Giustizia e dintorni
Valeria Fabj, un secolo di storia italiana speso per l’emancipazione femminile
Ha 98 anni e una voce giovane, brillante e vivace. Valeria Fabj parla come se avesse ancora davanti a sé un’aula di tribunale piena: incalzante, ironica, tagliente. Tra le prime donne avvocato a esercitare a Bologna, senatrice indipendente eletta nelle liste del PDS, relatrice in commissioni



Ha 98 anni e una voce giovane, brillante e vivace. Valeria Fabj parla come se avesse ancora davanti a sé un’aula di tribunale piena: incalzante, ironica, tagliente. Tra le prime donne avvocato a esercitare a Bologna, senatrice indipendente eletta nelle liste del PDS, relatrice in commissioni delicate come quella sul caso Andreotti, ha attraversato quasi un secolo di storia italiana senza mai smettere di lottare. La sua vita è un intreccio di battaglie per la giustizia, il diritto di famiglia per le donne, l’emancipazione femminile e contro i compromessi della politica. Ha esercitato la professione fino a quando si è rotta un femore.
“Ho chiuso lo studio a gennaio 2025, quando ho finito le ultime due cause.”
Cominciamo la nostra conversazione dagli inizi, quando, nel 1950 Valeria Fabj si laurea in giurisprudenza e intraprende la professione forense, incoraggiata dal padre. A quel tempo, in Italia, su 30 mila iscritti all’albo degli avvocati, le donne erano meno di 400.
“A Bologna eravamo solo in tre a esercitare la professione. Io iniziai con il penale, che mi affascinava, ma mio padre, civilista di formazione, mi mostrava le sue cause, le più difficili che io abbia mai letto, così mi convinsi che il diritto civile era molto più articolato e affascinante. Lui era un grande giurista e professore di diritto. La sua era una storia incredibile: durante la Grande Guerra, per non essere fatto prigioniero dagli austriaci, si gettò da una delle cime di Lavaredo. Rimase aggrappato a un albero, sopravvisse, ma a causa delle ferite dovette abbandonare gli studi di medicina. Passò al diritto e disse: “Curerò le anime”. È una frase che mi è rimasta dentro.”
In un ambiente professionale prevalentemente maschile le donne erano viste come intruse.
“Gli uomini non ci vedevano come colleghe, ma come donne da corteggiare. Ebbi attenzioni persino dal presidente del tribunale di Bologna, che fu sfidato a duello da mio marito!”
Fabj esordì nel dibattito pubblico contestando la cosiddetta “legge truffa” del 1953. Il Partito Comunista le propose la candidatura alla Camera ma lei rifiutò, scegliendo il Partito Socialista. Negli anni Sessanta introdusse nel dibattito femminista la critica al diritto sessuato, ovvero ad un diritto, che si presentava come neutro e universale, ma che era in realtà pensato e applicato in modo da considerare quasi esclusivamente l’uomo come soggetto giuridico.
“Ho sempre combattuto l’idea di un diritto pensato solo dal punto di vista maschile. La legge, teoricamente uguale per tutti, in realtà era scritta da uomini per uomini. Ma il problema, dicevo sempre, non erano solo gli uomini: spesso eravamo noi donne a non pensare a noi stesse.”
Nel 1980 il Ministro della Giustizia della Repubblica di San Marino (che l’aveva ascoltata nella prima conferenza pubblica che il PSI organizzò a Rimini, sul Diritto di famiglia) la incaricava di scrivere “la legge per la famiglia” per quello Stato. La «novella» sul Diritto di famiglia, che predispone, fu considerata rivoluzionaria (e non solo per quello Stato) in quanto – tra l’altro – prevedeva il “cognome della famiglia” (non più quello del padre, ma quello che i nubendi decidessero di scegliere tra quello del padre e quello della madre).
Nel 1992, Fabj fu eletta senatrice della Repubblica con un numero di voti straordinario per una donna (128.000) — addirittura superiore a quelli di molti colleghi, tra cui Andreotti. In Senato veniva inserita nella “Commissione Giustizia” e nella “Giunta per le autorizzazioni a procedere” (tra i circa 80 Senatori che giudica, vi erano nomi altisonanti tra cui Gava e Andreotti).
