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Proporzionalità, vendetta e una scommessa per la pace

Israele

Proporzionalità, vendetta e una scommessa per la pace

L’accusa più frequente rivolta a Israele riguarda la presunta sproporzione della sua reazione a seguito degli attacchi del 7 ottobre 2023. La critica, avanzata dall’ONU, da buona parte dei governi occidentali e anche dalla Chiesa cattolica, poggia sul principio di proporzionalità del diritto internazionale umanitario: ogni

Gustavo Micheletti11/10/2025Aggiornato 10/10/20256 min lettura1.158 parole

L’accusa più frequente rivolta a Israele riguarda la presunta sproporzione della sua reazione a seguito degli attacchi del 7 ottobre 2023. La critica, avanzata dall’ONU, da buona parte dei governi occidentali e anche dalla Chiesa cattolica, poggia sul principio di proporzionalità del diritto internazionale umanitario: ogni operazione militare dovrebbe bilanciare il vantaggio militare atteso con i danni collaterali ai civili.

Israele ribatte che la proporzionalità non può essere misurata in base a un rapporto numerico tra le vittime, ma va valutata rispetto all’obiettivo strategico: sradicare Hamas dal potere a Gaza per impedire che si ripetano altri 7 ottobre e ottenere il rilascio degli ostaggi ancora vivi.

In questo senso, un’operazione “proporzionata” al numero delle proprie vittime — mille o duemila morti — sarebbe stata solo una sterile vendetta, ponendo Israele sullo stesso piano di Hamas e rafforzando la narrativa jihadista senza eliminare la minaccia di nuove stragi.

Non bisogna dimenticare che l’elevato numero di vittime provocato dalla reazione israeliana è imputabile in gran parte all’uso cinico della popolazione di Gaza come scudo umano da parte di Hamas. Gaza, con due milioni di abitanti stipati in 365 km², è di per sé uno scudo collettivo: razzi lanciati da cortili e tetti, tunnel sotto scuole e ospedali, centrali di comando in aree civili. In simili condizioni, colpire un obiettivo militare senza danni civili è praticamente impossibile.

Per valutare le vittime civili a Gaza — secondo le cifre di Hamas — conviene confrontare con altre guerre urbane degli ultimi cinquant’anni. A Mosul, nel 2016-2017, morirono circa 9-11 mila civili su 1,5 milioni di abitanti. A Raqqa, nel 2017, 1.600 civili su 200 mila. Ad Aleppo, nel 2016, oltre 21 mila morti civili. A Grozny, tra il 1999 e il 2000, 25-30 mila.

In nessuno di questi conflitti il territorio era militarizzato come Gaza, né la popolazione usata in modo così sistematico come scudo umano. Con 65-67 mila vittime civili stimate su 2,1 milioni di abitanti, Gaza registra circa 3.100 morti ogni 100 mila: un numero altissimo, ma non inedito nelle guerre urbane moderne, dove le perdite civili superano sempre quelle militari.

Gaza non è dunque un’eccezione, ma un capitolo di un problema sistemico: la guerra in zone densamente popolate. Chi sosteneva che Israele potesse ridurre le vittime civili proponeva alternative — assedio più lungo, operazioni speciali, uso maggiore della fanteria — che avrebbero comportato tempi più lunghi, più perdite militari e più rischio per gli ostaggi.

Israele ha scelto di comprimere i tempi, anche a costo di un numero più alto di morti nello stesso lasso di tempo. Non significa più vittime in assoluto, ma meno tempo per concludere la guerra.

I critici sostengono che questa scelta violi comunque il principio di proporzionalità. Ma di fronte alla minaccia esistenziale di Hamas, la vera sproporzione sarebbe stata fermarsi a una mera punizione simbolica, cioè a una vendetta. E qualsiasi vendetta che comporti un eccidio di civili in risposta a un altro eccidio avrebbe avuto due effetti: porre Israele sullo stesso piano criminale di Hamas e non ridurre affatto la probabilità di nuovi massacri.

Una reazione proporzionata in senso aritmetico avrebbe rafforzato Hamas. Quella giudicata “sproporzionata” dai critici è stata invece, per Israele, l’unica commisurata a un fine legittimo: estirpare il potere di Hamas da Gaza. Il criterio di proporzionalità, in una guerra urbana di questo tipo, è fuorviante e avrebbe solo aggravato il problema degli ostaggi e l’isolamento internazionale di Israele.

Oltre a tutto questo, sarebbe stato un crimine gratuito, inutile e controproducente: ciò che rende un crimine ancora più esecrabile. In sintesi, chi sosteneva che Israele non rispettasse il principio di proporzionalità auspicava, di fatto, un crimine inutile tanto per Israele quanto per la pace.

Chi ha accusato Israele di una vendetta sproporzionata non ha compreso che non si trattava di vendicare alcunché. La vendetta è sempre un segnale di impotenza e una premessa di sconfitta. Israele ha invece cercato di eliminare la minaccia e liberare gli ostaggi.

