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E se questa pagina fosse di oggi?

Conflitto russo-ucraino

E se questa pagina fosse di oggi?

Quanti di noi, solo qualche tempo fa, avrebbero pensato al possibile ripetersi di un evento del passato come quello evocato dalla fotografia che vorrei commentare? Molti, se non tutti, lo avremmo indicato come un futuro assurdo, ridicolo, impossibile.  Eppure, nello studio dei futuri, nella espansione multidimensionale

Mario N. Greco11/08/2025Aggiornato 10/08/20254 min lettura878 parole
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Quanti di noi, solo qualche tempo fa, avrebbero pensato al possibile ripetersi di un evento del passato come quello evocato dalla fotografia che vorrei commentare? Molti, se non tutti, lo avremmo indicato come un futuro assurdo, ridicolo, impossibile. 

Eppure, nello studio dei futuri, nella espansione multidimensionale delle traiettorie immaginarie che conducono il pensiero umano (ed anche quello artificiale) nel futuro, queste eventualità esistono, sono illimitate e se accettiamo questo fatto, riconosciamo i limiti della nostra conoscenza. Ma non della nostra immaginazione.

Così come possiamo accettare il fatto che le instabilità di ogni natura e le turbolenze generano incertezza, paura dell’inesplorato, dell’ignoto, dell’imprevedibile.

Nelle relazioni internazionali e nella geopolitica, poi, quando i sistemi complessi come le organizzazioni sovranazionali, le alleanze e le sfere di influenza – tutte deputate a costituire i pilastri di un ordine globale, comunque competitivo – vacillano perché scossi dall’interno o perché incapaci di gestire il cambiamento, l’eccessiva presenza dell’imprevisto o il frequente emergere di scenari geopolitici, economici o socioculturali, solo pochi anni prima inconcepibili, ecco che i futuri impossibili, improvvisamente, si avvicinano al presente sotto forma di accadimenti già o mai avvenuti. 

Questa mia premessa collega l’instabilità, l’incertezza, la turbolenza, la fluidità, l’isolazionismo, il nazionalismo alla prospettiva più vicina: un confronto illimitato, alla fine cinetico. La guerra.

Quando leadership politiche generalmente mediocri e scarsamente istruite, più inclini a preservare e proteggere gli interessi personali, quelli politici del gruppo d’apparenza, quelli economici delle lobby che le sostengono, piuttosto che quelli della comunità, oppure votate all’esercizio del potere come forma di controllo di una organizzazione o di uno Stato, allora emerge chiaramente il limite della capacità istituzionale di anticipazione, prevenzione, deterrenza e credibilità. 

Il territorio ideale per il predatore globale.

Con il proliferare di queste realtà senza precedenti, individui e istituzioni si trovano alle prese con insicurezza, preoccupazione, impreparazione, ansia e turbamento che non possono essere risolte attraverso processi convenzionali di decisione politica, strategica ed infine militare. Non si tratta semplicemente di una crisi di capacità prospettica, ma di immaginazione e di creatività nell’essere in grado di agire e guidare le comunità nelle turbolenze della modernità geopolitica.

In tali circostanze, le ansie crescono e la coesione sociale si sgretola, sotto i colpi della paura.

L’architettura stessa dei nostri sistemi trema sotto lo sforzo strenuo di adattarsi a fenomeni per i quali non esiste un precedente, una narrazione dottrinale od accademica, un protocollo consolidato. 

Il consolatorio “si è sempre fatto così” è morto. 

I confini tra pace e conflitto si confondono, non a causa di ostilità aperte, ma a causa della persistente sensazione che l’ordine globale tradizionale sia posto sotto assedio da forze visibili e nascoste. Io immagino la convergenza delle operazioni di guerra ibrida, cognitiva e digitale in un “super” campo di battaglia, come il meccanismo di attivazione del confronto strategico che, a quel punto, porta inevitabilmente allo scontro aperto. Totale. Esistenziale.

A me pare che in questo momento, dopo crisi globali una più stressante dell’altra, anche il contesto psicologico sia così perturbato (la parola tranquillità non ha più senso) e che le opinioni pubbliche cerchino un significato nel caos, mentre i leader manovrano per mantenere il controllo, il ritmo della trasformazione accelera, spesso superando la capacità collettiva di assorbire e reagire.

Quindi, qual è il segno dell’avvicinarsi di una forma di guerra? 

Se consideriamo il livello di cambiamento che stiamo affrontando e la sua velocità evolutiva, esso è paragonabile a ciò che accade in tempo di guerra. Viviamo metamorfosi sociali, economiche, politiche e nell’infosfera, così importanti anche se crediamo di essere in pace. In altre parole, credo che la dimensione globale del cambiamento superi la capacità delle istituzioni nazionali e internazionali di individuarlo, comprenderlo, gestirlo ed utilizzarlo per il bene della collettività. Siamo già, di fatto, in uno stato di (pre) guerra. 

In questa realta’, ogni evento internazionale assume il peso di un messaggio cifrato, ogni movimento sulle scacchiere geopolitico diventa un indizio da decifrare in tempo reale. 

E quello che accadrà in Alaska il prossimo 15 agosto 2025, forse ci avvicinerà ancora di più al limite. 

Ecco perché, per decomporre la crisi già in atto, occorre che ci siano comunque più attori istituzionali seduti a quel tavolo – anche se politicamente deboli – capaci di mostrare ancora una forma di aggregazione valoriale e morale del mondo libero.

E mentre ci avviciniamo a soglie geopolitiche che una volta credevamo invalicabili, a me pare essenziale riscoprire il valore del dubbio creativo, della capacità di ridiscutere ogni certezza e di immaginare scenari impossibili per la convivenza umana. 

Dopo una notte scura e buia, spesso l’alba è radiosa.


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