Storia, costume e cultura
Elogio del libro cartaceo di un vecchio impenitente
In questi giorni -complice la tranquillità che forse solo i paesini delle Dolomiti sanno trasmettere- ho terminato di leggere il primo volume della "Storia degli ebrei" di Simon Schama (Mondadori, 2019). Cinquecento e ottanta pagine straordinarie di un saggista e storico dell'arte straordinario. Ora mi appresto


In questi giorni -complice la tranquillità che forse solo i paesini delle Dolomiti sanno trasmettere- ho terminato di leggere il primo volume della “Storia degli ebrei” di Simon Schama (Mondadori, 2019). Cinquecento e ottanta pagine straordinarie di un saggista e storico dell’arte straordinario. Ora mi appresto a iniziare il secondo volume, che di pagine ne ha ottocento e passa. Chissà se ce la farò (fatemi gli auguri).
Devo molto a InOltre, agli articoli sempre pregevoli che ha ospitato sul conflitto israelopalestinese, il bisogno che ho avvertito di approfondire la “questione ebraica”, le sue origini millenarie e le controversie che l’hanno accompagnata nel corso del tempo. Lo devo persino alle critiche (più o meno ingenerose e più o meno educate) che sono state rivolte ad alcuni miei scritti sull’argomento. Anch’esse, infatti, hanno contribuito alla necessità di approfondire le mie conoscenze.
Ma qui non è di questo che voglio parlare. Voglio sottolineare, invece, l’importanza cruciale -se non esclusiva- che ha la lettura di buoni testi per confutare le menzogne che continuano ad avvelenare i pozzi del dibattito pubblico sull’ebraismo.
Per essere chiari, pur non avendo mai avuto quella specie di ossessione che si chiama bibliomania, mi riferisco al caro e vecchio libro cartaceo, quello che Ab? Hayy?n al-J?hiz, un sapiente arabo del IX secolo, considerava “un amico che non va a dormire se non prima che tu stesso sia caduto nel sonno”.
In un’era contrassegnata dall’intelligenza artificiale e da incessanti innovazioni tecnologiche, precisarlo non mi pare futile. Ricordo soltanto alcune date. La forma-libro che resiste ancora oggi vede la luce intorno al terzo secolo d.C., quando il codice di pergamena soppianta definitivamente il rotolo di papiro. Verso il 1450 comincia la straordinaria avventura della stampa a caratteri mobili.
Le moderne rivoluzioni nei mezzi di comunicazione scattano invece negli ultimi decenni del Novecento: la parola Internet appare nel 1974; il Web nasce nel 1991 nei laboratori del Cern; nel 1998 Larry Page e Sergey Brin fondano Google. Nello stesso anno Kim Blagg inizia la vendita di testi digitali via Amazon. E, quando l’eBook si affaccia sul mercato multimediale, subito viene pronosticata la crisi irreversibile del libro nelle forme tradizionali finora conosciute.
È assai probabile che sia questo il suo destino ineluttabile. Tuttavia, da vecchio impenitente quale sono, ho giurato eterna fedeltà a un oggetto che per me non potrà mai essere sostituito da alcun aggeggio elettronico. Come ha osservato Norberto Bobbio in un volume (“De Senectute”, 2020) che può essere considerato una specie di testamento morale e intellettuale, il vecchio imperturbabile di una certa tradizione retorica e il vecchio disperato per l’avvicinarsi della morte sono due atteggiamenti estremi.
Tra questi due estremi vi sono molti altri modi di vivere la condizione senile: l’accettazione passiva, la rassegnazione, l’indifferenza, l’ostinazione di chi rifiuta di ammettere il proprio declino fisico e si camuffa con la maschera dell’eterna giovinezza; oppure il distacco dagli affanni quotidiani e il raccoglimento nella riflessione e nella solitudine della lettura.
Diceva Marcel Proust che il libro è una specie di “specchio dell’anima”; e che la lettura è un’esperienza del tutto intima e personale, un cammino in cui, incontrando l’altro, si riconosce -e si modifica- il proprio io. Un percorso ai limiti del tempo e dello spazio, là dove si delineano infiniti mondi virtuali e la realtà si apre all’orizzonte del possibile.
Per fortuna, fin dall’antichità esiste un farmaco efficace contro l’ansia o, meglio, contro il tumulto delle passioni che ci assale e rischia di travolgerci nelle ore più buie della nostra esistenza. Non è certamente l’unico e non garantisce prodigiose guarigioni, ma, diversamente dagli antidepressivi, non causa danni collaterali: è la lettura, appunto, di un buon libro.
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Il kindle mi è stato regalato, 11 anni fa. Non mi sarebbe mai passato per la testa di acquistarlo, e ci ho messo un po’ ad abituarmici, però ora devo ammettere che quando ci si deve muovere è una mano santa: 160 grammi per centinaia di libri, più 100 grammi di caricabatterie, che però è lo stesso del cellulare e della macchina fotografica e quindi non conta. Aggiungo che da pensionata povera in affitto il fatto di spendere la metà rispetto ai cartacei è un argomento non indifferente, oltre al fatto che, vivendo da sola, sto in un appartamento che potrebbe tranquillamente ospitare 8 persone per poterci mettere i miei 20 metri di parete di libri. Detto questo, resta indubbiamente vero che girare le pagine e respirare il profumo della carta è un’altra cosa.
Il libro di Schama, comunque, l’ho immediatamente scaricato.
Anch’io sono vecchia e una lettrice impenitente. La mia casa è piena di libri e talvolta ne compro ancora qualcuno nel formato cartaceo, sia per me sia per regalarli. Poiché però sono una viaggiatrice, da alcuni anni leggo soprattutto ebook, tanto più che oramai tutti i libri, o quasi, si possono trovare in formato digitale. Dovunque mi trovi nel mondo, posso acquistare altri libri per il mio e-reader o rileggere un libro, tra i quasi 800 che ormai affollano il mio dispositivo di lettura, che mi è particolarmente caro. L’importante è la lettura, non il supporto del libro
Sarò vecchio anch’io, ma la voglia di conoscenza l’ho sempre appagata coi libri.
E’ bello addirittura il solo vederli lì,in disordine ovviamente, sulle mensole che ho loro dedicato.
E InOltre è un gran bel posto: ho imparato ad approfondire i motivi della resistenza di Israele, per il quale la guerra è cominciata con le leggi razziali e non è ancora finita.
Non aggiungerò le mie alle tantissime lodi sui libri, sul loro fascino: il tatto, l’odore, l’oggetto stesso, così pieno di aspettative e intensità.
Ma proprio tu, caro Michele, che ti trovi in vacanza, stai verificando quanto il mero portare appresso solo due o tre corposi libri sia difficoltoso, scomodo e persino costoso (pensa ai furfanti delle low-cost): una specie di eroica impresa.
E sorvoliamo sugli alberi, la natura, gli sprechi, etc.
A proposito, ti segnalo un delizioso libro che, assieme ad altri, sto leggendo adesso, si chiama: “Papyrus. L’infinito in un giunco: la grande avventura del libro nel mondo antico” di Irene Vallejo.
Un po’ storia, un po’ curiosità, un po’ diario personale.