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L’ebraica Odessa dall’anima italiana, crocevia di gangster e intellettuali

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L’ebraica Odessa dall’anima italiana, crocevia di gangster e intellettuali

Comincia con questo magnifico affresco dell'Odessa ebraica la collaborazione di Gianni Morelenbaum Gualberto con InOltre. Benvenuto Gianni. Fu così che la vita della Moldavanka, della nostra madre generosa, apparve a Baska di Tulcin: una vita formicolante di poppanti, di vecchi stracci, di notti nuziali improntate a

Gianni Morelenbaum Gualberto01/09/2025Aggiornato 01/09/20257 min lettura1.416 parole
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Comincia con questo magnifico affresco dell’Odessa ebraica la collaborazione di Gianni Morelenbaum Gualberto con InOltre. Benvenuto Gianni.


Fu così che la vita della Moldavanka, della nostra madre generosa, apparve a Baska di Tulcin: una vita formicolante di poppanti, di vecchi stracci, di notti nuziali improntate a un’eleganza suburbana e a una fiera infaticabilità…

Moisei-Yakov Wolfovich Vinnitsky, meglio conosciuto come Mishka Yaponchik, era già morto nel 1919, ucciso dalla ?eka a soli ventisette anni, quando Isaak Babel  iniziò a scrivere “Racconti di Odessa” nel 1921.

A quattordici, Vinnitsky era sulle barricate a difendere il quartiere ebraico della natia Odessa dai pogrom del 1905; neanche tre anni dopo, già leader “anarco-comunista”, veniva condannato all’impiccagione per avere ucciso il capo della polizia di un distretto della città, sentenza  commutata in dodici anni ai lavori forzati e poi cancellata del tutto dal Governo Provvisorio nel 1917: un curioso Mensch, “Mishka il Giapponese” dagli occhi a mandorla, gangster leggendario e rivoluzionario, lontano -assai probabilmente- dal concetto di menschlichkeit ma significativo rappresentante dell’umanità che popolava il distretto di Moldavanka, un reticolo di viuzze, vicoli e catacombe che dovevano ospitare dai contrabbandieri a fine Ottocento fino ai partigiani durante la Seconda Guerra Mondiale.

Hanukkah a Odessa. Dicembre 2017. Foto di Filippo Piperno

Nella Moldavanka nasce, per l’appunto, Benya Krik, uno dei protagonisti dei “Racconti di Odessa” ed ispirato alla figura del “re dei ladri” Yaponchik. Ed è ancora possibile ricostruirne i movimenti, libro e cartina alla mano: il negozio di Liubka Shneeweiss, o Liubka la Cosacca, si trovava all’incrocio tra le vie Dalnitskaja e Bankoskaja, vicino all’attuale via Isaak Babel’ (ex Vinogradnaja).

Via Gluchaja, dove il gangster si rifugiò nella casa di tolleranza di Yoska Samuelson, oggi porta il nome Bougaevskaja, dopo essere stata per molti anni Instrumentalnaja. Via Prokhorovskaja, dove visse il fabbro Piatirubel, dopo anni come Chvorostin, ha ripreso il suo nome precedente. Nella piazza pubblica triangolare formata dall’incrocio di via Prokhorovskaja con via Staroportofrankovskaja (Vecchio Porto Franco), è stato recentemente eretto un monumento in commemorazione della deportazione degli abitanti del ghetto a Bogdanovka, Domanievka, Beriozovka e altri campi di sterminio della Transnistria tra il 1941 e il 1943.

Porto franco sul Mar Nero fra Asia e Europa, in bilico fra mondo slavo e mondo balcanico, incrocio brulicante di affari e culture, Odessa vive dal 24 febbraio 2022 sotto i bombardamenti russi, che stanno devastando la memoria di una città profondamente ebraica ma dall’anima curiosamente italiana, ché dalla fondazione nel  1794 fino al 1870 essa ospitò una cospicua presenza di artisti e artigiani italiani di cui ancora s’incontrano i lasciti tangibili: non solo “O Sole mio” (che Giovanni Capurro e Eduardo di Capua scrissero proprio a Odessa), pure la gigantesca Scalinata Primorski (progettata a metà Ottocento dall’architetto Francesco Boffo e poi immortalata da ?jzenštejn ne “La corazzata Potëmkin” e perciò ribattezzata “Scalinata Potëmkin”, Potëmkinskaja lestnica), il Teatro dell’Opera, l’antico Café Fanconi (Kafe Fankony), che dalla gastronomia italo-ucraina è passato a servire, nelle sue sale eleganti del 1872, sushi e karaoke. E poi, gli edifici e i palazzi disegnati e affrescati da architetti e pittori ticinesi, lombardi, napoletani e piemontesi .

Dal 1791, con la creazione della “Zona di Residenza” (Cherta [postoyannoy yevreyskoy] osedlosti, un enorme ghetto di oltre un milione di chilometri quadrati in aree appartenenti oggi a Polonia, Ucraina, Bielorussia, Lituania e Moldavia) da parte di Caterina II, era vietato agli ebrei risiedere a San Pietroburgo, Mosca o Kiev, ed essi si riversarono nelle città della Russia meridionale come Odessa e Nikolaev (oggi Mykolaïv), arrivando a costituire un terzo della loro popolazione prima della Seconda Guerra Mondiale.

