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Il Ponte sullo stretto e l’antica diffidenza dei siciliani per lo Stato

Italia

Il Ponte sullo stretto e l’antica diffidenza dei siciliani per lo Stato

Di fronte a un'opera come il Ponte sullo Stretto, capace di proiettare un'intera regione nel futuro economico e sociale, la logica suggerirebbe un consenso quasi unanime. Eppure, in Sicilia, una parte significativa della società si oppone con una veemenza che trascende le pur legittime preoccupazioni. Per

Alessandro Tedesco20/08/2025Aggiornato 19/08/20254 min lettura781 parole
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Di fronte a un’opera come il Ponte sullo Stretto, capace di proiettare un’intera regione nel futuro economico e sociale, la logica suggerirebbe un consenso quasi unanime. Eppure, in Sicilia, una parte significativa della società si oppone con una veemenza che trascende le pur legittime preoccupazioni. Per comprendere le radici di questo “no”, non basta fermarsi alle motivazioni di facciata – l’impatto ambientale o le ingerenze mafiose, spesso pretesti che nascondono un disagio più profondo. Bisogna scavare nella storia e nell’anima della Sicilia, dove si trova un tratto endemico e potente: un antistatalismo atavico, elemento fondante dello stesso sicilianismo.

L’avversione al Ponte, in quest’ottica, non è un calcolo razionale, ma l’ultima manifestazione di un antico e istintivo rifiuto verso lo Stato, qualunque esso sia.

Per capire questo sentimento, bisogna tornare all’alba dello Stato unitario. I moti siciliani dell’Ottocento non furono semplicemente una rivolta contro l’oppressione borbonica, ma in essenza, una rivolta contro lo Stato in quanto tale: contro l’imposizione di regole, tasse e un’autorità percepita come estranea. In questo vuoto di fiducia si inserì la mafia che “rese i più grandi servizi alla causa della rivoluzione contro i Borboni”, scrive lo storico Colajanni, affermando un potere alternativo a quello di un nuovo Stato che non riuscì mai ad “acquistarsi la fiducia delle collettività”.

Lo Stato fu percepito come debole e ingiusto, mentre la mafia si offriva come un’istituzione parallela più efficiente, sebbene criminale. Questo ha generato una cicatrice profonda, una diffidenza genetica verso l’autorità statale che si è tramandata per generazioni.

Questa storia tormentata ha plasmato una psicologia precisa che trova nel “sicilianismo” la sua definizione politica: una cultura che si erige come “l’antemurale contro ogni politica socialmente avanzata”. Nessuno ha incarnato questa mentalità meglio del Don Fabrizio di Tomasi di Lampedusa nel suo celebre discorso al piemontese Chevalley:

«I siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria; ogni intromissione di estranei […] sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla».

Non sorprende, dunque, che questa attitudine trovi oggi la sua eco più forte in una parte del mondo della sinistra. Storicamente, l’avversione al “potere costituito” si nutre di una profonda critica ideologica in cui una mega-infrastruttura non rappresenta il benessere, ma un’opportunità di profitto per il grande capitale e un’occasione per le infiltrazioni criminali. A questo si aggiungono le moderne correnti ecologiste e i movimenti per la “decrescita”. Questo substrato ideologico trova la sua massima espressione politica quando, come oggi, a volere l’opera è un governo di destra, trasformando l’opposizione in una bandiera che unisce critica al capitalismo, ambientalismo e lotta politica.

Alla luce di questa analisi, il Ponte sullo Stretto cessa di essere una mera infrastruttura e diventa il simbolo della massima “intromissione di estranei”. È Roma che arriva con i suoi ingegneri, i suoi miliardi e le sue regole. Le critiche sulla possibile infiltrazione mafiosa appaiono così paradossali: l’argomento “mafia” diventa spesso l’espressione moderna di un’antica logica, ovvero che lo Stato non sa gestire le cose ed è quindi meglio che non le faccia. Il “no” al Ponte diventa l’espressione di un’identità fondata sulla diffidenza.

La vera sfida, dunque, trascende l’ingegneria e l’economia. È una battaglia su due fronti apparentemente distanti che, in realtà, si saldano in un’alleanza di fatto.

Da un lato, il fronte culturale, contro quella “compiaciuta attesa del nulla” di cui parlava Tomasi di Lampedusa. Dall’altro, il fronte politico, contro l’ideologia di una sinistra divenuta, paradossalmente, reazionaria. È quest’ultima a offrire una veste intellettuale e “progressista” all’antico immobilismo siciliano.

In nome di un ambientalismo massimalista e di una critica sterile al progresso, questa sinistra finisce per difendere lo status quo, conservando quella stessa miseria e quell’isolamento che storicamente si era ripromessa di combattere.

Il Ponte, in questo senso, non è solo una porta verso il futuro, ma uno specchio che costringe la Sicilia a confrontarsi con i suoi antichi fantasmi e una parte della sinistra a fare i conti con le proprie moderne contraddizioni. È la scelta finale tra l’alibi dell’identità e la scommessa del futuro.


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5 pensieri su “Il Ponte sullo stretto e l’antica diffidenza dei siciliani per lo Stato

  1. Claudio Monnini dice:

    Non concordo. È proprio l’analisi scientifica e razionale a bocciare quest’ opera. Non perché sia di per sé sbagliata, ma perché è come voler costruire una casa cominciando dal tetto. In Sicilia e in Calabria l’infrastruttura della mobilità ferroviaria e stradale è sotto i minimi sindacali, un ponte moderno che collega due sistemi dissestati è un semplice errore strategico, una cattedrale nel deserto. Aggiungo che si mette mano, sborsando una penale di settecentomila euro, e affidandosi a una società nota per crolli e fallimenti, a un vecchio progetto superato dai recenti accertamenti geologici, visto che il ponte attraversa una faglia importante tra due continenti già oggetto di un maremoto poco più di un secolo fa, non è un fatto banale. Infine il fatto di voler allentare per decreto i controlli antimafia nell’opera più grande mai presentata nei territori della ndrangheta e di cosa nostra non è rassicurante, prevedo un’opera non finita tra 40 anni che sarà costata 40 volte il preventivo iniziale.

    • Alessandro Tedesco dice:

      Buongiorno Claudio.
      Le segnalo che i lavori propedeutici allo sviluppo delle connessioni viarie del Ponte sono in corso in Sicila e Calabria con 30 miliardi di cantieri già avviati, tra cui il raddoppio della linea ferrata Pa-Ct-Me e il completamento di autostrade come Ragisa_Ct e Pa_Me più altre interne.
      E su questo sono state fatte diverse e approfondite analisi economiche e sociologiche, cioè “scientifiche razionali” come dice lei.
      Inoltre il Ponte già di per sé è un elemento di enorme sviluppo a prescindere dal sistema viario locale.
      Ma comunque non indago su questo nel mio articolo ma di ben altro.
      Spesso la diffidenza non è solamente una questione atavica.

      • baron litron dice:

        quanto al rischio sismico, il progetto è stato esaminato e approvato anche dal pool di ingegneri giapponesi che hanno costruito il ponte di Akashi, uno dei più lunghi al mondo montato in una delle zone più ballerine del pianeta, che in oltre vent’anni di attività non ha fatto una grinza….questo ovviamente non assicura sulla perfezione del risultato, che dipende da molteplici fattori, ma il progetto in sé ha senso eccome, soprattutto se accompagnato da un potenziamento stradale e ferroviario che forse si riuscirà finalmente a completare, dopo decenni di sprechi e abusi

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