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La fatwa propal ai Radiohead e i tormenti tristanzuoli di Andrea Scanzi

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La fatwa propal ai Radiohead e i tormenti tristanzuoli di Andrea Scanzi

“La poesia non può essere civile” diceva Carmelo Bene. Era la stessa serata da Costanzo in cui diceva al pubblico: “Non me ne fotte niente del Ruanda, e lo dico. A voi non ve ne fotte, ma non lo dite”. Un gigante, oltre che la rappresentazione

Pietro Molteni09/09/2025Aggiornato 08/09/20255 min lettura945 parole
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“La poesia non può essere civile” diceva Carmelo Bene. Era la stessa serata da Costanzo in cui diceva al pubblico: “Non me ne fotte niente del Ruanda, e lo dico. A voi non ve ne fotte, ma non lo dite”. Un gigante, oltre che la rappresentazione di cosa sia un artista allo stato puro.

Chissà cosa penserebbe di questo strano fenomeno moderno dove agli artisti, in barba alla libertà dello spirito che dovrebbe essere la loro unica guida, si impone la litania (perlopiù opportunista e narcisistica) della condanna a Israele, agli israeliani ovunque si trovino, ed agli ebrei sbagliati (ovvero a tutti quelli che non la pensano come Moni Ovadia e Noam Chomsky).

Perché ora non si è solo dannati e condannati se non la si pensa nel modo giusto, ma si è dannati e condannati anche se non si dice nulla, e ancora, si è dannati e condannati anche se non si sa cosa dire e si preferisce evitare l’argomento.

Proprio su questo punto è illuminante un recente post di Andrea Scanzi riguardo il suo rapporto con i Radiohead (LINK). Perché i Radiohead in questione, e il frontman Thom Yorke in primis, sono ora sulla lista nera degli impuri, di quelli che hanno preso le distanze ma non troppo, di quelli che condannano ma non abbastanza. Perché hanno “suonato a Tel Aviv nel 2017”, perché hanno collaborato con il musicista israeliano Dudu Tassa. Yorke ha scritto sia contro Hamas che contro il governo israeliano definendolo “una combriccola di estremisti”, ma non basta ancora.

Tutto questo provoca in Scanzi un tumulto di emozioni, da una parte l’affezione per la loro musica, dall’altro l’arrabbiatura di sentirsi in colpa, perché “la parola ‘Radiohead’ equivale per molti a ‘sionisti schifosi pro-netaboia’, quasi che fossero una band composta da Parenzo, Rocco Brodo Tanica, Friedman e Molinari.” Commento non richiesto: ma non stiamo esagerando un tantino? Adesso prendere lo Spritz insieme a Parenzo e Molinari equivale ad un’alleanza con Ben-Gvir? Ma dai…

Beninteso, qui non si parla di Scanzi e delle sue legittime posizioni – il post è tanto contorto e sottile che qualsiasi interpretazione porterebbe all’accusa classica “sei un ignorante e non hai capito nulla”, Dio ce ne scampi! – ma il suo ragionamento offre un interessante spunto di riflessione a suggello di una settimana scandita dai proclami dal Red Carpet di Venezia e dalle prue della Flotilla.

Soprattutto, è apprezzabile l’interrogativo che non solo Scanzi, ma molte persone perbene e istruite si chiedono davanti a tali questioni: “Fanno bene coloro che vogliono boicottarli o è una caccia alle streghe? Non riesco a capirlo sino in fondo. Sono combattuto.”

Quanto è intellettualmente fragile una generazione di persone, giornalisti e personaggi pubblici, che si fanno scombussolare dall’idea che un artista amato non aderisca in toto alle proprie posizioni?

Quanto deboli devono essere quelle stesse posizioni, se un minimo dubbio sollevato da un gruppo musicale di riferimento provoca la fuga da quella sorgente di dubbio? E soprattutto, quanto deve essere feroce il terrore di essere giudicati dagli altri, se solo il semplice riconoscimento di aver provato ammirazione per artisti non del tutto allineati è ora motivo di fastidio e imbarazzo, quasi che sia necessario scusarsi per le loro “colpe”?

Il punto della questione non è il ragionamento comune ben descritto da Scanzi, ma la mentalità che porta a tale ragionamento. Perché se si arriva a chiedersi se sia giusto boicottarli o sia solo una caccia alle streghe, si ha già perso in partenza.

Significa che non si riesce a uscire dal cunicolo della soluzione preconfezionata da qualcun altro, dall’idea degli artisti incasellati come gli ospiti dei Talk Show, e soprattutto non si riesce ad affrancarsi dal terrore di essere giudicati male se non ci si affretta a prendere la posizione “giusta” (sempre decisa da qualcun altro).

Onore ai Radiohead, e ad altri artisti come Bono Vox, per citare un altro sommerso di critiche per la sua ignavia (oppure sommerso di critiche dagli ignavi stessi? È da vedere). Perché dinanzi al dramma di Gaza, all’antisemitismo fuori controllo, alle spinte contrastanti che scuotono lo Stato Ebraico dal suo interno, quello di “sentirsi spaccati” e non riuscire dare risposte nette alle tante domande è forse la posizione più onesta che un artista può sostenere, e fa niente se non si riceve l’applauso della piazza per il Leoncavallo.

Non tutti hanno le idee forti e chiare alla Roger Waters, da anni flagello di Israele, dell’Occidente, e compagnia cantante, a cui ci si appella in questi casi come si farebbe in un convegno di filosofia con Finkielkraut o Michel Onfray – l’acume e la profondità di questi personaggi giganteschi non contano nulla ovviamente, al cospetto dell’ex membro dei Pink Floyd che dispensa le sue verità come nemmeno gli apostoli ai tempi di Gesù.

Ringraziamo gli artisti, e soprattutto quelli che non ci danno lezioni, e che non si dimostrano quei fanatici religiosi che vanno a caccia di chi esercita il diritto di pensare e preferisce “stare in silenzio”, costruendo quel pensiero unico che ogni giorno proclamano di combattere.


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