L’Odessa ebraica comprendeva una vasta area, che si estendeva dal centro città fino alla periferia occidentale e settentrionale: iniziava da Hretska Ploshcha (Piazza Greca, “Gretsk, così chiamano la strada dove gli ebrei fanno affari”, scriveva Sholem Aleichem), da Prospettiva Aleksandrovskij, dal vecchio mercato e dalle vie Yevreyskaya, Bazamaya e Malaya-Arnautskaya. Proseguiva dall’altro lato di via Preobrajenska, lungo via Tiraspolskaja fino a via Staroportofrankovskaja, e oltre fino al quartiere vicino alla stazione ferroviaria. Copriva l’intero sobborgo di Moldavanka, dove si trova ancora oggi il famoso mercato di Privoz, e terminava nel quartiere di Slobodka, dove i convogli per la deportazione attendevano durante l’occupazione tedesco-rumena.

La  popolazione tendeva a riprodurre il sistema strutturale che conosceva nello shtetl: la vita quotidiana si svolgeva attorno alla sinagoga (ve ne erano sette, prima del 1914, e quarantanove case di preghiera, oggi ne rimangono due, la Sinagoga Centrale e quella Chassidica), al mikveh, alla scuola, alla macelleria kosher e alle organizzazioni caritatevoli. Prima della guerra, vi vivevano 350.000 ebrei, oggi poco più di 30.000.

Quando, nel 1916, in uno dei suoi primi racconti, Babel scriveva di una “città costruita dagli ebrei”, non si riferiva solo al numero di abitanti di origine ebraica, ma anche all’atmosfera generale, tollerante verso le minoranze, cosmopolita, di costumi piuttosto liberi: nel porto più grande dell’Yiddishkeit, fra teatri yiddish, ristoranti, bettole, sale da ballo e da concerto, vi era il melting pot di Babilonia e anche qualcosa di Gomorra.

Recentemente, gli archeologi hanno portato alla luce tombe ebraiche risalenti al 1770, dimostrando così l’esistenza di una comunità prima ancora della fondazione della città. Infatti, nel XVIII secolo, gli ebrei erano commercianti di sale nella provincia, allora ottomana, di Hac?bey (Khadjibey).

Secondo i documenti, prima della sua conquista da parte dei russi nel 1789, circa 10 ebrei vivevano in questa regione. Cento anni dopo, erano 138.000 e Odessa divenne nota come “la stella dell’esilio”, come Babel’ descrisse il movimento sionista, la cui ascesa in città fu favorita dal ripetersi di pogrom (e non che oggi manchino costanti manifestazioni di antisemitismo). I primi abitanti ebrei provenivano dagli shtetl  (di cui spesso portavano il nome) dell’Impero russo e da Brody, porto franco nella Galizia asburgica, attratti dai privilegi offerti dall’Impero russo ai volontari disposti a stabilirsi nella Russia meridionale: ciò significava sfuggire all’oppressione di cui soffrivano nel resto dell’Impero. Per alcuni, la possibilità di emigrare in Palestina, da sogno, divenne realtà.

L’élite della comunità era impersonata dagli ebrei di Brody, considerati i più istruiti, ricchi e liberali. La loro aspirazione europea, la lontananza geografica di Odessa dai centri dell’ebraismo, l’ampia diversità di nazionalità e classi sociali che la componevano spiegavano l’unicità della comunità odessita. All’inizio del XX secolo, la città divenne il più grande mercato di scambi e attività commerciali della Russia meridionale: gli ebrei gestivano il 90% dell’esportazione di sementi; possedevano il 50% delle fabbriche; producevano le pietre bianche che servivano alla costruzione della città; la famiglia Korelskij gestiva la più grande fabbrica di tabacco dell’Impero. Ciononostante,  un terzo della popolazione ebraica della città viveva in povertà.

Da Odessa salpò, nel 1919, la nave Ruslan, con a bordo 617 passeggeri destinati a sbarcare a Jaffa, primo nucleo in assoluto della popolazione del futuro stato di Israele.

Ma la memoria ebraica legata alla città custodisce soprattutto una vera pletora di intellettuali, artisti e musicisti, a dimostrazione di un’esorbitante vitalità creativa: non solo Lev Davidovich Bronstein (Leon Trotsky),  Isaak Babel (e Leone Ginzburg), Sonia Delaunay (tra i fondatori del Cubismo Orfico), la filologa Olga Freidenbderg (cugina di Boris Pasternak, figlio del pittore ebreo-odessita Lev Pasternak), matematici come Felix Gantmacher e Sergei Bernstein, il politico e leader sionista Ze’ev Jabotinsky ma soprattutto un numero di celebri musicisti e protagonisti della storia dell’interpretazione musicale di cui non si può neanche dare interamente conto a meno che non si voglia stilare un interminabile elenco, dal cantore Gershon Sirota a pianisti come Emil Gilels, Maria Grinberg, Shura Cherkassky, Ania Dorfmann, Simon Barere, Yakov Zak, Benno Moiseiwitsch, Samuil Feinberg, Oleg Maisenberg a leggendari violinisti quali David e Igor Oistrakh, Nathan Milstein, Boris Goldstein, Tossy Spivakovsky, che vanno ad aggiungersi all’altro elenco di artisti ebrei nati in Ucraina.

Tant’è che viene più facile nominare l’unica leggenda della musica odessita estranea alla tradizione ebraica: il pianista Sviatoslav Richter, nato in realtà a Zhytomyr ma cresciuto a Odessa.


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