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Keynes e la Società degli Apostoli di Cambridge

Storia, costume e cultura

Keynes e la Società degli Apostoli di Cambridge

Dicembre 1902, King's College di Cambridge: la matricola John Maynard Keynes riceve la visita di due giovani alti, magri e dalla faccia triste. Erano Giles Litton Strachey, futuro autore di "Eminent Victorians", e Leonard Woolf, futuro marito di Virginia Stephen. Volevano capire se fosse degno di

Michele Magno14/08/2025Aggiornato 13/08/20255 min lettura1.071 parole

Dicembre 1902, King’s College di Cambridge: la matricola John Maynard Keynes riceve la visita di due giovani alti, magri e dalla faccia triste. Erano Giles Litton Strachey, futuro autore di “Eminent Victorians”, e Leonard Woolf, futuro marito di Virginia Stephen.

Volevano capire se fosse degno di appartenere al gruppo più esclusivo di tutta l’università: la Società della Conversazione, detta anche Società degli Apostoli. Come annota Robert Skidelsky nella sua biografia (Penguin, 2013), Keynes era stato adocchiato per l’eccellente reputazione di cui godeva a Eton e come figlio di Neville, docente di logica. Dopo la visita, viene osservato per qualche settimana e, infine, giudicato idoneo.

Nel febbraio 1903, dopo il giuramento di rito, diventa l’apostolo n.243 della Società segreta fondata nel 1820 da George Tomlinson. Inizia così la sua partecipazione alle riunioni che si svolgevano ogni sabato sera nella stanza di Strachey, che fungeva da segretario. Un moderatore leggeva un breve appunto su un argomento concordato.

Accovacciati davanti al caminetto, apostoli e “angeli” (membri non più attivi della confraternita) lo discutevano secondo un ordine estratto a sorte, ed eventuali punti controversi venivano posti ai voti. Una consuetudine accompagnata dal consumo abbondante di tartine di acciughe, tè e caffè. Secondo Henri Sidgwick, eminente figura di “pio agnostico” del tardo periodo vittoriano, l’atmosfera di questi incontri era segnata dalla “ricerca della verità, condotta con assoluta devozione e senza riserve da parte di un gruppo di intimi amici”.

“Debbo all’esistenza della Società se sin da principio sono entrato in contatto con le persone che più valeva la pena di conoscere”, ha scritto Bertrand Russell nelle sue memorie. Eppure grandi scienziati come Charles Darwin e l’eugenista Karl Pearson, o grandi economisti come Arthur Cecil Pigou e Alfred Marshall, fiori all’occhiello della Cambridge dell’epoca, non ne avevano fatto parte. Forse perché la Società appariva come una chiusa conventicola di austeri filosofi, il cui indiscusso nume tutelare era George Edward Moore.

I suoi “Principia ethica”, ricorda Keynes in “My Early Beliefs” (“Il mio credo giovanile”), un saggio letto nel 1938 al Bloomsbury’s Memoir Club, esercitò sugli apostoli un potere liberatorio: “Vivevamo in tutto e per tutto nell’esperienza immediata, poiché l’azione sociale come fine in sé, e non soltanto come lugubre dovere, era scomparsa dal regno del nostro ideale; e un simile destino toccò non solo l’azione sociale, ma la vita attiva in genere, la politica, il successo, la ricchezza, l’ambizione, mentre il movente e il criterio economici erano in una posizione meno centrale nella nostra filosofia che in quella di san Francesco d’Assisi, che almeno faceva collette per gli uccelli”.

In questo atteggiamento distaccato si rispecchiava una reazione tipica dei rampolli della upper class inglese di fronte all’industrialismo degli albori del Novecento. Una reazione fondata sul rifiuto dei tabù vittoriani e sul disprezzo degli affari, a cui veniva contrapposto il culto delle lingue morte, degli ideali cavallereschi, delle utopie sulla “giusta condotta”. In tale reazione, inoltre, si rifletteva l’immagine che la comunità universitaria cantabrigese aveva di sé stessa: un’isola di sapere e di civiltà circondata da orde di barbari e filistei.

Solo nel 1903, quando Joseph Chamberlain lancia un appello in favore del protezionismo, Keynes si schiera apertamente a sostegno del libero scambio. Aderisce al manifesto di Marshall, pubblicato sul “Times” il 15 agosto, in cui si confutava l’equazione tra aumento delle importazioni e aumento della disoccupazione. Pochi mesi dopo scrive a Bernard Swithinbank, allievo con lui a Eton: “Signore, odio tutti i preti e i protezionisti (…) Libero scambio e libero pensiero! Abbasso i pontefici e le tariffe. Abbasso quelli che dichiarano che siamo dannati e rovinati da importazioni a basso costo”.

L’unico apostolo che teneva testa a Keynes era Strachey. Un “bizzarro gentleman, dai disastrosi denti da cavallo” -come lo descrive il suo biografo Michael Holroyd- che proveniva da una famiglia con antiche radici nell’amministrazione imperiale britannica. La sua ironia corrosiva, il suo originalissimo eloquio, il suo piglio un po’ ieratico, suscitano in Keynes  sentimenti  di stima e  di rispetto. Il legame che li unisce diventa subito affettuoso, ma rischia di spezzarsi quando entra in scena Arthur Lee Hobhouse, uno studente del Trinity “oppidan”,ossia di estrazione aristocratica.

Lytton lo presenta a Maynard il 30 novembre 1904 come un “embrione”, cioè un potenziale apostolo. Qualche giorno dopo scrive a Leonard Woolf: “Hobhouse è biondo, ha capelli ricci, carnagione delicata, naso arcuato, viso delizioso e un’aria incantevole(…) Sono innamorato e Keynes, che ha pranzato insieme a lui, oggi(…) è convinto sia la persona giusta.

È terribile e affascinante come deve essere un embrione”. Grazie ai suoi due autorevolissimi sponsor, Hobhouse viene eletto apostolo. Ma quando rivolge le sue attenzioni a Maynard, Lytton ne rimane sconvolto. Nella sua autobiografia, Russell confessa: “Dopo una lunga e estenuante battaglia fra George Trevelyan e Lytton Strachey (…) i rapporti omosessuali tra gli apostoli per un certo tempo divennero frequenti, ma alla mia epoca erano ignoti”.

Nei diciassette anni successivi a quella con Hobhouse, Keynes ebbe diverse relazioni omosessuali, di cui una -con il pittore Duncan Grant- molto importante. Anch’essa motivo di un’altra crisi rovinosa dei suoi rapporti con Strachey. La tesi di Skidelsky è che ambedue, fin dall’adolescenza, erano cresciuti con l’opinione “aristotelica” che le donne fossero creature inferiori o imperfette. Quindi ritenevano che l’amore per i giovani uomini fosse spiritualmente più elevato, tanto da elaborare una dottrina etica della “Suprema Sodomia”.

Beninteso, Keynes era pienamente consapevole di camminare sul filo del rasoio. Le disavventure e la condanna di Oscar Wilde bruciavano ancora. “Sino a quando non si ha a che fare con le classi inferiori o la gente di strada -scrive a Strachey nel 1906- e si è discreti nelle lettere a terzi, non si corre nessun pericolo, o quasi”. Maynard e Litton erano convinti che le future generazioni li avrebbero considerati come dei pionieri, non come dei criminali. Conservarono dunque con cura la loro corrispondenza epistolare, certi che un giorno sarebbe stata resa di pubblico dominio.


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