Se gli accordi di pace appena firmati riusciranno nei loro obiettivi — il riconoscimento reciproco tra uno Stato palestinese e quello israeliano — sarà proprio perché Israele non ha seguito la via “proporzionata”, ma quella volta a estirpare il potere di Hamas.

Hamas, organizzazione terrorista e islamista, non si è fatta scrupolo di usare i propri civili come scudi umani, dopo aver massacrato con brutalità quelli israeliani. Ha investito gli aiuti internazionali non per migliorare le condizioni di vita, ma per militarizzare il territorio e usare le proprie vittime come arma di propaganda.

Le accuse a Israele appaiono quindi pretestuose, anche se non mancano gli errori del governo Netanyahu. Tutti i suoi governi hanno cercato di affossare l’idea di uno Stato palestinese, vedendo nella sua nascita un pericolo per la sicurezza d’Israele. La politica verso la Cisgiordania è andata in questa direzione, con una strategia espansionistica che ha reso indistinto il rapporto con l’Autorità palestinese e Hamas.

Ma, contrariamente a quanto ritiene Netanyahu, uno Stato palestinese non costituirebbe un pericolo maggiore di un popolo senza Stato che minaccia Israele da altri paesi islamici. Se anche il nuovo Stato palestinese muovesse guerra a Israele, sarebbe più facile difendersi da un esercito regolare che da gruppi terroristici senza responsabilità politica.

Quando due Stati sovrani si riconoscono, ogni attacco può essere seguito da un contrattacco legittimo. La guerra, pur tragica, rientra nei limiti del diritto internazionale: due eserciti, due governi, due popoli rappresentati.

Viceversa, quando l’attacco proviene da un popolo senza Stato, con miliziani nascosti tra i civili, la reazione militare, pur legittima, appare inevitabilmente come un massacro. Da qui l’accusa di genocidio rivolta a Israele da parte dei sostenitori palestinesi.

Basterebbe questo a comprendere che uno Stato palestinese sarebbe positivo per la sicurezza di Israele e di tutto il Medio Oriente. Gli accordi di pace potranno avere successo solo se coinvolgeranno anche l’Autorità nazionale palestinese nell’amministrazione di Gaza, unica barriera efficace contro il terrorismo antisemita.

La scommessa di una pace stabile tra due Stati che si riconoscano reciprocamente potrà essere vinta solo creando ora le premesse per una futura convivenza pacifica. Questo, però, potrà avvenire solo dopo le prossime elezioni in Israele e la formazione di una nuova maggioranza di governo.

È una scommessa nella scommessa. Ma la strada verso i due Stati e una pace duratura è aperta. E tutto lascia intendere che non potrà più essere abbandonata senza conseguenze nefaste per entrambi i popoli e per l’intera comunità democratica internazionale.


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5 pensieri su “Proporzionalità, vendetta e una scommessa per la pace

  1. blogdibarbara dice:

    ALT! 65.000 è la cifra data da hamas, comprendente i terroristi, le vittime di lanci di missili ricaduti all’interno di Gaza, i 500 dell’ospedale che non solo non è stato colpito da Israele, ma non è stato colpito affatto e che quindi non ci sono stati ma hanno continuato a contarli lo stesso, le vittime delle faide interne… Poi ci sarebbe quella cosa ridicola che ogni santo giorno al calar del sole sanno esattamente il numero dei morti accuratamente suddivisi in uomini donne vecchi bambini, e quella volta che la somma di donne e bambini era superiore al totale complessivo di tutti i morti della giornata, e quell’altra volta che il totale dei morti fino al giorno prima era x e i morti del giorno erano 61 e il nuovo totale dei morti fino a quel giorno era x+359…

    • Gustavo Micheletti dice:

      Sono anch’io convinto che le cifre fornite da Hamas siamo ampiamente sbagliate per eccesso, ma anche se fossero vere la sostanza della questione non cambierebbe: qualsiasi risposta “proporzionata” sarebbe stata tragicamente controproducente.

      • blogdibarbara dice:

        Anche perché, non essendoci solo i morti, per rispondere in maniera proporzionata in senso letterale occorrerebbe stuprare a morte donne vecchie e bambine, mutilare e smembrare persone sia morte che vive, decapitare, sventrare donne incinte e fare a pezzi i feti, bruciare vivi, strangolare bambini a mani nude ecc. ecc., e ho grossi dubbi che in tsahal, anche fra chi ha perso i propri cari nel modo più atroce, si troverebbe qualcuno disposto a farlo.

  2. rolm dice:

    Sul numero di morti palestinesi, se prendessimo buono il numero di miliziani di Hamas uccisi (20000-30000), si potrebbe probabilmente concludere che l’altra parte di vittime dovrebbe essere quasi formata da parenti e membri delle famiglie o soci stretti dei miliziani che chiaramente non potevano rifugiarsi e/o attivamente collaboravano a stretto contatto con costoro.

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