Durante l’analisi del materiale processuale su Andreotti, si trovò di fronte a due volumi di oltre 300 pagine ciascuno, contenenti atti, verbali e prove. Uno degli episodi che la colpì di più fu quello del famoso “bacio” che Andreotti avrebbe dato a Totò Riina, o comunque in un contesto simbolicamente mafioso, durante un matrimonio celebrato in chiesa.
Fabj descrive il gesto come “il più grave atto di sottomissione possibile”, soprattutto per un uomo delle istituzioni in un luogo sacro. Lo interpretò come una certificazione della vicinanza tra Andreotti e Cosa Nostra. Dopo un’attenta valutazione, Fabj scrisse di suo pugno la relazione finale della commissione, con la frase: “Andreotti non può che essere condannato. La prova è piena.”
Successivamente, Andreotti le fece recapitare un biglietto in cui le chiedeva di presiedere una nuova commissione. Fabj comprese subito il messaggio implicito: Andreotti era convinto che lei, per convenienza politica, l’avrebbe sostenuto. Ma rifiutò.
Poco tempo dopo la caduta del governo Ciampii, Fabj ricevette una telefonata dal vicedirettore del Corriere della Sera. Le disse che il Cavaliere Silvio Berlusconi le avrebbe mandato la sua macchina personale, alle 9 del mattino, per accompagnarla ad Arcore. Lei rifiutò. Non conosceva Berlusconi e non accettava “favori” da nessuno. L’episodio fu per lei la conferma definitiva di quanto il potere cercasse di manipolare, comprare, spostare fedeltà, e che le sue posizioni indipendenti davano fastidio. Poco dopo, infatti, venne esclusa dalle successive candidature al Senato nonostante la sua popolarità.
Per Fabj, tutto questo rappresentò una rottura con le illusioni sul funzionamento dello Stato. Aveva creduto che il Senato fosse il luogo della giustizia, e invece scoprì che lì “ce n’era meno che fuori”. Le fu chiaro che: i partiti candidavano donne solo se “non davano fastidio”; i giuristi erano pochi, e la maggior parte dei senatori votava senza comprendere i testi delle leggi.
Con Fabj discutiamo del transfemminismo e le chiedo se, rispetto alle battaglie che donne come lei combattevano – secolari e universaliste, il particolarismo dei “punti di vista” di ciascuna cultura, soprattutto quelle non secolari, non rappresenti una deviazione dannosa. Fabj concorda:
“Non è solo un errore teorico, ma un pericolo concreto che rischia di riportare le donne indietro di decenni, svuotando le loro conquiste politiche e giuridiche.”
Il transfemminismo, secondo Fabj, disperde il senso originario della lotta femminista, trasformando la questione delle differenze tra uomo e donna in una “confusione ideologica generalizzata” dove ogni identità, ogni minoranza, ogni “sentirsi” ha lo stesso peso.
“E poi c’è il “femminismo delle parole”: Avvocata, sindaca… tutta roba inutile, superficiale e ridicola, soprattutto se non è accompagnata da un reale cambiamento nei rapporti di potere e nelle competenze.”
Quanto alla schwa (?) e ad altri esperimenti di linguaggio inclusivo, il giudizio è ancora più netto:
“Io sono una nemica dichiarata della schwa. Non per conservatorismo, ma perché vedo in queste battaglie un rifugio sterile per chi non sa o non vuole cambiare la realtà. Si fa battaglia sul nome, non sul ruolo, non sulle leggi, non sulla giustizia.”
Parole chiare anche contro le quote rosa:
“Non ci ho mai creduto. Mi fanno schifo, lo dico senza mezzi termini. Una donna deve esserci perché è competente, non perché “tocca” avere una donna.”
E aggiunge:
“Queste scelte fanno più male che bene alla causa delle donne, perché normalizzano l’idea che le donne abbiano bisogno di aiuto per arrivare, e non perché sono le migliori.”
Sottolinea che quando lei entrò in Senato si rese conto che molte donne erano lì solo perché i partiti le avevano messe per “riempire la lista”, non perché sapessero di diritto o di politica.
Per Fabj, il vero femminismo non è ideologia, è pratica e conoscenza. Significa studiare, lavorare, combattere da pari a pari.
“Ho vissuto per la giustizia, vera. Non quella dei favori, dei compromessi, dei partiti. Per me, o c’era giustizia, o non c’era. Non ho mai ceduto, né ai potenti, né alle mode ideologiche. Ho combattuto, sempre. Anche quando ero sola.”
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Grazie e complimenti per aver ricordato questo grande personaggio