USA
L’America è davvero sull’orlo di una guerra civile?
Dopo l'assassinio di Charlie Kirk, non credo che gli Usa siano sull'orlo di una guerra civile, ma il suo presidente ce la sta mettendo tutta per alimentare un clima di odio e di scontro con i suoi nemici storici, reali e immaginari. Resta il fatto che


Dopo l’assassinio di Charlie Kirk, non credo che gli Usa siano sull’orlo di una guerra civile, ma il suo presidente ce la sta mettendo tutta per alimentare un clima di odio e di scontro con i suoi nemici storici, reali e immaginari.
Resta il fatto che nel cuore del Novecento gli Stati Uniti hanno avuto uno dei sistemi bipartitici più solidi fra le democrazie occidentali. Per quanti difetti potesse contenere, questo assetto politico-istituzionale aveva il suo punto di forza nella stabilità. Questa stabilità, e non da oggi, è a rischio estremo.
Gli eventi traumatici del 6 gennaio 2021, che hanno segnato il primo passaggio di poteri non pacifico dai tempi della Guerra civile (1861-1865), hanno aperto una ferita nella democrazia americana che non si è ancora rimarginata. Trump, lo sappiamo, non è però nato dal nulla.
E’ solo il sintomo drammatico di fratture profonde: geografiche, demografiche e sociali. I due partiti principali incarnano ormai una contrapposizione tra due visioni del mondo inconciliabili, che può mettere in discussione le regole del gioco democratico. Fra il 2016 e il 2020 i voti a favore dei repubblicani sono diminuiti in tre quarti delle aree metropolitane e aumentati in due terzi delle contee rurali. Questi fenomeni si sono acuiti nel quadriennio passato.
Il risentimento che gli elettori rurali conservatori provano verso quelle che percepiscono come le “power élite” cosmopolite, è un dato incontrovertibile. E la scelta come vice di Trump del senatore J. D. Vance lo testimonia emblematicamente.
Se, come credono molti repubblicani, l’identità dell’America sarà distrutta dall’immigrazione incontrollata, l’obiettivo di escludere i democratici dal potere viene prima di ogni altra preoccupazione, può risolversi addirittura nella trasgressione delle leggi e nell’insubordinazione della piazza.
E se, come credono molti democratici, la “società aperta” voluta dai padri fondatori sarà distrutta dai repubblicani che difendono la superiorità dei bianchi, anche tenere questi ultimi lontani dal potere assume un’importanza “esistenziale”.
Beninteso, la maggioranza dei repubblicani non è a favore della violenza, ma l’opinione pubblica è ormai sempre più contagiata da sentimenti rabbiosi e vendicativi. Ci sono sondaggi secondo cui un terzo dei repubblicani e un decimo dei democratici ritengono che i veri patrioti americani potrebbero dover ricorrere alla violenza per salvare il paese. Fin qui, non è chiaro come e chi possa spezzare questa spirale perversa.
Una delle passioni politiche più esplosive che hanno seminato la violenza nel Novecento è stata proprio l’odio: nazionalistico, razziale, di classe. Dopo la conclusione delle esperienze totalitarie del “secolo breve” sembrava sulla via del tramonto.
La stessa causa dell’integrazione europea si è avvalsa, quando fu concepita, della carica emotiva di un messaggio saldamente radicato nelle ragioni della pace, della tolleranza e della democrazia.
Nell’ultimo ventennio il quadro è molto cambiato. Si è infatti prepotentemente riaffacciata una cultura dell’odio avvertita ormai da molti come una pulsione positiva, non più sottoposta al tabù dell’inibizione o dell’occultamento.
Tale cultura è l’espressione del forte bisogno di identità che anima i movimenti populisti e le ideologie sovraniste, e cresce oggi pericolosamente con l’insicurezza, con il sentirsi minacciati o accerchiati. Incrementa quindi se stesso nella forma della faziosità, nel paranoico eccesso di legittima difesa. Lo osservava già Aristotele nella “Retorica”: “[chi odia] vuole che l’avversario non esista”. L’odio è annientatore. Ma forse un odio buono c’è: quello che odia l’odio. Bisognerebbe cominciare a praticarlo.
Poscritto fuori tema: la provocazione russa sui cieli della Polonia voleva certamente testare le capacità di risposta degli europei sul fronte orientale (e, a differenza di quanti alcuni esperti hanno affermato, non si sono rivelate esaltanti: solo quattro droni abbattuti).
A mio giudizio, tuttavia, intendeva soprattutto sondare la reazione dell’Amministrazione americana. In sostanza, non c’è stata. Ora Putin può dormire tra due guanciali. La situazione è quindi assai seria, e Giorgia Meloni dovrebbe prenderne atto.
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