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Mentre Trump va in scena in Alaska, a Washington D.C. è arrivata la guardia nazionale

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Mentre Trump va in scena in Alaska, a Washington D.C. è arrivata la guardia nazionale

Ancora una volta siamo costretti a chiederci: a cosa sta giocando Donald Trump? I segnali, ormai familiari dall’inizio della sua seconda amministrazione, sono tutti lì: un evento tanto teatrale quanto potenzialmente sterile, capace di catalizzare l’attenzione della stampa interna e internazionale come l’incontro in Alaska con

Alessandra Libutti15/08/2025Aggiornato 15/08/20253 min lettura650 parole
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Ancora una volta siamo costretti a chiederci: a cosa sta giocando Donald Trump? I segnali, ormai familiari dall’inizio della sua seconda amministrazione, sono tutti lì: un evento tanto teatrale quanto potenzialmente sterile, capace di catalizzare l’attenzione della stampa interna e internazionale come l’incontro in Alaska con Vladimir Putin; l’esclusione di Ucraina ed Europa dal tavolo, che alimenta polemiche e acuisce la polarizzazione; gaffe plateali, come l’annuncio del suo incontro con Putin “in Russia”. 

Che il summit difficilmente porterà alla pace è nelle premesse, ma non ha importanza. Basta lo spettacolo. E allora, da cosa vuole veramente distrarci? La risposta, come sempre, è tra le mura domestiche. Perché, e dovremmo averlo capito, a Trump del conflitto in Ucraina importa poco o nulla.

La sua amministrazione — saldamente nelle mani della base Maga, dei cristiano-nazionalisti di Bannon e della Heritage Foundation, con il vicepresidente J.D. Vance in prima linea — guarda solo agli Stati Uniti. Eppure quel conflitto resta la carta perfetta da agitare quando sta per muovere una pedina sul fronte interno. 

E quella mossa è arrivata, quasi sotto silenzio nonostante la sua portata: lunedì 11 agosto Trump ha dispiegato 800 membri della Guardia Nazionale a Washington D.C. e posto la polizia sotto controllo federale, un atto senza precedenti.

Circa 100-200 saranno attivi in strada per compiti di supporto. Ha giustificato l’operazione parlando di emergenze e criminalità fuori controllo, in contrasto con dati ufficiali che mostrano un calo dei reati e le proteste delle autorità locali. Giuridicamente, si è appoggiato ai poteri speciali che il District of Columbia Home Rule Act del 1973 conferisce al presidente sulla capitale.

La mossa a Washington arriva mentre è in corso una controversia legale sul dispiegamento di circa 4000 unità della Guardia Nazionale a Los Angeles, ordinato da Trump nonostante l’opposizione del governatore Gavin Newsom.

Negli Stati Uniti, la prassi prevede che siano i governatori a richiederne l’attivazione e a mantenerne il comando; la federalizzazione senza il loro consenso è rarissima e storicamente limitata a ribellioni. Il caso più recente, prima di quello di Los Angeles nel 2025, risale al 1965, quando il presidente Lyndon B. Johnson inviò la Guardia Nazionale in Alabama senza il consenso del governatore George Wallace per proteggere i manifestanti per i diritti civili durante la marcia da Selma a Montgomery.  

Ma il messaggio di Trump non si ferma a D.C. Durante la stessa conferenza stampa, ha citato altre città a guida democratica — New York, Baltimore, Chicago, Oakland — come possibili prossimi obiettivi del dispiegamento, avvertendo che le autorità Democratiche devono “imparare la lezione” o rischiaeranno interventi federali simili. Un ordine esecutivo firmato in parallelo autorizza il Segretario alla Difesa a coordinarsi con i governatori per mobilitare ulteriori unità della Guardia Nazionale nell’ambito di questa campagna, se ritenuto necessario.

Sebbene altrove Trump non disponga del controllo diretto che ha su Washington D.C., e possa scontrarsi con l’opposizione dei tribunali, la prospettiva di forze federali schierate stabilmente in Stati a guida Democratica pone una questione che va oltre il tema criminalità: fino a che punto questa strategia miri a minare l’autonomia dei governatori, ridisegnando i confini tra potere statale e potere federale? A meno di un anno dai midterm, la presenza di truppe federali in Stati ostili alla presidenza è una mossa potenzialmente inquietante.


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Un pensiero su “Mentre Trump va in scena in Alaska, a Washington D.C. è arrivata la guardia nazionale

  1. Stefano Tenedini dice:

    Nel disperato desiderio di verificare se “non tutti i mali vengono per nuocere”, mi chiedo se l’esplicita volontà di T. di sottoporre gli stati a guida democratica a un presidio di fatto militare non possa – proprio per il suo estremismo politico e istituzionale – svegliare le coscienze intorpidite di chi non è daccordo.

    Perché finora dei democratici e della loro un tempo enorme e pervasiva capacità di coagulare consenso e dissenso nella società americana è rimasta solo una macchia sul tappeto. Non sto facendo victim blaming anche perché ritengo i Dem corresponsabili della vittoria Maga e di essere evaporati e spariti dalla scena dal 21 gennaio in poi. Sia la base che i presunti leader e padri nobili. Muti. Sordi. Altrove.

    Chissà se vedere in strada i blindati della National Guard (forze armate a tutti gli effetti, integrate – anche se in differita – nella struttura militare) farà magicamente risvegliare tutte le belle addormentate dell’opposizione, che a un anno dalle Midterm dovrebbero aver già iniziato a pensare, e agire, per la sopravvivenza: la loro, ma soprattutto degli Stati Uniti e dei valori che li hanno creati e consolidati.

    Noi intanto preghiamo e piangiamo per l’Ucraina e per l’Unione Europea: vittime la prima del gatto e la volpe di Anchorage, e di se stessa – a proposito di belle addormentate – la seconda.

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