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Perché la storia della Russia è una lunga lista di disfatte morali e materiali

Conflitto russo-ucraino

Perché la storia della Russia è una lunga lista di disfatte morali e materiali

Il vertice di ieri a Washington tra Donald Trump, Vladimir Zelensky e i principali leader europei sembra aver rinvigorito la posizione ucraino–europea a difesa dell’integrità territoriale e della richiesta di cessate il fuoco, rispetto alle aperture di Trump verso soluzioni più flessibili, incluse eventuali concessioni territoriali.

Filippo Piperno19/08/2025Aggiornato 19/08/20255 min lettura985 parole
Prima Pagina

Il vertice di ieri a Washington tra Donald Trump, Vladimir Zelensky e i principali leader europei sembra aver rinvigorito la posizione ucraino–europea a difesa dell’integrità territoriale e della richiesta di cessate il fuoco, rispetto alle aperture di Trump verso soluzioni più flessibili, incluse eventuali concessioni territoriali.

Resta ancora da comprendere il nodo centrale per una possibile soluzione del conflitto rappresentato dalle garanzie di sicurezza all’Ucraina per cui, nonostante un’atmosfera più amichevole e distesa, molte questioni restano aperte e una soluzione definitiva appare ancora molto lontana.

Soprattutto perché occorrerà fare i conti con l’oste russo che continua a martellare l’Ucraina con missili e droni e non sembra intenzionato a derogare dai propri obiettivi.

Ma al di là della ricerca di soluzioni diplomatiche che domina la cronaca delle ultime settimane, ci si consenta una riflessione proprio sulla Russia.

Quando Winston Churchill definì l’Unione Sovietica “un indovinello avvolto in un mistero dentro un enigma” (“a riddle wrapped in a mystery inside an enigma”), subito dopo aggiunse che forse la chiave di quell’enigma andava ricercata nella paranoica difesa dell’interesse nazionale russo, sottolineando come la politica sovietica fosse guidata in via esclusiva dalla ricerca della propria sicurezza e del proprio vantaggio strategico.

Questo spiega l’ossessione russa nel costruire sfere d’influenza e stati “cuscinetto” a sovranità limitata, dispiegare eserciti e armi strategiche, sedare con il pugno di ferro le rivolte di quegli stati che mettono a rischio la stabilità di questo disegno. Un’ossessione che, mutatis mutandis, pervase di riflesso anche l’America, dando vita ad una guerra fredda tra le due superpotenze del secondo dopoguerra che durò qualche decennio fino all’implosione di una delle due.

Sigmund Freud avrebbe definito quest’ossessione come una libido incontrollabile e Vladimir Putin ne è completamente succube. Sono le sue priorità in questo quarto di secolo di leadership incontrastata sulla Russia a dimostrarlo e l’evidente incapacità a leggere ed interpretare gli errori dei suoi predecessori.

La storia della Russia è la storia di un impero che ha perso tutte le sue battaglie decisive. Lo zarismo è crollato sotto il peso della propria arretratezza economica e sociale, unica monarchia assoluta europea a soccombere sotto la scure di una rivoluzione d’ispirazione marxista. A sua volta il socialismo reale si è sgretolato, lasciando dietro di sé solo rovine economiche e morali.

Perfino la Seconda guerra mondiale, che la propaganda russa presenta come un trionfo assoluto, non fu vinta da Mosca da sola. L’Unione Sovietica riuscì a resistere e a prevalere sulla Germania nazista anche grazie al gigantesco supporto americano che fornì mezzi, armi, munizioni e materie prime indispensabili, mentre l’apertura del secondo fronte occidentale alleggerì la pressione nazista a est. Senza quel sostegno, la vittoria sovietica sarebbe stata tutt’altro che scontata.

E poi ancora la guerra fredda si è conclusa con il trionfo dell’Occidente, mentre Mosca restava imprigionata in un sistema plumbeo fondato solo sul controllo e sulla paura.

A dispetto di questa storia di disfatte morali e materiali, oggi il Cremlino ripete lo stesso copione, tentando di ricostruire con la forza il potere russo sulle nazioni vicine, riesumando una volta ancora l’ossessione paranoica per la difesa della propria sicurezza. Non c’è un altro progetto nella mente di Putin se non questo.

Perché consideriamo pure che la Russia riesca ad annettersi una parte del territorio ucraino. Ma poi? A lungo termine, quale progetto la Russia ha per sé stessa e per gli stati che vuole sottomettere? Quale futuro può garantire a quelle persone che non vogliono vivere sotto un potere assoluto incapace di offrire né prosperità né libertà? La risposta è semplice: nessuno.

Secondo voi cosa spinge gli ucraini a combattere oltre le loro possibilità se non il terrore di finire di nuovo in quel deserto morale e materiale rappresentato dal dominio russo? Ma davvero qualcuno pensa che in un mondo globalizzato dove tutti sanno tutto di tutti sia possibile perseverare solo con la forza della propaganda e della retorica patriottica? Al di là della forza delle armi, dell’assoluta indifferenza nell’usarle, del disprezzo per la vita umana, al di là del terrore quale altra visione ha da proporre al mondo Vladimir Putin?

La Russia non ha nulla da proporre al mondo, se non la sua vocazione imperialista, il suo esercito e le sue testate nucleari. Nessun modello di prosperità, nessuna promessa di libertà, nessuna speranza per una vita migliore. È un sistema che sopravvive solo nel tentativo di imporre il proprio potere con la forza e la violenza e che, inevitabilmente, in assenza di un robusto progetto economico e sociale, ha finito sempre per sgretolarsi per consunzione.

Quello che l’imbelle Donald Trump non riesce a comprendere (e che fu la grande intuizione di Ronald Reagan) è che non sarà il campo militare a segnare l’ennesima fine di questa nuova avventura imperiale sognata da Putin: sarà la volontà dei popoli che rifiutano di vivere sotto il giogo di un’autorità che non sa offrire altro se non propaganda, miseria, violenza e paura.

La verità sulla Russia è semplice e amara: nonostante le sue dimensioni, le sue risorse naturali e la sua storia secolare, non ha mai saputo essere un faro di civiltà, ma soltanto una prigione di popoli. E le prigioni, prima o poi, vengono abbattute.


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