al contrario, è partita da investimenti massicci e visionari in infrastrutture strategiche: porti, autostrade, reti di telecomunicazione, aeroporti e poli industriali ad alta tecnologia.

Ora, immaginiamo lo scenario estremo: uno Stato che dirotta la maggior parte delle sue risorse verso il settore culturale (teatri, musei, festival, produzioni artistiche), trascurando la base infrastrutturale. Cosa succede?

In questo modello, la cultura non è il motore dell’economia, ma un settore sovvenzionato che dipende interamente dalla salute di altri comparti produttivi. Se questi comparti non esistono o non vengono potenziati, l’intero sistema collassa. Si finisce per avere un numero limitato di posti di lavoro nell’ambito culturale, mentre la grande maggioranza della popolazione rimane senza prospettive occupazionali qualificate.

La conclusione è che non esiste un vero dilemma tra “grandi opere” e “cultura”. L’una è la condizione necessaria per la sopravvivenza e la fioritura dell’altra. Un’economia forte, trainata da investimenti infrastrutturali che creano un ecosistema favorevole alle imprese, genera le risorse fiscali e la domanda di lavoro diffusa. È solo all’interno di questo quadro di prosperità che il settore culturale può non solo sopravvivere, ma prosperare, diventando a sua volta un asset strategico e non più un costo da sostenere a fatica.


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